banner banner banner
Una Moglie Per Collin
Una Moglie Per Collin
Оценить:
Рейтинг: 0

Полная версия:

Una Moglie Per Collin

скачать книгу бесплатно

Una Moglie Per Collin
Shanae S. Johnson

Charlotte Lee sa che non ci si può aspettare alcun romanticismo da un matrimonio di convenienza. Finché non comincia ad innamorarsi...

UNA MOGLIE PER COLLIN

INDICE

Capitolo 1 (#ud1c7522f-9a13-5283-ad19-add392a30f89)

Capitolo 2 (#u0423cd4a-c544-5f81-a12f-a2d8a61860ac)

Capitolo 3 (#ue4d270ec-0f2e-5918-902b-b26b74c2dc69)

Capitolo 4 (#ude92bca4-e335-5156-bc40-e3025d4bc1d8)

Capitolo 5 (#u825f6baa-fa3f-5a0b-a78a-833d09b78350)

Capitolo 6 (#u934793aa-98df-5e8d-9006-772ddcfb8992)

Capitolo 7 (#ubd7197b6-81fb-5ae0-bb51-a96b13994d8a)

Capitolo 8 (#u2c374f54-979a-58f8-a9c9-561d499c1f04)

Capitolo 9 (#u60334cab-9f08-5f01-830f-491ea606e138)

Capitolo 10 (#ud25a77d1-453f-5677-9e68-4ffa019b0414)

Capitolo 11 (#u488f21e2-4d19-562d-a915-7d801a82c041)

Capitolo 12 (#ua51398c3-8920-5e40-ba71-a21019eb9c21)

Capitolo 13 (#u789085d0-97d1-5f6d-b4ec-92f1d1029fa4)

Capitolo 14 (#u27ec1989-3488-5235-ac70-1222cab692b8)

Capitolo 15 (#u0481d4c0-8800-54a3-ba6b-1e818151b280)

Capitolo 16 (#ufa9461ad-3019-5031-a87b-ed3e2f86066c)

Capitolo 17 (#ub8958fcd-1ae6-54bf-a551-a6ffabe57660)

Capitolo 18 (#u64cf772b-b020-55ff-ad5c-f4b01b31e330)

Capitolo 19 (#u989c941e-ee2a-5512-9423-7cb52947c74a)

Capitolo 20 (#uadaaf5e9-83da-59a9-8951-3b00b33762da)

Capitolo 21 (#ue63b19aa-3dc9-5aeb-b944-db8d97fa4b6f)

Capitolo 22 (#u2141bf4f-fd6e-5b9c-9f17-3e876783ffc4)

Capitolo 23 (#uf37eb102-4d19-54a3-84f0-f024d2fdd039)

CAPITOLO UNO

"Penso sia pronto a chiedere la tua mano" dichiarò la rossa con aria sognante,

I capelli biondo fragola le incorniciavano dolcemente il viso con riccioli leggeri e delicati come il bacio di un amante. I suoi occhi verdi da cerbiatta erano colmi di speranza e anticipazione.

"Sei fuori di testa?" esclamò l'altra rossa, fissandola incredula.

I suoi capelli erano lisci e il loro era il classico rosso che si immagina quando si pensa ad una rossa, profondo, vibrante, più simile a quello di una mela che di una fragola. Gli occhi invece erano esattamente della stessa tonalità di verde.

"Siamo usciti insieme solo due volte. E la prima volta mi sono resa conto solo alla fine che si trattava di un appuntamento" disse, sul viso un’espressione più incredula che entusiasta.

"Il terzo appuntamento sarà la cena con la famiglia. Sai bene cosa significa" disse una terza rossa, i cui capelli cortissimi erano della tonalità più scura di rosso. Un castano ramato, che sfiorava i toni del marrone, ma che era tutt'altro che scialbo.

Charlotte Lee guardò il proprio riflesso nella finestra della cucina. Era facile riconoscersi: era la ragazza dai capelli castano topo in mezzo a quelle rosse vivaci, alte, statuarie e dalla carnagione di porcellana. La pelle abbronzata di Charlotte non era un prodotto del sole, piuttosto un dono di suo padre, che l'aveva portato con sé da Shanghai dove aveva frequentato l'università.

"Questo non è un appuntamento" disse quella dai capelli rosso classico. Eliza Bennett alzò gli occhi a cielo, torreggiando sulla testa delle sue sorelle. Un gesto rivolto esclusivamente a Charlotte, come se la sua migliore amica fosse l'unica in grado di comprenderla.

"Vuoi spiegarglielo tu, Charlie?"

Charlotte non si preoccupò di risponderle, perchè sapeva bene che la domanda era puramente retorica. Nemmeno un secondo dopo, Eliza lo confermò fornendo ella stessa la risposta.

"Quale uomo sano di mente chiederebbe la mano di una donna che sta chiaramente cercando di spingerlo al matrimonio?"

Giusta osservazione, pensò Charlotte, chiedendosi anche se quella di Eliza fosse un'altra domanda retorica e se fosse solo una battuta ironica. L'inglese non era mai stato il suo forte a scuola. Il suo interesse era più rivolto al programma di zootecnia del dopo scuola, al quale partecipavano i bambini i cui genitori lavoravano tutto il giorno. I genitori di Charlotte non lavoravano tutto il giorno, o, almeno, lei non pensava che lo facessero. Non riusciva propria ad immaginare che, in paradiso, le anime dovessero lavorare. Qui sulla terra, Charlotte preferiva lavorare con gli animali della fattoria ogni giorno dopo le lezioni, piuttosto che tornare a casa della zia, dove le veniva costantemente ricordato di essere un peso indesiderato e sgradito.

"Collin è venuto semplicemente a parlare d'affari con papà" disse Eliza come per decretare la fine di quella conversazione.

Le ragazze scrutarono dietro l'angolo della cucina che conduceva nella sala da pranzo, dove il muscoloso John Bennett sedeva di fronte all'alto e allampanato Collin Hunsford. Mr. Bennett sorseggiava il suo caffè, sfogliando il giornale. Collin guardava fuori dalla finestra, là dove il prezioso cavallo da corsa dei Bennetts era intento a pascolare. Da quando era arrivato, i due uomini non si erano scambiati una parola.

Il giovane sollevò di scatto lo sguardo e, con una rapida piroetta, le tre sorelle Bennett si tirarono indietro per non farsi vedere. Charlotte tuttavia perse il ritmo e restò lì, immobile, sotto i penetranti occhi blu di Collin. D'altra parte, era tutta la vita che sapeva di avere due piedi sinistri: le sarebbe risultato impossibile piroettare su se stessa senza finire a terra. Inoltre, non avrebbe potuto sollevarsi sulle dita dei piedi neanche se ci avesse provato, perché i tacchi dei suoi usurati stivali da cowboy sembravano aver messo radici nel pavimento.

Così eccola lì, pietrificata, sotto lo sguardo di Collin.

Collin Hunsford aveva quel tipo di sguardo che andava ben al di là dell'apparenza, ma puntava dritto al problema. A differenza di tutti gli altri ragazzi con cui era cresciuta, Collin non pretendeva che gli altri tacessero per essere ascoltato. Parlava solo se interrogato e rispondeva solo se sapeva cosa dire. Diversamente, la sua attenzione era interamente focalizzata sugli animali che aveva in cura.

Charlotte aveva trascorso buona parte del dopo scuola ad osservarlo per capire qualcosa di lui, anche se Collin non le aveva mai rivolto una seconda occhiata. Come d'altra parte faceva la maggior parte dei ragazzi.

Anche in quel momento, i suoi occhi scivolarono su di lei come se fosse invisibile. Cercava Eliza, senza dubbio. Nessuna meraviglia, dal momento che era proprio lei che stava corteggiando.

Charlotte pensò di togliersi di mezzo, in modo che potesse vedere meglio la sua migliore amica, ma, prima che avesse il tempo di allontanarsi, lui tornò a guardare fuori dalla finestra, osservando il cavallo che pascolava all'esterno.

Forse Jane e Lydia si erano sbagliate? Possibile che Collin non fosse lì per chiedere la mano di Eliza? E ancora...quale uomo avanzava una proposta di matrimonio dopo due soli appuntamenti? Erano cose che si leggevano solo nei romanzi d'amore.

Collin sembrava molto più interessato a Lefroy. Ultimamente, il pluripremiato stallone dei Bennetts aveva avuto qualche problema con le articolazioni. Quando lo aveva cavalcato, Charlotte aveva notato che la sua andatura era più lenta e avrebbe voluto parlarne all'addestratore. Il fatto era che Bert era stato mandato in pensione proprio quel fine settimana. Il cottage dove aveva alloggiato, ai confini della proprietà, era buio e silenzioso, in attesa che mr. Bennett assumesse un nuovo addestratore.

"Qualunque sia il motivo per cui è qui, non ha niente a che fare con me" dichiarò Eliza.

"Davvero?" esclamò Lydia "Allora cos'ha nella tasca dei pantaloni?"

Tre teste rosse si affacciarono simultaneamente all'angolo in cerca di prove. Charlotte si era già allontanata, di nuovo fuori tempo. Non aveva bisogno di dare una seconda occhiata a Collin, perchè una era stata più che sufficiente per permetterle di ricordare ogni dettaglio di quell'uomo.

Era alto e magro, dai lineamenti classici che sarebbero stati belli se solo qualche volta avesse sorriso. Lo faceva raramente. Non che Charlotte contasse i suoi sorrisi o i suoi cipigli, ma c'era in lui un'intensità pacata che attirava inevitabilmente il suo sguardo. Dunque, non c'era da stupirsi se aveva notato quel rigonfiamento nella tasca dei pantaloni appena lui aveva varcato la soglia della casa dei Bennetts, dov'era stato invitato a cena.

"Fidati di me" disse Eliza "Non è come credi".

"Pensavo fossero i piedi di un uomo a far capire...bè, lo sai" disse Lydia.

"Lydia" la ammonì Jane, sulle guance un accenno di rossore.

"No, non sono i piedi" dichiarò Eliza "In realtà è il naso".

"Eliza!" sbottò Jane, ormai completamente scarlatta.

Eliza e Lydia gettarono la testa all'indietro e risero. La stessa Charlotte non potè trattenere una risatina. Jane era la sorella Bennett che si adombrava più facilmente, con quella sua mania per le buone maniere.

Era in momenti come questo che Charlotte era felice di essere stata accolta nella loro casa, che aveva sempre considerato un rifugio caldo e accogliente. L'esatto opposto del freddo appartamento della zia, dove era obbligata a stare sempre ferma e zitta. Al Bennett Ranch, aveva imparato a correre, a gridare, a cavalcare.

Mr. Bennett non aveva mai proibito ad Eliza di invitare Charlotte a passare la notte da loro. Ma al mattino, dopo una ricca colazione a base di pancake alla banana, la caricava sul suo camion e la riportava dalla zia, dove Charlotte contava i giorni, le ore, i minuti fino al successivo fine settimana, quando sarebbe tornata al ranch.

E adesso che Bert si era ritirato, sperava che quel vecchio cottage diventasse un posto tutto suo dove vivere, accanto alle persone che amava di più al mondo. Tuttavia, per realizzare il suo sogno, doveva convincere mr. Bennett di essere la candidata più idonea per il posto di addestratore, nonostante si fosse appena laureata e avesse alle spalle solo uno stage e un'esperienza di volontariato.

"Eliza, cara, sei scortese con il tuo ospite" disse Mr. Bennett, rivolgendo un sorriso a Charlotte come se fossero complici di uno scherzo. Lei ricambiò il sorriso.

Da bambina, aveva segretamente sognato che lui la adottasse e la portasse a vivere in quel ranch, dove aveva trascorso praticamente tutto il tempo dopo che Eliza aveva deciso che sarebbero diventate amiche. Poi, mr. Bennett si era reso conto che, in quanto vedovo, aveva già abbastanza da fare con tre ragazze indisciplinate. Non poteva gestirne un’altra ancora.

Ma ormai non era più una povera orfana, bensì una donna adulta con una laurea e delle qualifiche, e teneva le dita dei piedi e delle mani incrociate, nella speranza che, in qualche modo, il nepotismo facesse la sua parte quando si sarebbe proposta per il lavoro di addestratore.

"Sto aiutando Jane con la cena" rispose Eliza, dal lato opposto della cucina, dove, con grande impegno, stava aiutando il muro a stare in piedi appoggiandosi ad esso. "E non è mio ospite. Ci siamo lasciati". L'ultima frase fu solo un sussurro, ma le donne radunate in cucina lo sentirono benissimo.

"Lui lo sa, Eliza?" le chiese Jane, sfornando un fragrante arrosto circondato da patate.

"Penso di sì, dal momento che è tutta la settimana che non rispondo ai suoi messaggi e alle sue telefonate" rispose Eliza, allontanandosi dal muro per seguire il profumo dell’arrosto.

Una alla volta, le ragazze uscirono dalla cucina: prima Lydia, poi Jane, che andarono a sedersi alla fine del tavolo, quindi Eliza e infine Charlotte. Quando arrivò il suo turno, a tavola erano rimasti solo due posti liberi: uno di fronte a Collin, l'altro al suo fianco.

Ovviamente, Eliza si affrettò ad occupare quello di fronte e a lei non restò che sedersi accanto al giovane. Ancora una volta, lui non la degnò di uno sguardo mentre prendeva posto, limitandosi ad alzarsi in piedi al loro arrivo in sala. Quattro paia di occhi si posarono sulla tasca anteriore dell'uomo: sì, c'era un rigonfiamento, lì sotto.

"Stai molto bene stasera, Elizabeth" disse Collin “Proprio in forma”.

"Grazie" risposa Eliza seccamente.

"C'è qualcosa di cui vorrei parlarti" continuò lui "Pensi che potremmo...".

"Si tratta delle corse di Pemberley?" volle sapere Eliza "Ho sentito che Darcy pensa di invitare una star televisiva come attrazione. Ne hai sentito parlare anche tu, papà?"

"Non mi sembra" rispose mr. Bennett, intento ad affettare l'arrosto.

"Sai di chi potrebbe trattarsi?" chiese Lydia, fissando Collin mentre si sistemava una ciocca dietro l'orecchio.

"No, mi spiace" rispose lui, ancora in piedi. Si passò una mano sui pantaloni, sfiorando il rigonfiamento nella tasca laterale "Come stavo dicendo, Eliza...".

"Scommetto che è Carlos Bingley, l'attore di quella telenovela" dichiarò Lydia "Come si chiama, Jane?"

"Ummm...non lo ricordo". Lo sguardo di Jane era fisso sulla tasca di Collin.

"Elizabeth...ho davvero bisogno di parlare con te privatamente".

"Qualsiasi cosa tu voglia dirmi, puoi farlo davanti alla mia famiglia".

Lo sguardo di Collin si posò a turno sulle tre sorelle Bennett. Charlotte fu ancora una volta ignorata, il che era abbastanza giusto, dato che non era un membro della famiglia, anche se era stata invitata da Eliza, che l’aveva sommersa di chiamate e messaggi per tutta la settimana, proprio come si fa tra migliori amiche.

Affettando la propria porzione di arrosto, Eliza sollevò gli occhi al cielo. Era un gesto che ripeteva spesso quando pensava che nessuno la capisse. Essere incompresa, aveva spiegato a Charlotte, era il destino dei secondogeniti. Ma Charlotte non riusciva proprio a capire come l’amica potesse considerarsi incompresa, quando esprimeva sempre a voce alta le proprie convinzioni e le proprie pretese.

"D'accordo" accettò Collin.

Infilò la mano nella tasca dei pantaloni. Le ragazze trattennero il fiato...per poi emettere un gemito collettivo quando lui estrasse quella che sembrava un'arma, ma che in realtà era uno strumento per calmare i cavalli, come sapevano tutti coloro che erano cresciuti in un ranch.

"Ve l'avevo detto" dichiarò Eliza, l'espressione trionfante.

Ma Collin non aveva finito di svuotare la tasca. Un attimo dopo, tirò fuori una scatoletta.

Intorno al tavolo cadde il silenzio.

CAPITOLO DUE

Collin infilò la mano in tasca per tirare fuori l’anello, ma, invece della scatola di velluto lasciatagli dalla madre, le sue dita trovarono qualcosa di duro e freddo. Lo strumento per calmare i cavalli gli pizzicò l’indice mentre lo afferrava e lo tirava fuori dalla tasca per posarlo sul tavolo. Lo aveva usato prima di venire da Bennett, per curare uno dei pregiati stalloni del cugino Darcy.

Il purosangue aveva avuto bisogno di una radiografia e di iniezioni alle giunture. Collin aveva preferito non sedarlo con le droghe, per evitare che fosse estromesso dalla prossima gara, così aveva usato un dispositivo che, a prima vista, sembrava uno strumento di tortura, ma che, usato correttamente, rilasciava gradualmente endorfine che tranquillizzavano il cavallo. In questo modo, era riuscito a medicarlo in tempo record e senza causargli alcun danno.

Chissà se poteva utilizzarlo anche lì, al Bennett Ranch. Aveva notato i che il loro cavallo da corsa, Lefroy, zoppicava in modo sospetto e la cosa non gli era piaciuta. Gli avrebbe dato un'occhiata.

Ma non adesso. Era lì con per uno scopo preciso ed era meglio occuparsene per primo. Aveva imparato che le donne non gradivano essere considerate meno importanti dei cavalli.

Infilò di nuovo la mano in tasca ed estrasse la scatola di velluto che conteneva l'anello di fidanzamento del set di Chanel che la madre gli aveva lasciato. Quando era lei ad indossarlo, Collin aveva sempre ammirato la disposizione dei diamanti sulla banda laterale. In particolar modo quello grande al centro scintillava ogni volta che sua madre era fuori, alla luce del sole, il che non succedeva spesso.

Eliza Bennett trascorreva le giornate all’aperto, con la pioggia o con il sole. Un vantaggio per la loro unione, perchè, quando fosse diventata sua moglie, avrebbe visto di nuovo l’anello scintillare.

"Elizabeth..." iniziò. Odiava il diminutivo Eliza. Non aveva mai capito la necessità di troncare o cambiare il proprio nome "Vorrei che tu diventassi mia moglie".

La scatola si aprì con uno scatto. I diamanti brillarono sotto la luce dei lampadari. Collin notò che nella stanza era caduto il silenzio. Avrebbe dovuto usare quell'espediente durante le future riunioni di famiglia troppo chiassose, pensò. Sarebbe stato sufficiente tirare fuori la scatola di una gioielleria e tutti avrebbero smesso di parlare.

Tuttavia, anche Elizabeth aveva taciuto. Non aveva ancora risposto sì. Forse era il caso di aggiungere qualcos'altro? O doveva aspettare?

Meglio aspettare.