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Una strana allegrezza, tutta irriflessiva, mi agitava, mi suggeriva atti e parole puerili, quasi folli, che stentavo a rattenere. Avrei voluto abbracciare Calisto, accarezzargli la bella barba bianca, prenderlo a braccio e parlare con lui di Villalilla, delle cose passate, dei nostri tempi, abbondantemente, sotto quel gran sole di Pasqua. Ecco anc?ra davanti a me un uomo semplice, sincero, tutto dun pezzo: un cuore fedele! io pensavo, guardandolo. E anc?ra una volta mi sentivo rassicurato, come se laffetto di quel vecchio fosse per me un altro buon talismano contro la sorte.

Anc?ra una volta, dopo la caduta del giorno innanzi, la mia anima si risollevava incitata dalla grande letizia chera nellaria, che splendeva in tutti gli occhi, che emanava da tutte le cose. La Badiola in quella mattina pareva la m?ta di un pellegrinaggio. Nessuno del contado aveva mancato di portare il dono e laugurio. Mia madre riceveva su le sue mani benedette baci innumerevoli, duomini, di donne, di fanciulli. Alla messa celebrata nella cappella assisteva una turba densa che traboccava fuor della soglia dilatandosi per lo spiazzo, religiosa sotto il d?mo ceruleo. Le campane argentine squillavano con un accordo felice, quasi musicale, nellaria senza mutamento. Su la torre linscrizione del quadrante solare diceva: Hora est benefaciendi. E in quella mattina di gloria, in cui pareva salire verso la dolce casa materna tutta la gratitudine dovuta al lungo benefizio, le tre parole cantavano.

Come potevo io dunque conservare dentro di me la perfidia dei dubbi, dei sospetti, delle imagini impure, dei ricordi torbidi? Che potevo io temere, dopo aver veduto mia madre premere pi? volte le sue labbra su la fronte di Giuliana sorridente? dopo aver veduto mio fratello stringere nella sua mano fiera e leale la gracile mano pallida di quella che era per lui come la seconda incarnazione di Costanza?

VI.

Il pensiero della gita a Villalilla mi occup? per tutto quel giorno e pel giorno seguente, di continuo. Non mai, credo, lattesa dellora stabilita pel primo convegno con unamante mi aveva data unansiet? cos? fiera. Cattivi sogni, cattivi sogni, soliti effetti dellesser allucinato! io giudicavo le angosce del sabato tristo: con una straordinaria leggerezza danimo, con una volubilit? obliosa, posseduto interamente dalla pervicace illusione che scacciata ritornava e distrutta rinasceva sempre.

Lo stesso turbamento sensuale del desiderio concorreva ad oscurare la conscienza, a renderla ottusa. Io pensavo di riconquistare non lanima sola di Giuliana ma anche il corpo; e nella mia ansiet? entrava una parte di orgasmo fisico. Il nome di Villalilla suscitava in me ricordi voluttuosi: ricordi non di mite idillio ma di passione ardente, non di sospiri ma di gridi. Senza accorgermene, io avevo forse acuito e corrotto il mio desiderio con le imagini inevitabili generate dal dubbio; e portavo in me latente quel germe venefico. Infatti, sino allora in me era parsa predominante la commozione spirituale, ed io, aspettando il gran giorno, mero compiaciuto in puri colloquii fantastici con la donna da cui volevo ottenere il perdono.

Ora invece non tanto vedevo la scena patetica fra me e lei quanto la scena di volutt?, che doveva esserne conseguenza immediata. Il perdono si mutava in abbandono, il bacio trepido su la fronte in bacio cupido su la bocca nel mio sogno. Il senso sopraffaceva lo spirito. E a poco a poco, per una eliminazione rapida e inarrestabile, una imagine escluse tutte le altre e moccup? e mi signoreggi?, fissa, lucidissima, esatta nelle minime particolarit?. ? dopo la colazione. Un piccolo bicchiere di Chablis ? bastato a turbare Giuliana che ? quasi unastemia. Il pomeriggio si fa sempre pi? caldo; lodore delle rose, dei giaggioli, dei fiori di lilla si fa violento; le rondini passano e ripassano con un gran garrire assordante. E siamo soli, ambedue invasi da un tremito interiore insostenibile. E io le dico, a un tratto: Vuoi che andiamo a rivedere la nostra stanza? ? lantica stanza nuziale che ad arte io ho tralasciato di aprire nel nostro giro per la villa. Entriamo. C?, l? dentro, come un cupo rombo, lo stesso rombo che pare sia in fondo a certe conchiglie sinuose; e non altro ? che il rumore delle mie vene. Ed ella anche forse ode quel rombo; e non altro ? che il rumore delle sue vene. Tutto il resto ? silenzio: pare che le rondini non garriscano pi?. Io voglio parlare; e, alla prima parola rauca, ella mi cade fra le braccia, quasi svenuta

Questa rappresentazione fantastica si arricchiva di continuo, si faceva pi? complessa, simulava la realit?, raggiungeva una evidenza incredibile. Io non riescivo a contenderle il dominio assoluto del mio spirito, pareva che risorgesse in me lantico libertino, cos? profondo era il compiacimento che io provavo a contemplare e ad accarezzare limagine voluttuosa. La castit? mantenuta per alcune settimane, in quella primavera cos? fervida, produceva ora i suoi effetti nel mio organismo ristorato. Un semplice fenomeno fisiologico mutava completamente il mio stato di conscienza, dava una piega completamente diversa ai miei pensieri, mi trasformava in un altro uomo.

Maria e Natalia avevano mostrata la voglia di accompagnarci nella gita. Giuliana avrebbe voluto consentire. Io mi opposi; adoperai tutta la mia abilit? e la mia grazia per raggiungere lo scopo.

Federico aveva proposto: Marted? io debbo andare a Casal Caldore. Vi accompagno in carrozza sino a Villalilla: voi vi fermate e io proseguo. Poi, la sera, ripassando, vi riprendo in carrozza; e torniamo insieme alla Badiola. Giuliana, me presente, aveva accettato.

Io pensavo che la compagnia di Federico, almeno nellandata, non sarebbe stata inopportuna; mi avrebbe anzi tolto da una certa perplessit?. Infatti: di che avremmo discorso, se fossimo stati soli, io e Giuliana, in quelle due o tre ore di viaggio? Quale attitudine avrei presa verso di lei? Avrei potuto anche guastare le cose, compromettere il buon esito, o almeno togliere la freschezza alla nostra commozione. Non avevo sognato io di ritrovarmi dun tratto con lei a Villalilla, come per una magia, e di rivolgerle quivi la mia prima parola tenera e sommessa? La presenza di Federico mi avrebbe dato il modo di evitare i preliminari incerti, i lunghi silenzii tormentosi, le frasi proferite a bassa voce per riguardo agli orecchi del cocchiere, tutte insomma le piccole irritazioni e le piccole torture. Noi saremmo discesi a Villalilla, e l?, soltanto l?, ci saremmo ritrovati finalmente luno a fianco dellaltra, dinnanzi alla porta del paradiso perduto.

VII.

Cos? fu. M? impossibile rappresentar con parole la sensazione chio provai nelludire il tintinno delle sonagliere, lo strepito della carrozza che sallontanava portando Federico verso Casal Caldore. Io dissi a Calisto, prendendo dalle sue mani le chiavi, con unimpazienza manifesta:

Ora, tu puoi andare. Ti chiamer? pi? tardi.

E richiusi io stesso il cancello, dietro il vecchio che mera parso un po attonito e scontento di quel congedo quasi brusco.

Ci siamo, alla fine! esclamai, quando io e Giuliana fummo soli. Tutta londa di felicit? che maveva invaso pass? nella mia voce.

Io ero felice, felice, indicibilmente felice; ero posseduto come da una grande allucinazione di felicit? inaspettata, insperata, che trasfigurava tutto il mio essere, suscitava e moltiplicava quanto di buono e di giovine era anc?ra rimasto in me, misolava dal mondo, concentrava a un tratto la mia vita nel cerchio delle mura che chiudevano quel giardino. Le parole mi saffollavano alle labbra, senza nesso, improferibili; la ragione mi si smarriva tra un balenio fulmineo di pensieri.

Come poteva Giuliana non indovinare quel che avveniva in me? Come poteva non intendermi? Come poteva non esser colpita nel mezzo del cuore dal raggio violento della mia gioia?

Ci guardammo. Vedo anc?ra lespressione ansiosa di quel volto su cui errava un sorriso malsicuro. Ella disse, con la sua voce velata, debole, sempre esitante di quella singolare esitazione gi? da me notata altre volte, che la faceva sembrare quasi di continuo attenta a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa, disse:

Giriamo un poco pel giardino, prima di aprire la casa. Quanto tempo ? che non lo rivedo cos? fiorito! Lultima volta che ci venimmo fu tre anni fa, ti ricordi? anche daprile, nei giorni di Pasqua

Ella voleva forse dominare il suo turbamento, ma non poteva; voleva forse frenare leffusione della tenerezza, ma non sapeva. Ella stessa, con le prime parole pronunziate in quel luogo, aveva incominciato ad evocare i ricordi. Si sofferm?, dopo alcuni passi; e ci guardammo. Unalterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, pass? ne suoi occhi neri.

Giuliana! io proruppi, non reggendo pi?, sentendomi sgorgare dallintimo del cuore un flutto di parole appassionate e dolci, provando un bisogno folle dinginocchiarmi davanti a lei su la ghiaia, e di abbracciarla alle ginocchia e di baciarle la veste, le mani, i polsi, furiosamente, senza fine.

Ella maccenn? che tacessi, con un gesto supplichevole. E seguit? a internarsi pel viale, con un passo pi? celere.

Portava un abito di panno grigio chiaro ornato di trine pi? oscure, un cappello di feltro grigio, un ombrellino di seta grigia a piccoli trifogli bianchi. Vedo anc?ra la sua persona elegante in quel colore fine e sobrio avanzarsi tra le folte masse degli alberi di lilla che sinchinavano verso di lei carichi dei loro innumerevoli grappoli fra turchinicci e violetti.

Mancava quasi unora al mezzogiorno. Era una mattina calda, dun caldo precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove, signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco appena interrotto qua e l? da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggioli. Qua e l? le rose si arrampicavano su per i fusti, sinsinuavano tra i rami, ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a pi? dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre profumi si mescevano in un accordo profondo che io riconoscevo perch? dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il garrire delle rondini. La casa appena sintravedeva tra i coni dei cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api allalveare.

Dopo un poco, Giuliana rallent? il passo. Io le camminavo al fianco, cos? vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella guardava intorno a s? con occhi mobili e attenti, come temendo che le sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra latto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante:

Che pensi?

Penso che non avremmo mai dovuto partire di qui

? vero, Giuliana.

Le rondini talvolta quasi ci rasentavano, con un grido, rapide e rilucenti come strali pennuti.

Quanto ho desiderato questo giorno, Giuliana! Ah, tu non saprai mai quanto lho desiderato! io proruppi allora, in preda a una commozione cos? forte che la mia voce doveva essere irriconoscibile. Nessuna ansiet?, vedi, nessuna ansiet?, mai nella vita ho provata eguale a questa che mi divora da ier laltro, dal momento che tu consentisti a venire. Ti ricordi tu della prima volta che ci vedemmo in segreto, su la terrazza di Villa Ogg?ri, e che ci baciammo? Ero folle di te: tu te ne ricordi. Ebbene, lattesa di quella notte mi par nulla al confronto Tu non mi credi; tu hai ragione di non credermi, di diffidare, ma io voglio dirti tutto, voglio raccontarti quel che ho sofferto, quel che ho temuto; quel che ho sperato. Oh, lo so: quel che ho sofferto ? forse poco al confronto di quel che tho fatto soffrire. Lo so, lo so; tutti i miei dolori non valgono forse il tuo dolore, non valgono le tue lacrime. Io non ho espiato il mio fallo, e non sono degno dessere perdonato. Ma dimmi tu, ma dimmi tu quello che io debbo fare perch? tu mi perdoni! Tu non mi credi; ma io voglio dirti tutto. Te sola veramente io ho amata nella vita; amo te sola. Lo so, lo so: queste sono le cose che gli uomini dicono, per farsi perdonare; e tu hai ragione di non credermi. Ma pure, vedi, se tu pensi al nostro amore duna volta, se tu pensi a quei primi tre anni di tenerezza mai interrotta, se tu ti ricordi, se tu ti ricordi, vedi, non ? possibile che tu non mi creda. Anche nelle mie peggiori cadute, tu dovevi essere per me indimenticabile; e la mia anima si doveva volgere a te, e ti doveva cercare, e ti doveva rimpiangere, sempre, intendi? sempre. Tu stessa non te naccorgevi? Quando tu eri per me una sorella, certe volte non taccorgevi che io morivo di tristezza? Te lo giuro; lontano da te, non ho provato mai una gioia sincera, non ho avuto mai unora di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu eri la mia adorazione costante, profonda, segreta. La parte migliore di me ? stata sempre tua; e una speranza v? rimasta sempre accesa; la speranza di liberarmi dai miei mali e di ritrovare il mio primo unico amore intatto Ah, dimmi che non ho sperato inutilmente, Giuliana!

Ella camminava con estrema lentezza, senza pi? guardare dinnanzi a s?, a capo chino, troppo bianca. Una piccola contrattura dolorosa le appariva di quando in quando allangolo della bocca. E poich? ella taceva, incominci? a muoversi in fondo a me uninquietudine vaga. Un senso vago di oppressione incominci? a venirmi da quel sole, da quei fiori, dai gridi di quelle rondini, da tutto quel riso, troppo aperto, della primavera trionfante.

Non mi rispondi? seguitai, prendendole la mano chella teneva abbandonata lungo il fianco. Tu non mi credi; tu hai perduto qualunque fede in me; tu temi anc?ra che io ti deluda; tu non osi di ridonarti perch? pensi sempre a quella volta S?, ? vero: fu la pi? cruda delle mie infamie. Io nho rimorso come dun delitto; e, anche se tu mi perdonerai, io non potr? mai perdonarmi. Ma non taccorgesti tu che io ero malato, che io ero demente? Una maledizione mi perseguitava. E da quel giorno io non ebbi pi? un minuto di tregua, non ebbi pi? un intervallo di lucidezza. Non ti ricordi? Non ti ricordi? Tu, certo, sapevi che ero fuori di me, in uno stato di demenza; perch? tu mi guardavi come si guarda un pazzo. Pi? duna volta io sorpresi nel tuo sguardo una compassione penosa, non so che curiosit? e che timore. Non ti ricordi comero ridotto? Irriconoscibile Ebbene, io sono guarito, io mi sono salvato, per te. Ho potuto vedere la luce. Finalmente la luce si ? fatta. Te sola ho amata nella vita; amo te sola. Intendi?

Pronunziai le ultime parole con una voce pi? ferma e pi? lenta, come per imprimerle a una a una su lanima della donna; e strinsi forte la mano che gi? tenevo nella mia. Ella si ferm?, nellatto di chi sta per lasciarsi cadere, anelando. Pi? tardi, soltanto pi? tardi, nelle ore che seguirono, compresi tutta la mortale angoscia esalata in quellanelito. Ma allora non altro compresi che questo: Il ricordo dellorribile tradimento, evocato da me, le rinnova la sofferenza. Ho toccato piaghe che sono anc?ra aperte. Ah, se potessi persuaderla a credermi! Se potessi vincere la sfiducia che la tiene! Non sente ella dunque la verit? nella mia voce?.

Eravamo presso ad un bivio. Cera l? un sedile. Ella mormor?:

Sediamo, un poco.

Sedemmo. Non so sella riconobbe s?bito il luogo. Io non lo riconobbi s?bito, smarrito come uno che abbia portata per qualche tempo la benda. Ambedue guardammo intorno; poi ci guardammo, avendo negli occhi lo stesso pensiero. Molte memorie di tenerezza erano legate a quel vecchio sedile di pietra. Il cuore non mi si gonfi? di rammarico ma duna avidit? affannosa, quasi dun furore di vita, che mi diede in un lampo una visione dellavvenire fantastica e allucinante. Ah ella non sa di quali nuove tenerezze io sia capace! Io ho il paradiso per lei nella mia anima! E lidealit? dellamore fiammeggi? dentro di me cos? forte chio mi esaltai.

Tu ti addolori. Ma quale creatura al mondo ? stata amata come tu sei amata? Quale donna ha potuto avere una prova di amore che valga questa chio ti do? Non avremmo mai dovuto partire di qui, tu dicevi, dianzi. E forse saremmo stati felici. Tu non avresti sofferto il martirio, non avresti versato tante lacrime, non avresti perduto tanta vita; ma non avresti conosciuto il mio amore, tutto il mio amore

Ella teneva il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; e ascoltava, immobile. I cigli le spandevano a sommo delle gote unombra che mi turbava pi? duno sguardo.

Io, io stesso non avrei conosciuto il mio amore. Quando mi allontanai da te la prima volta, non credevo gi? che tutto fosse finito? Cercavo unaltra passione, unaltra febbre, unaltra ebrezza. Volevo abbracciare la vita con una sola stretta. Tu non mi bastavi. E per anni mi sono estenuato in una fatica atroce, oh tanto atroce che nho orrore come un forzato ha orrore della galera dove ha vissuto morendo tutti i giorni un poco. E ho dovuto passare doscurit? in oscurit?, per anni, prima che si facesse questa luce nella mia anima, prima che questa grande verit? mapparisse. Non ho amato che una donna: te sola. Tu sola al mondo hai la bont? e la dolcezza. Tu sei la pi? buona e la pi? dolce creatura che io abbia mai sognata; sei lUnica. E tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano Intendi ora? Intendi? Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano. Ah, dimmi tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti averne versate anche pi?, anche pi?, per una tale prova?

S?, anche pi? ella disse, cos? piano che appena ludii. Fu un soffio su quelle labbra esangui. E le lacrime le sgorgarono di tra i cigli, le solcarono le gote, le bagnarono la bocca convulsa, le caddero sul petto ansioso.

Giuliana, mio amore, mio amore! gridai, con un brivido di felicit? suprema, gittandomi in ginocchio dinnanzi a lei.

E la cinsi con le mie braccia, misi la testa nel suo grembo, provai per tutto il corpo quella tensione smaniosa in cui si risolve lo sforzo vano desprimere con un atto, con un gesto, con una carezza lineffabile passione interiore. Le sue lacrime caddero su la mia guancia. Se leffetto materiale di quelle calde gocce viventi avesse corrisposto alla sensazione chio nebbi, porterei su la mia pelle una traccia indelebile!

Oh, lasciami bere io pregai.

E, rilevandomi, accostai le mie labbra ai suoi cigli, le bagnai nel suo pianto, mentre le mie dita smarritamente la toccavano. Una pieghevolezza strana era venuta alle mie membra, una specie di fluidit? illusoria per cui non avvertivo pi? limpaccio delle vesti. Credevo che mi sarebbe stato possibile circondare, avviluppare tutta quanta la persona amata.

Sognavi io le dicevo, avendo in bocca il sapore salso che mi si diffondeva nei precordii (pi? tardi, nelle ore che seguirono, mi stupii di non aver trovato in quelle lacrime una intollerabile amarezza) sognavi dessere tanto amata? Sognavi questa felicit?? Sono io, guardami, sono io che ti parlo cos?; guardami bene, sono io Se tu sapessi come mi pare strano tutto questo! Se ti potessi dire! So che ti ho conosciuta prima dora, so che ti ho amata prima dora; so che ti ho ritrovata. Eppure mi pare di averti trovata soltanto ora, un momento fa, quando tu hai detto: S?, anche pi?. Hai detto cos? ? vero? Tre parole sole un soffio E io rivivo, e tu rivivi; ed ecco che siamo felici, siamo felici per sempre.

Io le dicevo queste cose con quella voce che ci viene come di lontano, interrotta, indefinibile; che pare giunga allorlo delle labbra modulata non nella materialit? dei nostri organi ma nellestremo fondo dellanima nostra. Ed ella, che fino a quel momento aveva versato un pianto silenzioso, ruppe in singhiozzi.

Forte, troppo forte singhiozzava, non come chi sia sopraffatto da una gioia senza limiti ma come chi esali una disperazione inconsolabile. Singhiozzava cos? forte chio rimasi per qualche istante in quello stupore che suscitano le manifestazioni eccessive, i grandi parosismi della commozione umana. Inconscientemente, mi scostai un poco; ma s?bito dopo, notai quellintervallo che sera aperto tra lei e me; s?bito dopo, notai che non soltanto il contatto materiale era cessato ma che anche il sentimento di comunione sera disperso in un attimo. Eravamo pur sempre due esseri ben distinti, separati, estranei. La stessa diversit? delle nostre attitudini aumentava il distacco. Ripiegata su s? medesima, premendosi con le due mani il fazzoletto sulla bocca, ella singhiozzava; e ogni singhiozzo le scoteva tutta la persona, pareva rivelarne la fragilit?. Io stavo anc?ra in ginocchio dinnanzi a lei, senza toccarla; e la guardavo: stupito e pur nondimeno stranamente lucido; attento a sorvegliare tutto ci? chera per accadere dentro di me, e pur nondimeno avendo tutti i sensi aperti alla percezione delle cose che mi circondavano. Udivo il singhiozzo di lei e il garrito delle rondini; e avevo la nozione del tempo e del luogo esatta. E quei fiori e quegli odori e quella grande luminosit? immobile dellaria e tutto quel riso della primavera aperto mi diedero uno sgomento che crebbe, che crebbe e divent? una specie di timor p?nico, una paura istintiva e cieca a cui la ragione non pot? opporsi. E, come scoppia un fulmine in un cumulo di nubi, un pensiero guizz? in mezzo a quello scompiglio pauroso, millumin? e mi percosse. Ella ? impura.





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