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Ah, perch? non caddi allora fulminato? Perch? non mi si spezz? un viscere vitale e non restai l? su la ghiaia, ai piedi della donna che nella fuga di pochi attimi maveva sollevato allapice della felicit? e maveva precipitato in un abisso di miseria?

Rispondi (Le afferrai i polsi, le scopersi la faccia, le parlai da presso; e la mia voce era cos? sorda che io medesimo appena la udivo tra il romorio del mio cervello.) rispondi: che ? questo pianto?

Ella cess? di singhiozzare, e mi guard?; e gli occhi bench? bruciati dalle lacrime, le si dilatarono esprimendo unansiet? estrema, come se mi avessero veduto morire. Io dovevo aver perduto, infatti, ogni colore di vita.

? tardi, forse? ? troppo tardi? soggiunsi, rivelando il mio pensiero terribile in quella domanda oscura.

No, no, no Tullio, non ? nulla. Tu hai potuto pensare! No, no Sono tanto debole, vedi; non sono pi? come una volta Non reggo Sono malata, tu sai; sono tanto malata. Non ho potuto resistere a quello che mi dicevi. Tu intendi M? venuto questo accesso allimprovviso ? una cosa dei nervi come una convulsione Si spasima; non si capisce pi? se si pianga di gioia o di dolore Ah, mio Dio! Vedi, mi passa Alzati, Tullio; vieni qui accanto a me.

Mi parlava con una voce affiochita anc?ra dal pianto, interrotta anc?ra da qualche singulto; mi guardava con una espressione che io riconoscevo, con una espressione chella aveva avuta gi? altre volte alla vista della mia sofferenza. Un tempo, ella non poteva vedermi soffrire. La sua sensibilit? per questo riguardo era esagerata cos? che io potevo ottener tutto da lei mostrandomi dolente. Tutto ella avrebbe fatto per allontanare da me una pena, la minima pena. Spesso allora io mi fingevo afflitto, per gioco, per agitarla, per essere consolato come un fanciullo, per avere certe carezze che mi piacevano, per muovere in lei certe grazie che adoravo. Ed ora non appariva ne suoi occhi la medesima espressione tenera e inquieta?

Vieni qui accanto a me, siediti. O vuoi che seguitiamo a girare pel giardino? Non abbiamo anc?ra veduto nulla Andiamo verso la peschiera. Voglio bagnarmi gli occhi Perch? mi guardi cos?? Che pensi? Non siamo felici? Ecco, vedi, incomincio a sentirmi bene, tanto bene. Ma avrei bisogno di bagnarmi gli occhi, il viso Che ora sar?? Sar? mezzogiorno? Federico ripasser? verso le sei. Abbiamo tempo Vuoi che andiamo?

Parlava interrottamente, anc?ra un po convulsa, con uno sforzo palese, volendo ricomporsi, riacquistare il dominio su i suoi nervi, dissipare in me qualunque ombra, apparirmi ridente e felice. La trepidazione del suo sorriso negli occhi anc?ra umidi e rosei aveva una dolcezza penosa che minteneriva. Nella sua voce, nella sua attitudine, in tutta la sua persona era questa dolcezza che minteneriva e millanguidiva dun languore un po sensuale. Mi ? impossibile definire la delicata seduzione che emanava da quella creatura su i miei sensi e sul mio spirito, in quello stato di conscienza irresoluto e confuso.

Ella pareva dirmi, mutamente: Io non potrei essere pi? dolce. Prendimi dunque, gi? che mi ami; prendimi nelle tue braccia, ma piano, senza farmi male, senza stringermi troppo forte. Oh, io mi struggo dessere accarezzata da te! Ma credo che tu potresti farmi morire!. Questa imaginazione mi aiuta un poco a rendere leffetto chella produceva su me col suo sorriso. Io le guardavo la bocca, quando ella mi disse: Perch? mi guardi cos?? Quando ella mi disse: Non siamo felici? -, io provai il cieco bisogno duna sensazione voluttuosa nella quale attutire il malessere lasciatomi dalla violenza recente. Quando ella si lev?, con un atto rapidissimo io me la presi fra le braccia e attaccai la mia bocca alla sua.

Fu un bacio di amante quello che io le diedi, un bacio lungo e profondo che agit? tutta lessenza delle nostre due vite. Ella si lasci? ricadere sul sedile, spossata.

Ah no, no, Tullio: ti prego! Non pi?, non pi?! Lasciami prima riprendere un po di forza supplic?, stendendo le mani come per tenermi discosto. Altrimenti non mi potr? pi? levare di qui Vedi, sono morta.

Ma in me era avvenuto uno straordinario fenomeno. Tale sul mio spirito quella sensazione quale su una riva un flutto gagliardo che spazzi qualunque traccia lasciando la sabbia rasa. Fu come un annullamento istantaneo; e s?bito uno stato nuovo si form? sotto linfluenza immediata delle circostanze, sotto lurgenza del sangue riacceso. Non altro pi? conobbi che questo: la donna che io desideravo era l?, dinnanzi a me, tremante, prostrata dal mio bacio, tutta mia alfine; intorno a noi fioriva un giardino solitario, memore, pieno di segreti; una segreta casa ci aspettava, di l? dagli alberi floridi, custodita dalle rondini familiari.

Credi tu che io non sarei capace di portarti? dissi, prendendole le mani, intrecciando le mie dita alle sue. Una volta eri leggera come una piuma. Ora devi essere anche pi? leggera Proviamo?

Qualche cosa doscuro pass? ne suoi occhi. Ella per un istante parve alienarsi in un suo pensiero, come chi considera e risolve rapidamente. Poi scosse il capo; e arrovesciandosi indietro e appendendosi a me con le braccia stese e ridendo (un poco della sua gengiva esangue apparve nel riso), fece:

Su, tirami su!

E alzata sabbatt? sul mio petto; e questa volta fu ella che mi baci? prima, con una specie di furia convulsa, come presa da una frenesia repentina, quasi volesse in un solo tratto estinguere una sete atrocemente patita.

Ah, sono morta! ripet?, quando ebbe distaccata la sua bocca dalla mia.

E quella bocca umida, un po gonfia, semiaperta, divenuta pi? rosea, atteggiata di languore, in quel viso cos? pallido e cos? tenue, mi diede veramente limpressione indefinibile duna cosa che sola fosse rimasta viva nella sembianza duna morta.

Bisbigli?, levando gli occhi chiusi (i lunghi cigli le tremolavano come se un sorriso esiguo di sotto alle palpebre vi stillasse), trasognata:

Sei felice?

Io la strinsi al mio cuore.

Andiamo, dunque. Portami dove vuoi. Reggimi tu un poco, Tullio, perch? le ginocchia mi si piegano

Alla nostra casa, Giuliana?

Dove vuoi

La reggevo forte alle reni con un braccio e la sospingevo. Ella era come una sonnambula. Per un tratto, rimanemmo in silenzio. Ci volgevamo a quando a quando luno verso laltra, nel tempo medesimo, per rimirarci. Ella veramente mi pareva nuova. Una piccolezza fermava la mia attenzione, mi occupava: un piccolo segno appena visibile nella sua pelle, un piccolo incavo nel labbro inferiore, la curva dei cigli, una vena della tempia, lombra che cerchiava gli occhi, il lobo dellorecchio infinitamente delicato. Il granello fosco sul collo era nascosto appena dallorlo del merletto; ma, per qualche moto che Giuliana faceva col capo, appariva talvolta e poi spariva; e la piccola vicenda incitava la mia impazienza. Ero ebro e pur tuttavia stranamente lucido. Udivo i gridi delle rondini pi? numerosi e il chioccol?o dei getti dacqua nella peschiera prossima. Sentivo la vita scorrere, il tempo fuggire. E quel sole e quei fiori e quegli odori e quei romori e tutto quel riso della primavera troppo aperto mi diedero per la terza volta un senso di ansiet? inesplicabile.

Il mio salice! esclam? Giuliana in vicinanza della peschiera, cessando di appoggiarsi a me, sollecitando il passo. Guarda, guarda com? grande! Ti ricordi? Era un ramo

E soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un accento diverso, a voce bassa:

Io lavevo gi? riveduto Tu forse non sai: io ci venni a Villalilla, quella volta.

Non trattenne un sospiro. Ma s?bito, come per dissipare lombra chella aveva messa tra noi con quelle parole, come per togliersi dalla bocca quellamarezza, si chin? a una delle cannelle, bevve qualche sorso e risollevandosi fece latto di chiedermi un bacio. Aveva il mento bagnato e le labbra fresche. Ambedue, taciti, in quella stretta risolvemmo daffrettare levento omai necessario, la ricongiunzione suprema che tutte le nostre fibre chiedevano. Quando ci distaccammo, ambedue ci ripetemmo con gli occhi la stessa cosa inebriante. Fu straordinario il sentimento che il volto di Giuliana espresse, ma incomprensibile allora per me. Solo pi? tardi, nelle ore che seguirono, potei comprenderlo; quando seppi che unimagine di morte e unimagine di volutt? insieme avevano inebriata la povera creatura e che ella aveva fatto un v?to funebre nellabbandonarsi al languore del suo sangue. Vedo come se lavessi dinnanzi, vedr? sempre quel volto misterioso nellombra prodotta dalla grande capellatura arborea che ci pioveva sopra. I baleni dellacqua al sole, guizzando tra i lunghi rami dalle foglie diafane, davano allombra una vibrazione allucinante. Gli echi fondevano in una monotonia cupa e continua le voci dei getti sonori. Tutte le apparenze esaltavano il mio essere fuori della realit?.

Movendo verso la casa non parlammo. Cos? intensa era divenuta la mia brama, la visione dellevento prossimo rapiva la mia anima in un turbine cos? alto di gioia, cos? forte era il battito delle mie arterie che io pensai: ? il delirio? Non provai questo la prima notte nuziale; quando misi il piede su la soglia. Due o tre volte massal? un impeto selvaggio, come un accesso istantaneo di follia, che contenni per prodigio: tale era il mio bisogno fisico di ripossedere quella donna. Anche in lei lorgasmo doveva essere divenuto insostenibile, perch? ella si ferm? sospirando:

Oh mio Dio, mio Dio! ? troppo.

Soffocata, oppressa, mafferr? una mano e se la port? al cuore.

Senti!

Pi? che i battiti del suo cuore io seguii la mollezza del suo seno a traverso la stoffa; e le mie dita istintivamente si piegarono a stringere la piccola forma che conoscevano. Vidi negli occhi di Giuliana liride perdersi nel bianco sotto le palpebre che si abbassavano. Temendo chella venisse meno, la mantenni, poi la sospinsi, quasi la portai di peso fino ai cipressi, fino a un sedile dove sedemmo ambedue estenuati. Stava dinnanzi a noi la casa, come in un sogno. Ella disse reclinando la testa su la mia spalla:

Ah, Tullio, che cosa terribile! Non credi anche tu che potremmo morire?

Ella soggiunse, grave, con una voce venutale chi sa da quale profondit? dellessere:

Vuoi che moriamo?

Il singolare brivido chio ebbi mi rivel? che un sentimento straordinario era in quelle parole, forse il sentimento medesimo che aveva trasfigurato il viso di Giuliana sotto il salice, dopo la stretta, dopo la muta risoluzione. Ma anche questa volta non potei comprendere. Soltanto compresi che ambedue eravamo posseduti omai da una specie di delirio e respiravamo in unatmosfera di sogno.

Come un sogno stava dinnanzi a noi la casa. Su la facciata rustica, per tutte le comici, per tutte le sporgenze, lungo il gocciolatoio, sopra gli architravi, sotto i davanzali delle finestre, sotto le lastre dei balconi, tra le mensole, tra le bugne, dovunque le rondini avevano nidificato. I nidi di creta innumerevoli, vecchi e nuovi, agglomerati come le cellette di un alveare, lasciavano pochi intervalli liberi. Su quegli intervalli e su le stecche delle persiane e su i ferri delle ringhiere gli escrementi biancheggiavano come spruzzi di calcina. Bench? chiusa e disabitata, la casa viveva. Viveva duna vita irrequieta, allegra e tenera. Le rondini fedeli lavvolgevano dei loro voli, dei loro gridi, dei loro luccichii, di tutte le loro grazie e di tutte le loro tenerezze, senza posa. Mentre gli stormi sinseguivano per laria in caccia con la velocit? delle saette, alternando i clamori, allontanandosi e riavvicinandosi in un attimo, radendo gli alberi, levandosi nel sole, gittando a tratti dalle macchie bianche un baleno, instancabili, ferveva dentro ai nidi e intorno ai nidi unaltra opera. Delle rondini covaticce alcune rimanevano per qualche istante sospese agli orifizi; altre si reggevano su le ali brillando; altre sintroducevano a mezzo, lasciando di fuori la piccola coda forcuta che tremolava vivamente, nera e bianca su la mota giallastra; altre di dentro escivano a mezzo, mostrando un po del petto lustro, la gola fulva; altre, fino allora invisibili, si spiccavano a volo con un grido acutissimo, scoccavano. E tutta quella mobilit? alacre ed ilare intorno alla casa chiusa, tutta quella vivacit? di nidi intorno al nostro antico nido erano uno spettacolo cos? dolce, un cos? fino miracolo di gentilezza che noi per qualche minuto, come in una pausa della nostra febbre, ci obliammo a contemplarlo.

Io ruppi lincanto, alzandomi. Dissi:

Ecco la chiave. Che aspettiamo?

S?, Tullio, aspettiamo anc?ra un poco! ella supplic?, paventando.

Io vado ad aprire.

E mi mossi verso la porta; salii i tre gradini che parevano quelli di un altare. Mentre stavo per girare la chiave col tremito del devoto che apre il reliquiario, sentii dietro di me Giuliana che maveva seguito furtiva, leggera come unombra.

Ebbi un sussulto.

Sei tu?

S?, sono io bisbigli? ella, carezzevole, spirandomi nellorecchio il suo alito.

E, standomi alle spalle, mi cinse il collo con le braccia in modo che i suoi polsi delicati sincrociarono sotto il mio mento.

Latto furtivo, quel tremolio di riso chera nel suo bisbiglio e che tradiva la sua gioia infantile davermi sorpreso, quella maniera dallacciarmi, tutte quelle grazie agili mi ricordarono la Giuliana dun tempo, la giovine e tenera compagna degli anni felici, la creatura deliziosa dalla lunga treccia, dalle fresche risa, dalle arie di fanciulla. Un soffio della stessa felicit? minvest?, sul limitare della casa memore.

Apro? domandai, tenendo anc?ra la mano su la chiave per girarla.

Apri ella rispose, senza lasciarmi, spirandomi anc?ra il suo alito nel collo.

Allo stridere che fece la chiave nella serratura, ella mi leg? pi? forte con le braccia, mi si serr? addosso, comunicandomi il suo brivido. Le rondini garrivano sul nostro capo; eppure quel lieve stridore ci parve distinto come in un silenzio profondo.

Entra ella mi bisbigli?, senza lasciarmi. Entra, entra.

Quella voce, proferita da labbra tanto vicine ma invisibili, reale eppure misteriosa, spiratami calda nellorecchio eppure intima come se mi parlasse nel mezzo dellanima, e feminina e dolce come nessunaltra voce fu mai, io la odo anc?ra, la udr? sempre.

Entra, entra

Spinsi la porta. Varcammo la soglia, come fusi in una sola persona, pianamente.

Landito era rischiarato da unalta finestra rotonda. Una rondine ci svolazz? sul capo garrendo. Levammo gli occhi, sorpresi. Un nido pendeva fra le grottesche della volta. Alla finestra, mancava un vetro. La rondine fugg? via pel varco, garrendo.

Ora sono tua, tua, tua! bisbigli? Giuliana, senza distaccarsi dal mio collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare la mia bocca.

A lungo ci baciammo. Io dissi, ebro:

Vieni. Andiamo su. Vuoi che ti porti?

Sebbene ebro, io mi sentivo nei muscoli la forza di portarla su per le scale in un tratto.

Ella rispose:

No. Posso salire da me.

Ma non pareva chella potesse, a udirla, a vederla.

Io la cinsi, come prima nel viale: e la sospinsi di gradino in gradino, cos? sorreggendola. Veramente pareva nella casa fosse quel rombo cupo e remoto che conservano in loro certe conchiglie profonde. Veramente pareva che nessun altro romore dallesterno vi giungesse.

Quando fummo sul pianerottolo, io non aprii luscio di contro; ma volsi a destra pel corridoio oscuro, traendo lei per la mano, senza parlare. Tanto forte ella ansava che mi faceva pena, mi comunicava lambascia.

Dove andiamo? mi domand?.

Io risposi:

Alla stanza nostra.

Quasi non ci si vedeva. Io ero come guidato da un istinto. Ritrovai la maniglia; aprii. Entrammo.

Loscurit? era rotta dallalbore che trapelava dagli spiragli; e vi si udiva pi? cupo il rombo. Io volevo correre verso quegli indizi per fare s?bito la luce, ma non potevo lasciare Giuliana; mi pareva di non potermi distaccare da lei, di non poter interrompere neppure per un attimo il contatto delle nostre mani, quasi che a traverso la cute le estremit? vive dei nostri nervi aderissero magneticamente. Ci avanzammo insieme, ciechi. Un ostacolo ci arrest?, nellombra. Era il letto, il gran letto delle nostre nozze e dei nostri amori

Fin dove sud? il grido terribile?

VIII.

Erano le due del pomeriggio. Tre ore circa erano passate dal momento del nostro arrivo a Villalilla.

Avevo lasciata sola Giuliana per alcuni minuti; ero andato a chiamare Calisto. Il vecchio aveva portato il canestro della colazione; e, non pi? con sorpresa ma con una certa malizia bonaria, aveva ricevuto un secondo congedo bizzarro.

Stavamo ora, io e Giuliana, seduti a tavola come due amanti, luno di fronte allaltra, sorridendoci. Avevamo l? vivande fredde, conserve di frutti, biscotti, aranci, una bottiglia di Chablis. La sala, con la sua volta a ornati barocchi, con le sue pareti chiare, con le sue pitture pastorali nei soprapporti, aveva una certa gaiezza antiquata, unaria del secolo scorso. Pel balcone aperto entrava una luce assai mite, poich? nel cielo serano diffuse lunghe vene lattee. Nel rettangolo pallido campeggiava il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima. Pi? gi?, a traverso i ferri curvi della ringhiera appariva la delicata selva di color gridellino, la gloria primaverile di Villalilla. Il triplice profumo, lanima primaverile di Villalilla, esalava nella calma a onde lente eguali.

Giuliana diceva:

Ti ricordi?

Ripeteva, ripeteva:

Ti ricordi?

Le pi? lontane ricordanze del nostro amore venivano a una a una su la sua bocca, evocate appena con qualche accenno discreto e pur riviventi con una straordinaria intensit? nel luogo natale, tra le cose favorevoli. Ma quella sollecitudine affannosa, quel furore di vita, che mavevano invaso nel giardino alla prima sosta, ora anche mi rendevano quasi insofferente, mi suggerivano visioni dellavvenire iperboliche da contrapporre ai fantasmi del passato troppo incalzanti.

Bisogna che noi torniamo qui, domani, fra due, fra tre giorni al pi?, per rimanere; ma soli. Tu vedi: qui non manca nulla; non ? stato portato via nulla. Se tu volessi, potremmo anche rimanere stanotte qui Ma tu non vuoi! ? vero che non vuoi?

Con la voce, col gesto, con lo sguardo io cercavo di tentarla. Le mie ginocchia toccavano le sue ginocchia. Ed ella mi guardava fissamente, senza rispondere.

Imagini tu la prima sera, qui, a Villalilla? Andar fuori, restar fuori sin dopo lAve Maria, vedere le finestre illuminate! Ah, tu intendi bene I lumi che si accendono in una casa per la prima volta, la prima sera! Imagini? Fino ad ora tu non hai fatto che ricordare, ricordare. Eppure, vedi: tutti i tuoi ricordi non valgono per me un momento di oggi, non varranno un momento di domani. Dubiti tu, forse, della felicit? che abbiamo davanti? Io non tho mai amata come tamo ora, Giuliana; mai mai. Intendi? Io non sono mai stato tuo come ora, Giuliana Ti racconter?, ti racconter? le mie giornate, perch? tu conosca i tuoi miracoli. Dopo tante cattive cose, chi poteva sperare una cosa simile? Ti racconter? Mi pareva, in certe ore, dessere tornato al tempo delladolescenza, al tempo della prima giovinezza. Mi sentivo candido come allora: buono, tenero, semplice. Non mi ricordavo pi? di nulla. Tutti tutti i miei pensieri erano tuoi; tutte le mie commozioni si riferivano a te. Certe volte, la vista dun fiore, duna piccola foglia, bastava a far traboccare la mia anima, tanto era piena. E tu non sapevi nulla; non taccorgevi di nulla, forse. Ti racconter? Laltro giorno, sabato, quando entrai nella tua stanza con quelle spine! Ero timido come un innamorato novello e mi sentivo morire, dentro, dal desiderio di prenderti fra le mie braccia Non te naccorgesti? Ti racconter? tutto; ti far? ridere. Quel giorno le cortine dellalcova lasciavano intravedere il tuo letto. Non potevo distaccare gli occhi di l?, e tremavo. Come tremavo! Tu non sai Gi? due o tre altre volte io ero entrato nella tua stanza, solo, di nascosto, con una grande palpitazione; ed avevo sollevato le cortine per guardare il tuo letto, per toccare il tuo lenzuolo, per affondare la faccia nel tuo guanciale, come un amante fanatico. E certe notti, quando tutti gi? dormivano alla Badiola, io mi avventuravo, piano piano, fin quasi alla tua porta; credevo di ascoltare il tuo respiro Dimmi, dimmi: stanotte potr? venire da te? Mi vorrai? Di: mi aspetterai? Potremmo dormire lontani, stanotte? Impossibile! La tua guancia ritrover? il suo posto sul mio petto, qui ti ricordi? Come dormivi leggera!

Tullio, Tullio, taci! minterruppe ella, supplichevole, quasi che le mie parole le facessero male.

Soggiunse, sorridendo:

Bisogna che tu non mi ubriachi cos? Te lo dicevo, dianzi. Sono tanto debole; sono una povera malata Tu mi d?i le vertigini. Io non reggo. Vedi come mi hai gi? ridotta? Mi hai lasciata con mezzanima

Ella sorrideva, con un sorriso tenue, stancamente. Aveva le palpebre un poco arrossite; ma sotto quella stanchezza delle palpebre gli occhi le ardevano dun ardore febrile e mi guardavano di continuo, con una fissit? quasi intollerabile sebbene temperata dallombra dei cigli. In tutta la sua attitudine era qualche cosa dinnaturale che la mia vista non riusciva a cogliere n? il mio spirito a definire. Quando mai la sua fisonomia aveva avuto quel carattere di mistero inquietante? Pareva che di tratto in tratto la sua espressione si complicasse, si oscurasse fino a divenire enigmatica. Ed io pensavo: Ella ? travagliata dal vortice interiore. Non vede anc?ra chiaramente in s? medesima quel che ? accaduto. Tutto, forse, dentro di lei ? sconvolto. La sua esistenza non ? mutata in un attimo?. E quella espressione profonda mi attirava e mi appassionava sempre pi?. Lardore del suo sguardo mi penetrava nelle midolle come un fuoco vorace. Bench? io la vedessi cos? affranta, ero impaziente di prenderla anc?ra, di beverle tutta lanima.





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