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( 9 21)



Non mangi nulla io le dissi, facendo uno sforzo per dissipare il vapore che mi saliva al capo rapidamente.

Anche tu.

Almeno bevi un sorso. Non riconosci questo vino?

Oh, lo riconosco.

Ti ricordi?

E ci guardammo dentro le pupille, alterati, nellevocare il ricordo damore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo chella prediligeva.

Beviamo dunque insieme, alla nostra felicit?!

Urtammo i bicchieri ed io bevvi con foga; ma ella non bagn? neppure le labbra, come presa da una ripugnanza invincibile.

Ebbene?

Non posso, Tullio.

Perch??

Non posso. Non mi forzare. Credo che anche una goccia mi farebbe male.

Ella sera coperta dun pallore cadaverico.

Ma tu ti senti male, Giuliana.

Un poco. Alziamoci. Andiamo sul balcone.

Cingendola sentii la viva mollezza del suo fianco, poich? nella mia assenza ella sera liberata del busto. Le dissi:

Vuoi stenderti sul letto? Tu ti riposerai e io ti star? accanto

No, Tullio. Sto gi? bene, vedi.

E ci fermammo sul limitare del balcone, al conspetto del cipresso. Ella sappoggi? allo stipite, e pos? una mano su la mia spalla.

Dalla sporgenza dellarchitrave, di sotto alla cimasa, pendeva un gruppo di nidi. Le rondini vi accorrevano e se ne partivano con unattivit? incessante. Ma cos? piena era la calma del giardino sottoposto, cos? ferma era la cima del cipresso innanzi a noi, che quei frulli, quei voli, quei gridi mi diedero un senso di fastidio, mi dispiacquero. Poich? tutto sattenuava, si velava, in quella luce quieta, desiderai una pausa, un lungo intervallo di silenzio, un raccoglimento, per assaporare tutta quanta la soavit? dellora e della solitudine.

Ci saranno anc?ra gli usignoli? dissi, ricordando le violente melodie vespertine.

Chi sa! Forse.

Cantavano verso sera. Non ti piacerebbe di riudirli?

Ma a che ora ripasser? Federico?

Tardi, speriamo.

Oh s?, tardi, tardi! ella esclam?, con una sincerit? daugurio cos? calda chio nebbi un fremito di gioia.

Sei felice? le domandai, cercandole negli occhi la risposta.

S?, sono felice ella rispose, abbassando i cigli.

Sai che amo te sola, che sono tutto tuo per sempre?

Lo so.

E tu ora come mi ami?

Come non potrai mai sapere, povero Tullio!

E, dicendo queste parole, ella si stacc? dallo stipite e si appoggi? tutta su me con una di quelle sue movenze indescrivibili in cui era quanto di abbandonata dolcezza la pi? feminina delle creature pu? emanare verso un uomo.

Bella! Bella!

Veramente bella appariva, illanguidita, arrendevole, molle, quasi direi fluida cos? che mi faceva pensare alla possibilit? di assorbirla a poco a poco, dimbevermene. Sul pallore del viso la massa dei capelli rilasciata sembrava che stesse per diffondersi in fiotto. I cigli le spandevano a sommo delle gote unombra che mi turbava pi? duno sguardo.

Anche tu non potrai mai sapere Se ti dicessi i pensieri folli che mi nascono dentro! ? una felicit? cos? grande che mi d? langoscia, mi d? quasi il desiderio di morire.

Morire! ella ripet? sommessamente, con un sorriso tenue.

Chi sa, Tullio, che io non ti muoia presto!

Oh, Giuliana!

Ella si sollev? diritta per guardarmi; e soggiunse:

Dimmi, che faresti tu se io ti morissi, allimprovviso?

Bambina!

Se, per esempio, domani io fossi morta?

Ma taci!

E io la presi alle tempie e incominciai a baciarla su la bocca, su le gote, su gli occhi, su la fronte, su i capelli, con baci rapidi e leggeri. Ella si lasciava baciare. Anzi, quando io mi arrestai, mormor?:

Anc?ra!

Ritorniamo nella nostra stanza io pregai, traendola.

Ella si lasciava trarre.

Anche nella nostra stanza il balcone era aperto. Entrava con la luce lodore muschiato delle rose gialle che fiorivano l? presso. Sul fondo chiaro delle tappezzerie i minuti fiori azzurri erano tanto sbiaditi che appena si vedevano. Un lembo del giardino si rifletteva nello specchio di un armario, sfondando in una lontananza chimerica. I guanti, il cappello, un braccialetto di Giuliana, posati su un tavolo, parevano aver gi? ridestata l? dentro lamorosa vita di un tempo, aver gi? diffusa unaria nuova dintimit?.

Domani, domani bisogna tornare qui; non pi? tardi io dicevo, ardendo dimpazienza, sentendo venire a me da tutte quelle cose non so quale incitazione e quale lusinga. Bisogna che domani noi dormiamo qui. Tu vuoi; non ? vero?

Domani!

Ricominciare lamore, in questa casa, in questo giardino, con questa primavera Ricominciare lamore, come se nulla ci fosse noto; ricercare a una a una le nostre carezze e trovare in ognuna un sapore nuovo, come se non le avessimo provate mai; e avere dinnanzi a noi molti giorni, molti giorni

No, no, Tullio; non si parla dellavvenire Non sai che ? un cattivo augurio? Oggi, oggi Pensa a oggi, allora che passa

Ed ella si strinse a me, perdutamente, con un ardore incredibile, serrandomi a furia di baci la bocca.

IX.

M? parso di udire i sonagli dei cavalli fece Giuliana, sollevandosi. Arriva Federico.

Ascoltammo. Ella doveva essersi ingannata.

Non ? lora? mi domand?.

S?, sono quasi le sei.

Oh, mio Dio!

Ascoltammo di nuovo. Non si udiva alcuno strepito che annunziasse la carrozza.

Ma ? meglio che tu vada a vedere, Tullio.

Uscii dalla stanza: scesi le scale. Vacillavo un poco; avevo una nebbia su gli occhi; mi sembrava che un vapore mi sinvolasse dal cervello. Per la piccola porta laterale del muro di cinta, chiamai Calisto che aveva la sua abitazione l? presso. Lo interrogai. La carrozza non si vedeva anc?ra.

Il vecchio avrebbe voluto trattenermi a discorrere.

Sai, Calisto, che torneremo qui probabilmente domani, per rimanerci? gli dissi.

Alz? le braccia verso il cielo, in segno dallegrezza.

Davvero?

Davvero. Avremo tempo di discorrere! Quando vedi la carrozza, vieni ad avvertirmi. Addio, Calisto.

E lo lasciai per rientrare. Cadendo il giorno, le rondini aumentavano i clamori. Laria sera accesa, e gli stormi veementi la fendevano luccicando.

Ebbene? mi chiese Giuliana, volgendosi dallo specchio dinnanzi a cui stava gi? per mettersi il cappello.

Nulla.

Guardami. Sono anc?ra troppo scapigliata?

No.

Ma che viso! Guardami.

Pareva veramente chella si fosse levata dalla bara, tanto era disfatta. I suoi occhi avevano un gran cerchio violaceo.

Eppure sono viva ella soggiunse; e volle sorridere.

Tu soffri?

No, Tullio. Ma gi?, non so. Mi pare di essere tutta vuota, di avere la testa vuota, le vene vuote, il cuore vuoto Tu potrai dire che tho dato tutto. Non ho lasciato per me, vedi, che appena appena unapparenza di vita

Ella sorrideva, pronunziando tali parole, stranamente; sorrideva dun sorriso tenue e sibillino che mi turbava a dentro movendo indefinite inquietudini. Troppo ero intorpidito dalla volutt?, troppo ero offuscato dallebrezza; e i moti del mio spirito erano perci? pigri, la mia conscienza era ottusa. Non mi penetrava anc?ra nessun sospetto sinistro. Pure, io la guardavo con attenzione, la esaminavo angustiato senza sapere perch?.

Ella si rivolse allo specchio, si mise il cappello; poi and? verso il tavolo, prese il braccialetto, i guanti.

Sono pronta disse.

Parve cercare qualche altro oggetto, con lo sguardo. Soggiunse:

Avevo un ombrello; ? vero?

S?, credo.

Ah, ecco: devo averlo lasciato laggi?, sul sedile, al bivio.

Andiamo a cercarlo?

Sono troppo stanca.

Vado io solo, allora.

No. Manda Calisto.

Vado io. Ti coglier? qualche ramo di lilla, un mazzo di rose muscate. Vuoi?

No. Lascia stare i fiori

Vieni qui. Siediti, intanto. Forse Federico tarder?.

Accostai al balcone una poltrona, per lei; ed ella vi si abbandon?.

Gi? che scendi mi disse guarda se il mio mantello ? da Calisto. Non sar? rimasto nella carrozza; ? vero? Ho un poco di freddo.

Rabbrividiva infatti.

Vuoi che ti chiuda il balcone?

No, no. Lasciami guardare il giardino. A questora, com? bello! Vedi? Com? bello!

Il giardino si dorava qua e l?, vagamente. Le cime fiorite degli alberi di lilla pendevano in un color paonazzo vivo; e, come il resto dei rami fioriti in una massa tra bigia e turchiniccia ondeggiava allaria, parevano i riflessi duna seta cangiante. Su la peschiera i salici di Babilonia inchinavano le loro capellature soavi; e lacqua vi traspariva col fulgore della madreperla. Quel fulgore immobile e quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori cos? delicata in quelloro morente componevano una visione maliosa, incantevole, senza realt?.

Ambedue per qualche minuto rimanemmo taciturni, in potere di quei prestigi. Una malinconia confusa minvadeva lanima; loscura disperazione che ? latente in fondo ad ogni amore umano si moveva dentro di me. Davanti a quello spettacolo ideale, la mia stanchezza fisica, il torpore de miei sensi, parevano appesantirsi. Mi occupavano il malessere, lo scontento, lindefinito rimorso che seguono la cessazione delle volutt? troppo acute e troppo lunghe. Io soffrivo.

Giuliana disse, come in un sogno:

Ecco, ora vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli pi?.

Soggiunse, rabbrividendo:

Tullio, ho freddo. Va.

Distesa nella poltrona, ella si restrinse in s? stessa come per resistere ai brividi che lassalivano. Il suo volto, specie intorno alle narici, aveva la trasparenza di certi alabastri lividicci. Ella soffriva.

Tu ti senti male, povera anima! io le dissi, accorato, con un po di sbigottimento, guardandola fiso.

Ho freddo. Va. Portami il mantello, s?bito Ti prego.

Corsi gi? da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii s?bito. Ella aveva fretta dindossarlo. Laiutai. Quando si riadagi? nella poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:

Sto bene, cos?.

Vado allora a prendere lombrello, laggi?, dove lhai lasciato?

No. Che importa?

Io aveva una strana smania di tornare laggi?, a quel vecchio sedile di pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove ella aveva pronunziate le tre parole divine: S?, anche pi?. Era una tendenza sentimentale? Era la curiosit? duna sensazione nuova? Era il fascino che esercitava su me laspetto misterioso del giardino in quellora ultima?

Vado e torno in un minuto dissi.

Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:

Giuliana!

Ella si mostr?. Ho anc?ra avanti gli occhi dellanima, evidentissima, la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa pi? alta dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio spirito, con limagine inalterabile. Come bianca, questa sera, Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?)

Ella si ritrasse; anzi meglio ? dire, per esprimere la sensazione chio nebbi: disparve. Ed io mavanzai pel viale rapidamente, non avendo la piena consapevolezza di ci? che mi spingeva. Udivo risonare i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quellagitazione cieca? Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de miei nervi. Cos? pensai. Incapace duno sforzo riflessivo, dun esame ordinato, dun raccoglimento, io ero in balia de miei nervi; su i quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni duna straordinaria intensit?, come nelle allucinazioni, Ma alcuni pensieri balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in me quel senso di perplessit? che gi? alcuni incidenti impreveduti avevano mosso. Giuliana in quel giorno non mera apparsa tale quale avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura chio conoscevo, la Giuliana duna volta. Ella non aveva assunto verso di me, in certe date circostanze le attitudini che io maspettavo. Un elemento estraneo, qualche cosa doscuro, di convulso, di eccessivo, aveva modificata, difformata la sua personalit?. Dovevano queste alterazioni attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? Sono malata, sono molto malata ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi. Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere irriconoscibile un essere umano. Ma qual era la sua malattia? Lantica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse? Insanabile? Chi sa che io non ti muoia presto! ella aveva detto, con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Pi? duna volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare in s? un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero lugubre? Un tal pensiero aveva forse accesi in lei quegli ardori cupi, quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce subitanea della felicit? aveva forse reso a lei pi? visibile e pi? terribile il fantasma che la perseguitava

Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche tra le mie braccia, in mezzo alla felicit?! pensai, con una paura che mi agghiacci? tutto e per qualche attimo mimped? di proseguire, quasi che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse presagito il vero quando aveva detto: Se, per esempio, domani io fossi morta?.

Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i cespugli imitando il frusc?o che vi avrebbero messo animali veloci nel trascorrere. Anc?ra qualche rondine dispersa gettava un grido, rombando per laria come il sasso duna fionda. Su lorizzonte occidentale la luce persisteva come il riverbero duna vasta fucina sinistra.

Giunsi fino al sedile, trovai lombrello; non mi indugiai sebbene i ricordi recenti, ancor vivi, anc?ra caldi, mi toccassero lanima. L? ella sera lasciata cadere, affievolita, vinta; l? io le avevo detto le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante: Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano; l? io avevo raccolto dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata allapice della gioia; l? io avevo bevuto le sue prime lacrime, e avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura: ? tardi, forse ? ? troppo tardi?.

Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano gi? cos? lontane! Poche ore erano trascorse e la felicit? pareva gi? dileguata! Con un altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda: ? tardi, forse? ? troppo tardi?. E la mia angoscia cresceva; e quella luce dubbia, e quella discesa tacita dellombra, e quei rumori sospetti nei cespugli gi? intenebrati, e tutte quelle parvenze ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato funesto. Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si sapesse condannata, sapesse di portare gi? dentro di s? la morte? Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando pi? nulla da me, non osando di uccidersi a un tratto con unarma o con un veleno, ella forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, lha tenuto nascosto perch? si diffondesse, perch? sapprofondisse, perch? divenisse immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco, segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi, ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora sa, ? sicura di dover soccombere; sa anche forse che lamore, la volutt?, i miei baci precipiteranno lopera. Io torno a lei per sempre; una felicit? insperata le si apre dinnanzi; ella mi ama e sa di essere immensamente amata; in un giorno, un sogno ? divenuto per noi una realt?. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca: Morire! - In confuso mi passarono dinnanzi le imagini truci che mavevano travagliato nelle due ore dattesa in quella mattina delloperazione chirurgica, quando mera parso di avere sotto gli occhi, precise come le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni prodotte dai morbi nel grembo feminile. E un altro ricordo, anche pi? lontano, mi torn? portando imagini precise: la stanza nellombra, la finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei, Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno E la voce accusatrice, la medesima voce, anche ripeteva: Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu lhai spinta a morire.

Preso da uno sgomento cieco, da una specie di p?nico, quasi che quelle imagini fossero tutte realt? indubitabili, io mi misi a correre verso la casa.

Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e dei balconi piene dombra.

Giuliana! gridai, con unambascia estrema, slanciandomi su per i gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla.

Ma che avevo? Che demenza era quella?

Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio.

Che ? accaduto? mi domand? Giuliana, sollevandosi.

Nulla, nulla Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco. Tu come stai ora?

Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani.

Ella mi tese le mani. Erano di gelo.

Sono tutta gelata, cos?

Mio Dio! Come ti sar? venuto questo freddo? Che potrei fare per riscaldarti?

Non ti prender pena, Tullio. Non ? la prima volta Mi dura ore ed ore. Non c? nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi Ma perch? tarda tanto Federico? ? quasi notte.

Ella si riabbandon? alla spalliera, come se avesse consumata tutta la sua forza in quelle parole.

Ora chiudo io dissi, volgendomi al balcone.

No, no; lascia aperto Non ? laria che mi d? questo freddo. Ho bisogno, anzi, di respirare Vieni qui, piuttosto, accanto a me. Prenditi quello sgabello.

Io minginocchiai. Ella mi pass? la sua mano gelida sul capo, con un gesto fievole, mormorando:

Povero Tullio mio!

Ma dimmi, Giuliana, amore, anima, proruppi, non potendo pi? reggere dimmi la verit?! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo della fronte, unombra che non tha lasciata mai, da che siamo qui, da che siamo felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu essere felice? Dimmi la verit?, Giuliana! Perch? vorresti ingannarmi? S?, ? vero; tu hai avuto male! tu stai male; ? vero. Ma non ? questo, no. ? unaltra cosa, che non comprendo, che non conosco Dimmi la verit?, anche se la verit? dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu singhiozzavi, io ti ho chiesto: ? troppo tardi?. E tu mi hai risposto: No, no. E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere troppo tardi per unaltra ragione? Qualche cosa potrebbe impedirti di godere questa grande felicit? che oggi s? aperta? Intendo: qualche cosa che tu sappia, che sia gi? nel tuo pensiero Dimmi la verit?!

E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili. Tutto disparve, intorno. E io dovetti chiudere le palpebre per dissipare la sensazione di terrore che quegli occhi avevano messa in me. Quanto dur? la pausa? Unora? Un secondo?

Sono malata ella disse alfine, con una lentezza angosciosa.

Ma come malata? io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio sospetto. Come malata? Da morirne?

Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi usc? intera dalle labbra, se ella la ud? intera.

Tullio, no; non volevo dire questo, no, no Volevo dire che non ? colpa mia se sono cos?, un poco strana Non ? colpa mia Bisogna che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora cos? come sono Non c? nullaltro, credi; non ti nascondo nulla Potr? guarire, poi; guarir? Tu avrai pazienza; ? vero? tu sarai buono Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi sembra; sospettoso Ti spaventi s?bito; ti fai bianco; chi sa che imagini Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio Anc?ra uno anc?ra uno Cos?. Baciami; riscaldami Ora arriva Federico.

Parlava interrottamente, un po roca, con quella intraducibile espressione, carezzevole, tenera, inquieta, chella aveva gi? avuto verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per consolarmi. Io la baciavo. Poich? la poltrona era ampia e bassa, ella che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi copr?. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto, mescolando gli aliti. E io pensavo: Se il mio alito, se il mio contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!. E facevo uno sforzo di volont? illusorio perch? la trasfusione avvenisse.

Stasera bisbigliai stasera, nel tuo letto, ti terr? meglio. Tu non tremerai pi?

S?, s?.

Vedrai come sapr? tenerti. Ti addormenter?. Mi dormirai tutta la notte sul cuore

S?.

Io ti veglier?, mi bever? il tuo fiato, ti legger? sul viso i sogni che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno

S?, s?.

Qualche notte, allora, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che voce! Tu non puoi sapere Una voce che tu non hai potuto mai intendere e che io solo ti conosco, io solo E la riudr?. Chi sa che dirai! Forse mi nominerai. Quanto ? caro latto della tua bocca mentre pronunzia lu del mio nome! Pare laccenno di un bacio Lo sai? E ti suggerir? qualche parola allorecchio, per entrare nel tuo sogno. Ti ricordi, allora, quando certe mattine indovinavo qualche cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sar? pi? dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sar? capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima





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