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Дневник Джона - Forever Blue

Pecorari
Дневник Джона - Forever Blue
Capitolo
Il diario di John
Per sempre blu
Un racconto breve
Misio
Questa è un'opera di finzione. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell'immaginazione dell'autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, o con eventi reali è puramente casuale.
Blu Virgin
(testo originale)
Sulla sabbia bianca dove un tempo il tempo si fermava
una voce dolce cantava, un profumo lontano illumina il ricordo
tenevi il mondo intero in una mano
Blu Virgin, dimmi dove sei
Blu Virgin, alla luce dei tuoi occhi
Un segreto, l'ho scritto e non l'ho mai rivelato
un ragazzo è cresciuto e non ha mai dimenticato
Colline di terra, un fiume, una casa
un nome sospeso come cenere lasciata indietro
coste fragili, una nave, sola
una parola che vola
Blu Virgin, quante luci hai dato?
una canzone e due vite, legate nel silenzio
Blu Virgin, resta tra cielo e stelle
Il conteggio non tornerà finché non saprai chi sei
Dietro un cancello verde, un giorno di settembre
Qualcuno mi ha detto: "Non è stata colpa tua".
ma un fratello nel vento cercava il proprio sangue
e io cantavo, senza sapere per chi
Blu Virgin, resta per sempre
tra cielo e stelle, tra ieri e domani
Blu Virgin, un giorno lo sapranno
ciò che il mio cuore aveva portato fin dall'inizio
ritornello finale
Blu, per sempre, tra il cielo e le stelle tu resti.
Blu Virgin
(tradotto in russo)
Sulla sabbia bianca dove il tempo si è fermato,
una voce sommessa cantava, un profumo lontano riaccende la memoria,
tenevi il mondo intero in una mano
Blu Virgin, dimmi dove sei
Blu Virgin, alla luce dei tuoi occhi
segreto, l'ho scritto e non l'ho mai detto
il ragazzo crebbe e non dimenticò mai
Colline di terra, fiume, casa
un nome sospeso come cenere abbandonata,
coste fragili, una nave solitaria,
una parola che vola
Blu Virgin, quanta luce hai dato
una canzone e due vite unite dal silenzio
Blu Virgin, resta tra il cielo e le stelle
Il punteggio non tornerà finché non saprai chi sei
Dietro i cancelli verdi, un giorno di settembre
Qualcuno mi ha detto: "Non è stata colpa tua".
ma il fratello nel vento cercava il proprio sangue
e io cantavo, senza sapere per chi
Blu Virgin, resta per sempre
tra il cielo e le stelle, tra ieri e domani
Blu Virgin, un giorno lo sapranno
ciò che il mio cuore ha custodito per tutto questo tempo
ritornello finale
Blu, per sempre, tra il cielo e le stelle tu resti.
Contenuto
PROLOGO
I: Compito
II: Il ritorno che non poteva più attendere
III: Metamorfosi
IV: Scomparsa
V: Vinci
VI: Ultimi desideri
VII: Una canzone che nessuno ha mai sentito
VIII: Data attuale
IX: Epitaffio
X: Prime pagine
CAPITOLI
1: Infanzia
2: Vinci
3: Muro intorno
4: Riconoscimento
5: Primo amore
6: Il fratello che non sapevo esistesse
7: Sei corde e due amici
8: Firenze
9: Fotografia
10: Specchio e spiaggia
11: Messaggio solo per me
12: Tu non sei mia madre
13: Incontro segreto
14: Fuga
15: Guerra segreta
16: Fratello ritrovato
17: Il consiglio del fratello
18: Blu per sempre
19: Patto con Dio
20: Seattle
21: Spirito rinnovato
22: Monique e Grace
23: Mese del silenzio
24: Conoscenza del corpo
25: Giacomo
26: Anni d'oro
27: Leo e Puccio, anni dopo
28: La telefonata di Nora
29: Pierrot
30: Eredità
31: Los Angeles
32: Fratelli per sempre
33: Il ritorno di Blue
34: Diario e indovinello
35: Epilogo: Ciò che il mondo credeva di sapere
PROLOGO
I: Compito
Nota di Francesco: Prima di consegnare il diario di Giovanni, ho ritenuto opportuno raccontare con parole mie come queste pagine sono giunte nelle mie mani.
Sono rimasto con Giovanni fino ai suoi ultimi giorni, a Woods.
La stanza era pervasa da quell'odore particolare di casa che qualcuno si prepara ad abbandonare per sempre, un misto di disinfettante e fiori già troppo sfioriti, portati da uno sconosciuto e mai gettati via. Fuori, i grattacieli della città si illuminavano uno dopo l'altro contro un cielo che non si oscurava mai veramente, e mi abituai a trascorrere le mie serate lì, seduta sulla dura sedia accanto al letto, senza sapere bene cosa dire nelle pause sempre più lunghe.
Erano passati anni da quando avevamo vissuto in quella quieta unione che si crea solo tra persone che non hanno più nulla da dimostrare l'una all'altra. Giovanni aveva da tempo reciso ogni vero legame con la sua famiglia a Firenze, non con una rottura improvvisa, ma con un lento e definitivo raffreddamento di un rapporto che non era mai stato caloroso. Non si era mai sposato. Non aveva figli suoi.
Eppure, non fu mai un uomo dal cuore chiuso. Al contrario: questo cuore, che il sangue e la forza della famiglia non riuscirono mai a scaldare completamente, trovò un luogo dove riversarsi. Ad amici e giovani collaboratori che incrociarono la sua vita nel corso degli anni, a coloro che egli stesso scelse di riconoscere come puri d'animo, capaci di una rara, quasi preziosa, empatia, Giovanni diede sempre tutto ciò che la sua famiglia avrebbe dovuto dare a lui, ma non gli diede mai. Li trattò come figli. Come compagni di un cammino che, a suo parere, valeva la pena percorrere insieme fino alla fine.
Ero l'ultimo, e forse il più vicino, membro della sua band, un tastierista eclettico con un background musicale che lui stesso descriveva sempre come eccezionale, che si era presentato all'audizione quasi per scherzo dieci anni prima e non se n'era più andato.
Fu nella sua stanza a Woods, in quei giorni in cui le sue forze cominciavano a vacillare, che mi affidò un compito. Una sera, mentre la luce della città filtrava attraverso le tende socchiuse, mi fece cenno di avvicinarmi, un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma che riconobbi immediatamente come importante. Non me lo chiese per favore. Me lo lasciò in eredità, con la stessa cura con cui, nel corso degli anni, mi aveva affidato aspetti sempre più importanti della sua vita pratica.
«C'è un diario», mi disse con voce roca ma ferma. «Voglio che tu lo pubblichi.»
Rimasi immobile per un attimo, poi mi sedetti sul bordo del letto, più vicino di quanto mi fossi mai permessa di essere.
In queste pagine, scritte e riscritte nel corso degli anni, Giovanni ha registrato ogni dettaglio della sua esistenza, non solo i fatti, ma anche il peso che ognuno di essi portava con sé. Le sue vere origini. I nomi illustri legati alla sua nascita e i segreti del potere di Firenze che questi nomi racchiudevano, indissolubilmente legati. Gli episodi tragici e drammatici che hanno scandito tutta la sua giovinezza, molto prima che io potessi immaginarli.
Si trattava di un diario che, se pubblicato durante la vita di Giovanni, avrebbe compromesso la sicurezza e la dignità di individui e famiglie ancora influenti in città. Per questo motivo gli eventi rimasero nascosti per anni, custoditi con lo stesso zelo riservato ai segreti economici e politici di un'intera nazione: non per vergogna personale, ma perché toccavano fili che si estendevano ben oltre le singole vite di coloro che li avevano vissuti.
«Finché vivrò, non potrò», mi disse, la sua voce ormai un respiro appena percettibile. Si fermò per riprendere fiato, chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì e cercò i miei. «Ma quando non ci sarò più, il silenzio non avrà più nessuno da proteggere tra queste pagine. Solo la verità, che finalmente merita di essere raccontata.»
L'ho promesso. Gli ho stretto la mano, sentendo quanto fosse diventata leggera, quasi senza peso, ed è con quella promessa, più che con qualsiasi eredità materiale, che tutto ciò che sarebbe seguito ha avuto inizio.
Qualche giorno dopo, in uno di quei rari momenti in cui sembrava avere più fiato del solito, Giovanni tornò sull'argomento, ma questa volta da un'angolazione diversa.
«C'è una cosa che vorrei fare prima che tutto questo finisca», mi disse, fissando il soffitto. «Voglio tornare in Italia. A Firenze. Un'ultima volta, prima di morire. Ma senza che nessuno mi riconosca.»
Rimasi in silenzio, incerta su come rispondere. Non era la prima volta che ne parlava; nel corso degli anni, qualche accenno riaffiorava sempre, soprattutto nelle serate più tristi, ma non l'avevo mai sentito esprimerlo con tanta determinazione, come se fosse una decisione già presa, piuttosto che una malinconia passeggera.
«Me ne occuperò io», dissi, senza ancora sapere cosa avrebbe significato realmente quella promessa.
Nei giorni successivi ci riflettei a lungo, analizzando la questione da ogni possibile angolazione. Un uomo della sua fama non poteva semplicemente comprare un biglietto e imbarcarsi su un volo di linea; giornalisti, fan, parenti lontani che non vedeva da decenni – si sarebbero precipitati non appena la notizia si fosse diffusa. L'unico modo per un suo vero ritorno, in pace e senza clamore, era far credere al mondo che non esistesse più un John da fotografare.
II: Il ritorno che non poteva più attendere
"John", come lo chiamo fin da quando ero bambino, "sono abbastanza sicuro che tu abbia già un piano per tornare senza che nessuno a Firenze ti riconosca."
Fuori, un elicottero sorvolava a bassa quota i tetti della città, e Giovanni lo seguì con lo sguardo per un istante prima di rispondere, come se avesse bisogno di quel suono lontano per trovare le parole giuste.
«Certo», rispose, un accenno di sorriso che gli increspò il volto per la prima volta dopo giorni. «Inseriremo la mia morte, qui a Woods. Lo comunicheremo alla stampa, e sarà talmente simile alla verità che nessuno avrà dubbi.»
Si fermò per schiarirsi la gola, un forte attacco gli scosse tutto il petto, e io mi alzai per porgergli un bicchiere d'acqua dal comodino. Giovanni ne bevve un sorso, poi continuò, con la voce un po' più chiara.
"Tu, che ora chiamo unico erede dei miei diritti, nel frattempo venderai i miei diritti d'autore alla Real, i brani inediti, tutto ciò che ho conservato in questi anni. Con il ricavato, comprerai una casa a Firenze. Tranquilla. Lontana da occhi indiscreti. La prossima settimana, prendi un aereo e fai tutto il necessario. Poi decideremo insieme come pubblicare il diario."
Fece una pausa, come se avesse bisogno di raccogliere tutte le forze per continuare a parlare.
"Voglio tornare dove tutto è iniziato. Ma non voglio essere riconosciuto. Voglio essere libero di vivere questo momento, un'ultima volta, almeno per qualche mese. Sono già un personaggio pubblico su questo pianeta. Non voglio giornalisti intorno, non voglio parenti lontani che interferiscano con la mia presenza. Penso che creerebbe solo imbarazzo, sia per me che per loro. Ma questa mia decisione è dedicata, prima di tutto, a lei, a mia madre, Blue."
Ascoltai in silenzio, rendendomi conto solo gradualmente di dove quel discorso volesse condurre.
«Ho lasciato Firenze quarantatré anni fa, quando avevo solo ventisei anni», continuò Giovanni, «per via di un'offerta di lavoro in America, a Seattle. Un'offerta in parte orchestrata dalla stessa famiglia Medici. All'epoca, in città si parlava troppo delle mie origini, di quanto fossi legato a loro, e la famiglia era già bersaglio di vendette a causa della fondazione segreta che gestiva».
Chiuse gli occhi per un istante, come per mettere ordine in ricordi che non aveva raccontato a nessuno per decenni.
"Questo fondo creò una concorrenza spietata. Accumularono ricchezze pressoché illimitate. Nel giro di pochi anni, i Medici aprirono i propri istituti di credito, erogando prestiti a tassi che nessun'altra banca del paese poteva permettersi. Fu una vera e propria guerra, seppur segreta, tra banche e cartelli finanziari. Il risultato furono attentati, morti e ricatti. Persone sparirono dai consigli di amministrazione senza che nessuno ne parlasse mai più."
«E tu», dissi a bassa voce, «ti sei ritrovato nel mezzo di tutto questo senza comprenderlo appieno».
«Ero il figlio scomodo di un uomo che tutti volevano picchiare», rispose Giovanni. «Mandarmi via era un modo per proteggermi e per risparmiare loro l'imbarazzo. Funzionò. Ma il prezzo da pagare fu che non tornai veramente per quarantatré anni.»
Ho annuito, non fidandomi ancora abbastanza della mia voce per rispondere.
Sono partito dopo pochi giorni.
III: Metamorfosi
Mentre io ero in Italia alla ricerca di una casa adatta – muri spessi, un giardino recintato, vicini non troppo ficcanaso – Giovanni rimase a Woods, sottoponendosi alle ultime cure disponibili presso l'ospedale di Woods. Nel frattempo, la sua malattia continuava imperterrita. L'insufficienza respiratoria che lo affliggeva da mesi era ora aggravata dall'ischemia, che gli causava zoppia, e la sua mano sinistra, proprio quella che aveva usato per tutta la vita per accordare la sua Fender prima di ogni concerto, era ormai praticamente inutilizzabile.
Ma in mezzo a tutto questo, ci furono alcuni giorni di prosperità inaspettata. E fu proprio in uno di questi giorni che Giovanni decise di completare la sua metamorfosi.
Ha chiesto al mio amico cantante, Seili, di accompagnarlo in un salone di bellezza dove non era mai stato prima. Ha chiesto un taglio corto, che per vent'anni era stato parte integrante della sua immagine pubblica quanto la sua voce, e di radersi la lunga barba, sempre curata nei minimi dettagli, che i fan riconoscevano tanto quanto le sue canzoni. Lì, ha anche deciso di lasciarsi alle spalle tutto il resto: gli abiti eleganti, le camicie impeccabili, gli abiti in cashmere e lino che aveva indossato negli ultimi anni come una seconda pelle da personaggio pubblico.
Tornò a casa e tirò fuori tutto quello che aveva messo via decenni prima. Magliette di cotone consumate con immagini e slogan rock, ormai quasi illeggibili dopo troppi lavaggi. Camicie colorate comprate chissà dove, chissà quando. Un paio di jeans che sembravano usciti direttamente da una fotografia di quarantatré anni prima.
Al mio ritorno da Firenze, felice di rivederlo, la casa ritrovata, i documenti firmati, i diritti già trasferiti, tutto in ordine, entrai in casa e rimasi un attimo sulla soglia, incapace di riconoscere l'uomo seduto in salotto.
Erano passati anni dall'ultima volta che l'avevo visto vestito così. Senza la barba, senza i capelli lunghi che erano diventati quasi un secondo volto pubblico, Giovanni sembrava un uomo diverso, più giovane, stranamente e quasi dolorosamente, e allo stesso tempo più vecchio, più fragile, come se, dopo aver spogliato l'intera immagine, solo ciò che ne rimaneva fosse finalmente rivelato.
«John», dissi dopo un lungo silenzio. «Sei tu?»
Giovanni sorrise, con la stessa ombra di prima. "Da oggi", disse, "sì, di nuovo."
IV: Scomparsa
La preparazione ha richiesto più tempo del previsto.
Non c'era bisogno di documenti falsi, né di un medico che convincesse, né di un certificato che reggesse a un esame approfondito. Il piano era più semplice e, proprio per questo, più difficile da realizzare senza lasciare traccia: sparire senza clamore, senza prove, senza nulla che un giorno qualcuno potesse definire un crimine.
Ho passato giorni al telefono, chiuso in una stanza d'albergo con le tende tirate, a parlare con persone che non avevo mai incontrato di persona e di cui non avrei più sentito parlare dopo quella settimana. Ho noleggiato un jet privato tramite una compagnia registrata a un nome che non aveva nulla a che fare con nessuno di noi. Il piano di volo dichiarato non era reale: uno scalo ufficiale, poi un cambio di rotta concordato con un pilota abituato a non fare domande, verso un piccolo aeroporto italiano dove nessun controllo doganale avrebbe mai incrociato il nome di Giovanni Nardi, conosciuto in America come John, con quello di un normale turista in arrivo su un jet privato.
L'identità di John Cocci non nacque da un passaporto falso. Nacque, semplicemente, da un'identità preesistente, acquistata discretamente da un'agenzia che faceva proprio questo per chi se lo poteva permettere: una persona reale disposta a rinunciare al proprio nome e ai propri documenti in cambio di una somma che gli avrebbe cambiato la vita altrove, senza che i due si incontrassero mai di persona. Firmai i documenti da solo, in un ufficio che sembrava una qualsiasi società di consulenza, chiedendomi continuamente se stessi facendo la cosa giusta.
Dopodiché, è bastato semplicemente non tornarci più.
Nessun annuncio ufficiale di morte. Solo silenzio, che si protraeva di giorno in giorno, un impegno annullato, poi un altro, un manager che non riusciva più a contattarlo, una casa a Woods trovata vuota da qualcuno venuto per un controllo di routine. I giornali, in mancanza di certezze, fecero quello che fanno sempre in questi casi: formularono ipotesi. Scomparvero. Forse un ritiro volontario. Forse qualcosa di più oscuro, mai confermato. Il lutto dei fan si organizzò online, prima ancora che qualcuno osasse scrivere la parola "morto" in prima pagina, ma nessuno avrebbe mai potuto scriverla con certezza perché non c'erano prove a sostegno.
Giovanni, intanto, aspettava.
Rimase rinchiuso in una delle mie case, non più in ospedale, non più sotto cure ufficiali, ma in una casa ordinaria e anonima in una zona remota dove nessuno avrebbe mai cercato un uomo noto solo per essere scomparso. Mi raccontò in seguito che passava le giornate al tavolo della cucina, guardando di tanto in tanto il telegiornale, riflettendo sul suo destino con un distacco che sorprese persino lui: non era dolore, disse, quello che provava nel vedere la propria vita raccontata come un mistero irrisolto. Era, semmai, una sorta di sollievo anticipato, un assaggio di una libertà la cui realtà non aveva ancora imparato a credere pienamente. Rideva, mi disse, da solo, ascoltando le teorie più assurde che qualche esperto proponeva in diretta televisiva.
Andavo e venivo, sempre più teso, con qualche nuovo dettaglio da risolvere prima che tutto potesse considerarsi veramente pronto. Non parlavamo molto in quei giorni. Non ce n'era bisogno: sapevamo entrambi che ogni ora di silenzio ci avvicinava all'aeroporto, a un volo che nessun documento ufficiale avrebbe mai potuto raccontare per intero, a una terra che per uno di noi significava tornare a casa dopo quarantatré anni, e per l'altro rappresentava solo il primo, vero passo di una devozione che ancora oggi mi stupisce profondamente.
Una mattina, sono entrata in cucina con il sorriso di chi finalmente può dirlo. Ho appoggiato le chiavi sul tavolo con un leggero tintinnio, quasi a suggellare la notizia.
"È tutto pronto", dissi. "Partiamo per l'Italia. D'ora in poi, nessuno saprà dove cercarci."
V: Vinci
Arrivato a Pisa, Giovanni scese dall'aereo accompagnato da me e da un'assistente di volo, che lo sorresse con la cortesia riservata ai passeggeri più fragili. Zoppicava, appoggiandosi a un elegante bastone che teneva con un certo orgoglio, quasi fosse un accessorio scelto con cura piuttosto che una necessità. Indossava occhiali da sole scuri e un berretto piatto di colore chiaro, dallo stile vagamente irlandese, che gli nascondeva i pochi capelli appena tagliati.
Mentre attraversavamo il terminal, il suo sguardo non si staccava mai dal paesaggio al di là del vetro: le colline all'orizzonte, incorniciate tra un edificio e l'altro, la luce diversa da quella di Woods, più calda, più antica. Si fermò un attimo davanti a un'edicola, senza comprare nulla, solo per sentire due persone parlare con un forte accento fiorentino – un suono che non sentiva dal vivo da quarantatré anni, mi disse, e che lo fece chiudere gli occhi per un istante, come si fa di fronte a una musica che si credeva dimenticata.
Ho noleggiato un'auto elettrica. Appena saliti a bordo, ho chiesto: "John, dove stai andando? Dritto a casa?"
La casa si trovava vicino al centro storico di Firenze, non lontano da Santa Croce, una delle basiliche più belle. Ma Giovanni scosse la testa, con lo sguardo già fisso sulla finestra.
«Imposta il GPS», disse. «Andiamo a Vinci. È lì che ho trascorso i primi anni della mia infanzia, con mia madre, Blue, la donna che mi ha cresciuto.»
Il viaggio ci ha portato lontano dal traffico cittadino, attraverso colline che si aprivano una dopo l'altra, come le pagine di un libro che Giovanni conosceva a memoria, anche se non lo sfogliava da decenni. A un certo punto, mi ha chiesto di abbassare il finestrino, nonostante l'aria condizionata, solo per sentire il profumo della terra appena arata che proveniva dai campi.
Quando arrivammo, la riconobbe quasi prima ancora di vederla: le colline, il fiume che scorreva placido tra i campi e, infine, la casa dove aveva vissuto fino a dieci anni, ancora in piedi, forse modificata in qualche dettaglio, ma essenzialmente identica a quella che ricordava. Accostai l'auto a lato della strada senza che nessuno dei due lo chiedesse.
I primi ricordi indimenticabili gli tornarono alla mente tutti in una volta, non uno dopo l'altro, come mi raccontò in seguito, come era successo la prima sera dopo aver rivisto Blue al minimarket, ma in un'unica ondata che gli illuminò gli occhi di una gioia che non vedevo da mesi. Scese dall'auto senza il mio aiuto, il bastone che affondava leggermente nella terra soffice del marciapiede, e rimase lì immobile per quello che gli sembrò un tempo lunghissimo.
Rimanemmo lì fino al tramonto, perlopiù in silenzio. Giovanni sedeva su una bassa roccia, guardando la casa, senza mai avvicinarsi oltre un certo punto, come se un ricordo fosse più prezioso se conservato a distanza. A un certo punto, una donna uscì dalla casa, ignara di essere osservata, e Giovanni la seguì con lo sguardo, come si fa con qualcosa di sacro.
Alla fine della giornata, dopo cena in un piccolo ristorante del paese, Giovanni si guardò intorno con uno sguardo strano, sospeso tra ironia e qualcosa di più profondo che non spiegò, come se ogni cartello, ogni strada gli restituisse un altro pezzo di sé, e mi disse: "Portami in una nuova casa".
Arrivammo al crepuscolo in quella soleggiata giornata di aprile, troppo tardi per ammirare il centro storico in tutto il suo splendore. La città si rivelava a frammenti: un campanile illuminato qui, una cupola che si stagliava scura contro il cielo ancora leggermente arancione più in lontananza.
La casa che avevo scelto era un'antica dimora nobiliare, celata dietro un'imponente porta di legno che dall'esterno non lasciava trasparire nulla del suo contenuto. Oltre la soglia, ci attendeva un piccolo giardino, circondato da una bassa siepe ben curata. Al centro, una vasca quadrata di marmo verde raccoglieva l'acqua in un silenzio quasi assoluto, interrotto solo dal sottile rivolo che sgorgava dalle bocche di quattro rane di pietra scolpite, una per lato, ciascuna rivolta verso un angolo diverso del giardino, quasi a fargli da guardiane. Ai lati dell'ingresso, due grandi vasi di terracotta fiorentina sorreggevano due limoni, le cui foglie luccicanti catturavano gli ultimi raggi di sole. Rimanemmo in silenzio, ad ascoltare quel filo d'acqua, l'unico suono in quello spazio raccolto, prima di entrare.

