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Come Una Preghiera
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Lo squillo imperioso del telefono rompe il silenzio, e poi odo i passi frettolosi della signora Salomè che si precipitano giù per le scale, scivolano di corsa sulle piastrelle del pavimento e finalmente giungono a destinazione, come arguisco dal rumore del ricevitore che viene sollevato. In seguito, il tintinnio delle posate sulla tavola apparecchiata raggiunge le orecchie di Tomas, organi stanchi ma sicuramente più svegli del suo olfatto quasi perduto. Ma forse lui è venuto in cucina perché ha sentito l’odore del pesce.
Il ragazzo riposa. Mastico con cura il mio cibo. Quel gusto fresco di mare mi delizia il palato, ma poi mi sento una spina tra i denti e l’incanto svanisce… La signora Salomè sparecchia la tavola. Mi avverte, in modo molto formale, che oggi deve andare a casa prima a causa di un problema domestico, e che non verrà per un paio di giorni. Annuisco col capo, senza parlare.
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Apro il trittico, dopo aver analizzato con minuzia l’immagine della Fine del Mondo. Lo sguardo mi cade sul lato destro, pieno di illustrazioni complesse. L'inferno è davvero un posto così pieno di grida? mi chiedo. È forse un urlo infinito che esplode nel cervello e nelle viscere e ci spinge a fare i conti con i nostri peccati? Oppure questi strumenti musicali raffigurati nel dipinto sono muti, e il silenzio infernale è la vera punizione degli eretici? L'inferno non è il dolce ululato del silenzio, questo è certo, ma un torrente di grida disperate che si levano per piegare l'anima. Ecco perché quest’anima perduta è incastrata nelle corde dell'arpa, ed ecco il motivo per cui quest’altra viene inglobata nel liuto gigante.
Allora, mi soffermo sui miei peccati. Scruto questo triste sodomita impalato da un flauto come emblema di una lunga stirpe di peccatori, ed è come se avessi sentito in me il loro tormento, come se in qualche maniera oscura il dolore immaginario di queste anime in pena si fosse incarnato nel mio intestino perverso e mi ricordasse l'orrore del mio peccato. Contemplo l'uomo che si abbraccia a un maiale con in testa un velo di monaca, ed è come se l’artista avesse ritratto me, poiché sento il feticcio degli osceni sussurri ruminarmi accanto e riversarsi dentro la mia carne. Chiudo con orrore le porte di questo terribile mondo spirituale e subito ritorno nel mondo reale, che mi rimanda l’immagine di un universo terreno ancora più mostruoso. Sei pieno di peccato, mondo. Proteggici, Dio. Salvami, Dio. E poi mi preparo per la messa.
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Ave, Maria piena di Grazia.
“Ho peccato, padre”.
“ Dimmi i tuoi peccati, figlia”.
“Ho avuto pensieri di lussuria. Ieri sera l'ho visto mezzo nudo e ho desiderato il suo corpo, lo bramavo con una voglia matta. È un peccato molto grave, padre?”
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Il prete ascolta e reprime un sospiro di complicità. È la solita storia di ogni peccatore, cambia solo per qualche leggera sfumatura. Si chiama Desiderio. Il desiderio peccaminoso e ripugnante.
Padre Misael, alla fine di ogni confessione, che lui giudica con rigore e clemenza, e dopo aver confortato la pecorella con dolcezza, come sta facendo in questo momento, e dopo avere scavato a fondo nella pochezza dell’anima che si concede a Dio, e dopo averla ricongiunta al Signore, recita le preghiere canoniche a Dio Padre misericordioso, che ha riaperto le porte del Paradiso al mondo mediante la morte e risurrezione di suo Figlio e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati.
“Oh Signore, per merito della sua parola, e per il mistero della Nostra madre Chiesa, concedici perdono e pace. Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
E nel confessionale si alza un Amen denso di sollievo.
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Mi metto seduto dietro la testata del letto e stringo la bottiglia di acqua di colonia con cui mi disinfetto le mani. Ne ho spruzzato un po’ sul viso del ragazzo e mi sembra di percepire un battito di ciglia, subito soffocato dalla febbre alta. Il ragazzo scotta. Certo, ma sono convinto che bruci per altri motivi. Dormi figlio, mi prenderò io cura di te.
La mattina dopo mi alzo, e noto che le medicine hanno fatto il loro lavoro. Mi strofino ancora una volta le mani col disinfettante e mi lavo i piedi con del bagnoschiuma.. Mi sento più ottimista del giorno prima.
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Loda l'acqua santa della tuberosa che si è diffusa sul tuo corpo. Riposa, che domani ti alzi e cammini.
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Deliro, da quando ho osservato da vicino il volto della bestia, e questo può succedere solo nei sogni. Dev’essere la febbre. La sua melma inonda il mio corpo. Sento il fetore del suo alito e non ho la forza di urlare, solo il coraggio di sputare sul suo viso, e non con la saliva, ma con uno sguardo di disgusto e orrore. Piango, come è normale nei momenti di orrore, e imploro il Cielo, come fa un normale credente. Ricaccia la bestia nell'inferno, Signore! Proteggimi. Abbi cura di me, Signore. Sii il mio rifugio. Tu, Signore, sei il mio pastore. Con te non mi mancherà nulla. Niente e nessuno potrà farmi del male.
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Il giovane finalmente dorme, questa volta senza incubi, per la prima volta dopo lo scoppio della febbre. Il sacerdote, nella sua stanza, sta per cambiare l’abito talare con un abito da casa. Si spoglia e contempla il suo corpo davanti allo specchio. I peli convergono nel pube come un mulinello proveniente dalle cosce e dall'ombelico, e circondano il bacino raggiungendo la base del pene, che gradualmente, si alza in una potente erezione. “Liberami dal peccato, Signore! —implora lui, senza successo—. Il desiderio della carne è più grande della mia capacità di astinenza!” Ma, improvvisamente, si sente invaso da un impulso, da una tempesta innaturale che allarga il suo petto in segno di soddisfazione e deprime il flusso di sangue che la natura ha spinto verso il suo pene. Grazie a Dio! Indossa il pigiama e s’inginocchia ai piedi del letto.
“Grazie, Dio! —mormora dentro di sé, con le lacrime agli occhi—. Oggi i miei occhi riposeranno sereni”.
Le sue orecchie sono tese nel profondo silenzio della notte tranquilla. Dio sembra averlo ascoltato. Almeno questo è ciò a cui padre Misael si ostina a credere.
MARTEDI e MERCOLEDI
Fragranza e fetore
…venga il tuo regno…
Si spande nell’aria come una nube di vapore, poi si estingue e poi, come in un gioco, torna a farsi sentire, e infine mi stuzzica l’olfatto godendo del piacere della sua invisibilità. Aspiro con gioia il profumo e sento i muscoli del mio viso rilassarsi, per quell’attimo di gioia. Mi sazio dell’aria profumata che si infiltra nelle mie narici, l’aspiro più a fondo con voluttà e mi perdo nella fragranza dei fiori. Quando apro gli occhi, il volto del ragazzo accanto a me mi riporta alla realtà delle mie abluzioni mattutine e, quando lo saluto, mi accorgo con piacere che sta meglio dalle sue guance rosee e profumate, che fanno da contrasto al puzzo del mio alito di prima mattina.
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Lascio che il ragazzo continui a riposare, e mi appresto a officiare la messa da solo. Questa volta ho sopportato con più leggerezza la sua assenza e ho tollerato con meno affanno il movimento orizzontale dell’incenso che mi ha coperto la pelle del profumo di resina. Ora lui se ne sta comodo sulla poltrona, e si soffia il naso in un fazzoletto color kaki che si colora di strani disegni in movimento, fino a riempirsi del tutto. Esco in strada, diretto al mercato.
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Malecon è deserta. Sento l’odore di acqua dolce del fiume che si mescola al tenue profumo delle palme sulla riva. La passeggiata sul suo greto è piacevole. Il vicolo invece mi accoglie con l'aroma di birra appena stappata e il fetore rancido dell’urina sparsa negli angoli bui, quasi fosse il puzzo di una nuova pestilenza. Ho accelerato il passo mentre, con la coda dell’occhio, davo uno sguardo all’insegna del nuovo negozio scritta a lettere maiuscole e in corsivo. Un luogo di perdizione, Signore, e nel mio vicolo preferito!
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Il mercato è un turbinio di odori. Legumi ed erbe, cereali e molluschi, cibi e frutta lavorati diffondono per l’aria una vasta gamma di profumi che solleticano l'olfatto. Il mio corpo quasi mi costringe a recarmi alla bancarella delle spezie, che subito mi avvolgono con le loro essenze di cannella, cumino, chiodi di garofano e peperoncino. Le pago con alcune monete che Isaac, il venditore, un uomo solitario con la faccia gonfia e sanguigna, accetta con gratitudine..
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Ho tagliato il branzino a fette larghe e spesse che prima immergo in acqua e poi sfiletto, condendolo con sale e limone. Lascio il tutto a marinare e lo sistemo in un piatto di porcellana. L'aroma è appetitoso e forte, tanto che Tomas ha lasciato il suo quartiere di battaglia quotidiano per vegliare su di me con la sua lingua affamata fermo sulla soglia della cucina, quasi a confutare il mio scetticismo nelle sue capacità olfattorie. Macino le palline di pepe, i bastoncini di cannella, i chiodi di garofano e il cumino. Vi metto l'aceto. Quando affetto le cipolle e le trito, per aggiungere al composto il loro dolce sapore, mi lacrimano gli occhi. Un velo di sherry, copro e lascio sobbollire il pesce sul fuoco.
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Ho implorato ancora una volta il perdono divino. Mi pento di aver peccato nel pensiero e nelle parole, nelle azioni e nelle omissioni. Signore, grazie per aver concesso a questo povero peccatore di ritrovare la retta via e di essere tornato a te.
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Sono lì, ballano di gioia nel marciume. Incantati dalla lascivia. La lussuria è soddisfatta nel fango del godimento carnale e della concupiscenza. I piaceri proibiti sono sublimati nei pesci orrendi, nelle conchiglie abissali, in quella turpe marmaglia. Capre, dromedari, cavalli e uccelli eccitati a quella vista approvano la dissolutezza. Tutto lo spazio intorno puzza di peccato, di lussuria. Corrompono l'ambiente con una piaga che emana dal lato più oscuro del nostro essere.
Smetto di guardare il dipinto e cerco di riposare qualche minuto, prima che le campane suonino.
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Sto per andare a messa con i muscoli completamente indolenziti. Bevo due bicchieri d'acqua che attenuano un po’ il mio mal di fegato, o almeno così credo e spero. Indosso la tonaca. Ora mi sento più pulito.
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Il ragazzo mi fa una domanda che sul momento mi lascia senza fiato. Taccio e indietreggio, fino a crollare sul divano. Lo incoraggio a sedersi accanto a me. Mentre mi è vicino riesco perfino a controllare i miei gesti e a nascondere la loro vera natura, deciso a non trasgredire questa volta. Gli sistemo con cura dietro l’orecchio un ciuffo di capelli scappato sulla fronte. Sento che aspetta con ansia la mia risposta. Cerco di non deluderlo e gli dico che Dio è un essere buono e misericordioso ma che non ha una forma fisica e di certo non possiamo immaginarlo come se fosse un uomo in carne e ossa, ma questa risposta che sa di banale catechismo non lo soddisfa. Mi mostro forte. Dico la verità, che dobbiamo amare Dio nella sua essenza e credere in lui come atto di Fede. Mi risponde, con un’espressione abbattuta e afflitta, che Dio è complicato.
Oh Signore, ho solo questa vita per respirare il suo dolce odore di muschio che mi riempie il naso, quando mi alzo dal divano! Lo chiamo. Lui si gira con uno sguardo luminoso, con quella innocenza che mi tormenta e che mi spinge ad afferrargli le guance e soddisfare i miei istinti. Chiedo aiuto al Signore, che può fare tutto, e poi, con rinnovato coraggio, accompagno il ragazzo nella mia stanza. Gli dico che devo rivelargli un segreto. Che ho visto Dio. E che posso mostrarlo anche a lui.
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Dio non è piccolo, anche se così può sembrare ad occhio nudo. Se ne sta nascosto, per avere una visione più ampia del mondo, tutto qui. Lui, si sa, è onnipresente. Se ne sta seduto sul suo trono, con la testa coronata da una tiara e il libro sacro che poggia sulle sue gambe. Sulle spalle porta un lungo mantello imperiale. Ora posso vederlo anch’io, mentre padre Misael mi mostra questo strano dipinto. L'oscurità che traspare dal quadro mi fa paura. Ma resisto. Lì sull’orizzonte, in mezzo a questa nebbia che rende opaco il cielo racchiuso nella palla di vetro, c'è Dio, e posso vederlo. Adesso so com’è. E vedo il suo sorriso.
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Mi preparo per andare a dormire con il profumo della sua nuca ancora dentro di me. Abbiamo pregato insieme, corpo a corpo, e abbiamo chiesto a Dio di non farci mai allontanare dalla retta via, e di poter seguire con letizia i suoi insegnamenti. C'è qualcosa di carico nell'ambiente che mi impedisce di respirare normalmente. Sento l'assurda premonizione che sto per cadere in un incubo da cui non sarò in grado di svegliarmi. Fuori, ha cominciato a piovere, dolcemente.
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La mattinata è gelida. La pioggia ha raffreddato l’aria. Ho dormito in pace, in pace con il mio spirito e accolto dall'infinita misericordia di Dio. Sono felice di constatare che gli incubi hanno finito di torturami nei sogni e mi hanno concesso una tregua. Non sono così ottimista da sperare che mi lasceranno in pace per sempre, però. Una parte di me sa che emergerò vincitore da questa battaglia col demonio, ma un'altra, la più fragile, mi mostra l'orrore della mia inevitabile sconfitta, perché in ogni momento la mia mente soccombe alla tentazione e ogni parte del mio corpo viola gli insegnamenti che fortificano l’ anima
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Ho deciso di fare un bagno. Mi sento sporco, e non solo a causa delle mie ascelle sudate, ma per i pensieri lubrichi che covo dentro. Prima di salire sull'altare devo essere purificato. Una bella doccia fredda mi aiuterà a raffreddare i miei istinti, e mi accingo ad insaponarmi. Risciacquo anche l'anima con la preghiera.
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L’autunno si avvicina e le sue avvisaglie sono già nell’aria. Chiunque può sentirle, ma sono soprattutto gli animali ad accorgersene, a causa dei loro sensi affinati dalla natura. Quindi Tomas, contrariamente a quanto pensa il ragazzo, ne riconosce i segni meglio di chiunque altro. Ne aspira l’indecifrabile aroma che si spande sul terreno dietro il mandorlo. Ecco perché marca frequentemente il suo territorio. Capisce che l’estate è sul finire dalle macchie di umidità alle radici dell’albero. L’autunno emerge dalle profondità della terra e inonda il mondo con la sua essenza.
Gli antichi affermavano che il petricore era il sangue degli dei, l'essenza che scorreva nelle sue vene. Oggi non è altro che un odore strano che di tanto in tanto, in quel breve attimo che riusciamo a percepirlo, ci provoca quasi un leggero fastidio, senza renderci conto che è ed è sempre stato, dalla notte dei tempi, il vero sudore di Madre Terra, la sua vera essenza che scaturisce dalle profondità degli abissi.
Ma Tomas lo capisce. Il suo naso non si è consumato al punto che il mondo gli è indifferente. Sa ancora riconoscere gli odori. Qualcosa gli è rimasto, della sua lunga vita da cane. Per questo improvvisamente smette di urinare sotto il mandorlo e si ferma in atteggiamento di punta, come non faceva da tempo, sulle foglie bagnate che formano un tappeto naturale. Il suo olfatto ha percepito l’aroma quasi mistico del cambiamento di stagione. E si mostra grato alla nuvola che si allontana facendo spazio al sole, permettendogli di riceverne i raggi luminosi sul corpo.
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Al mercato ho incontrato un vecchio amico. Abbiamo fatto quattro chiacchiere. E’ stato bello, ma è durato troppo poco.
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La signora Salomè è arrivata mentre ero fuori. Mi spiega, per giustificarsi, le sue difficoltà. Le dico di non preoccuparsi, che capisco la situazione, e di prendersi una settimana di ferie. Lei insiste per prepararmi il pranzo di oggi come ricompensa per la mia comprensione. La lascio fare. Mentre lei cucina mi chiudo nella mia stanza e tiro fuori dal suo nascondiglio segreto una bottiglia di vino. Comincio a bere, a lunghi sorsi.
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Ho bevuto la bottiglia per metà e la lascio in bella vista sul comodino. Il vino ingerito mi provoca una leggera sensazione di vertigine che forse potrei eliminare con una tazza di caffè. Imploro una mezz’ora di tempo per farmi una doccia, ma la signora Salomè mi dice che il pranzo è in tavola. Ho inghiottito la zuppa con un leggero mal di stomaco. Il suo calore però, un po’ attenua quel senso di vuoto, e quella pessima sensazione di amaro causato dal bere. Mi alzo dal tavolo mentre il ragazzo sta ancora mangiando e mi rintano in camera mia con una gran voglia di dormire.
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Ho aperto gli occhi, e la prima immagine che vedo è quella del mondo. La mia ubriachezza non è adatta per scrutare le luride delizie del tuo giardino, Signore. Immagino il corpo nudo del ragazzo con vera lussuria e poi ripiombo nel sonno. Quando mi sono svegliato ho notato che la tavola destra del trittico era spostata. Ho capito che qualcuno è entrato in stanza, mentre dormivo, e che si è messo a guardare il dipinto. Alla signora Salome è vietato entrare nella camera da letto e finora mi ha sempre obbedito, quindi il mio unico sospetto ricade sulla curiosità del ragazzo. Non mi arrabbio, ma non mi piace nemmeno la sua intrusione. Poi, sento il rivolo pastoso che mi ha macchiato le mutande durante il sonno.
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Oggi c’era meno gente in chiesa, rispetto a ieri. Per dispetto, la mia omelia è stata più lunga.
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L'ultimo libro della Bibbia annuncia un inferno pieno di fuoco e zolfo, come condanna per coloro che trasgrediscono agli insegnamenti del Signore. Un inferno di tufo e di vapori puzzolenti sarebbe un tormento insopportabile anche per un’ anima qualsiasi, immune alle tentazioni del corpo. Vado in bagno, e defeco con difficoltà e dolore. Il mio sfintere espelle una nuvola di gas, che, uscendo, fa un rumore acuto. Puzza, e sulla scia del miasma mi soffermo a immaginare come deve essere l’inferno mefitico e saturo di effluvi fetidi, di cui parla la Bibbia. Ma il solo odore del mio peto mi dà la nausea. Socchiudo la porta per far circolare l’aria e disperdere i miasmi dei miei escrementi, quel fetore acido che è uscito dal mio corpo.
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Tomas mi annusa una gamba, sicuramente ha notato l'odore di bagnoschiuma sulla mia pelle, dopo il bagno. Inizia a grugnire di brutto. Mi afferra per la stoffa dei calzoni del pigiama e me li strappa, dopo averli imbrattati di saliva. Cane cattivo. Ora lo vedo allontanarsi, fiero della sua cattiveria Mi tolgo la vestaglia e mi ritrovo nudo davanti allo specchio. Non posso resistere a farmi una carezza sul pube, accanto ai testicoli. Un brivido di eccitazione mi scuote. Il mio pene va in erezione e diventa viola. A quella vista mi allontano dallo specchio, con orrore. Prendo un altro pigiama e mi impongo di pensare ad altro.
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Il sinedrio dei sensi accoglie con favore la proposta di tradire l'anima.
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Gli tolgo la camicia con una serenità che sento estranea. Eppure sono mie, le mani che lo stanno spogliando. Lo giro, e sollevo il suo sedere verso la mia faccia, arrossendo di piacere. Gli accarezzo la schiena che sicuramente gli brucerà per il contatto pungente col mentolo. I suoi polmoni possono già sentirlo, ne sono sicuro, perché le mie mani si raffreddano, mentre lo accarezzo. Contemplo per l'ultima volta il suo culo perfetto da giovane maschio alpha. Lo giro con la faccia verso di me. Prendo ad accarezzarlo anche sui magnifici pettorali e godo al vedere i suoi timidi capezzoli ergersi senza paura. Il forte aroma di eucalipto m’invade.
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Stamattina dormono l’uno vicino all’altro sul letto, al rumore della pioggia che scroscia e invade la strada. Stanotte padre Misael non ha subìto l’incubo della lama del coltello, né il giovane Manuel quello della bestia. Forse, se ne sono liberati per sempre.
Ormai, è l’alba di un nuovo giorno. La pioggia porta via con sé tutti i fetori del vicolo del biliardo, e li raggruppa in fondo, ai lati del marciapiede. L'acquazzone ripulisce anche l'antico albero nel cortile. Qualcuno ancora crede che, durante la stagione delle piogge, è Dio che piange su tutti i peccati dell’umanità. Ma forse l’immagine più calzante non è quella lirica della pioggia di lacrime divine, bensì quella di uno scroscio di urina fetida che si abbatte su di noi, proprio come quella che sta facendo Tom in questo momento ai piedi del vecchio mandorlo.
Lacrime o urina che sia è sempre acqua, e piomba sul mondo direttamente dallo spirito di Dio.
GIOVEDI
Caldo e freddo
…sia fatta la tua volontà, come in cielo e così in terra.
Sono scosso da una scarica di eccitazione che mi parte dalla nuca e lentamente s’irradia per tutta la schiena. I miei tendini si svegliano e mi costringono ad allungarmi per tutta la lunghezza del mio corpo, nel piacevole dolore che si consuma fisiologicamente nelle mutande. Mi rendo conto di come il pene si stia lentamente ritirando, ormai sazio del piacere convulso del mio orgasmo, mentre nell’ anima mi si scava un intollerabile senso di vuoto.
Un freddo alito di vento penetra nella stanza attraverso la finestra aperta, e fa oscillare le tende con un sommesso ululare. Posso vedere il velluto che si appiattisce contro il muro e poi va a sbattere contro il vetro della finestra e la cornice di legno d’abete. Sento la brezza scivolare e nascondersi tra le mie ascelle, scuotermi la pelle in una scarica di minuscole raffiche che mi fanno drizzare tutti i peli del corpo. Così sia. Mi tolgo le mutande imbrattate del mio seme. Mi alzo e prego per la debolezza della mia carne.
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Il caffè troppo caldo non mi attira. Preferisco bere a piccoli sorsi del succo di pesca. Il ragazzo mi racconta una barzelletta sporca, ma non oso rimproverarlo. Lo guardo e gli faccio un sorriso tirato. Anche oggi non mi ha accompagnato alla Messa e mi mancava così tanto, specialmente quando il vescovo Pio ha benedetto gli astanti. Lo guardo e rimango ammirato dai suoi lineamenti, dal suo aspetto spensierato, dai capelli arruffati del mattino. Mi alzo dal tavolo frettolosamente, cercando di dirigere altrove i miei occhi che sono puntati su di lui ancora e ancora e ancora.
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Mi è venuta la febbre. Oggi resterò a casa e non mi occuperò dei miei parrocchiani, che si stanno preparando per il Venerdì Santo. Farò solo cose semplici, mettendo da parte tutti gli altri impegni, come mi ha prescritto il medico. Il ragazzo mi ha preparato un the, con cui prendo le medicine. Quando mi volto, riesco a percepire il movimento dei suoi glutei in uno swing provocatorio. Mi arrendo al sonno.
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Quando mi sveglio vedo il viso del ragazzo. E’ rimasto con me per tutto il tempo che ho avuto la febbre. Mi informa che ha preparato il pranzo e conforta il mio corpo con una zuppa calda, insistendo per imboccarmi, cucchiaio dopo cucchiaio.
Poi arriva un momento antipatico. Lo rimprovero per aver esaminato il quadro di nascosto e lui mi risponde che voleva capire cosa mostrava realmente quel dipinto. Gli dico che non ho intenzione di mortificare la sua curiosità, ma che deve sempre chiedere il permesso a un superiore, prima di fare o guardare cose per le quali potrebbe non essere pronto. Lui risponde che si sente abbastanza pronto e mi implora di guardare il dipinto insieme e aiutarlo a capire. Dopo una lunga tiritera di suppliche e rifiuti, cedo alla richiesta e gli permetto di aprire il trittico davanti a me. Mentre lo guarda, il suo volto esprime un’enorme meraviglia.
“È bello —dice— ma al tempo stesso è orribile”.
“Rappresenta la nostra anima”. mormoro tra me e me, come se pensassi ad alta voce.
Sono ancora intontito dalla febbre. Al momento voglio solo allontanarmi dal ragazzo, gridargli di lasciare la mia stanza e sparire per sempre, che Dio mi ha rivelato che è un emissario del diavolo. Il desiderio di scomunicarlo dalla mia vita mi invade. Cedo al penoso pensiero che invece farò il contrario, perché mi alzo e gli metto una mano sulla spalla e la stringo in un abbraccio pieno di passione.
“Quello che stai guardando qui rappresenta il paradiso, questo l’inferno, e questo —gli spiego dolcemente, indicandogli la parte centrale del trittico— è il Giudizio Universale. Per ora ti basti questo, la prossima volta lo analizzeremo punto per punto”.
Il mio corpo non resiste all'impulso e lo bacio sulla guancia mentre spingo la mano verso la parte bassa della sua schiena. Inaspettatamente, non si sottrae a me. Anzi, mi chiede di benedirlo.