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Che fai? disse Giuliana, scossa da un sussulto, volgendomi uno sguardo smarrito, tremando pi? di me forse.

E si scost? dalla finestra; sentendosi seguire, diede qualche passo come di fuga, perdutamente.

Ah perch?, perch? questo, Giuliana? esclamai, fermandomi.

Ma subito dopo:

? vero: non sono anc?ra degno. Perdonami!

In quel punto le due campane della cappella incominciarono a squillare. E Maria e Natalia si precipitarono nella camera, verso la madre, gridando di gioia; e, luna dopo laltra, le sappesero al collo e le coprirono il viso di baci; e dalla madre passarono a me, e io le sollevai, luna dopo laltra, nelle mie braccia.

Le due campane squillavano a furia; tutta la Badiola pareva invasa dal fremito del bronzo. Era il Sabato Santo, lora della Risurrezione.

IV.

Nel pomeriggio di quel medesimo sabato, ebbi un accesso di tristezza singolare.

Era giunta la posta alla Badiola; e io e mio fratello, nella sala del bigliardo, davamo una scorsa ai giornali. Per caso mi venne sotto gli occhi il nome di Filippo Arborio, citato in una cronaca. Un turbamento subitaneo simpadron? di me. Cos? un lieve urto solleva il fondiglio in un vaso chiarito.

Mi ricordo: era un pomeriggio nebuloso, illuminato come da uno stanco riverbero biancastro. Fuori, innanzi alla vetrata che dava su lo spiazzo, passarono Giuliana e mia madre, luna a braccio dellaltra, conversando. Giuliana portava un libro; e camminava con unaria stracca.

Con la inconseguenza delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: Giuliana avanti allo specchio, nel giorno di novembre; il mazzo dei crisantemi bianchi; la mia ansiet? nelludire laria di Orfeo; le parole scritte sul frontespizio del Segreto; il colore dellabito di Giuliana; il mio dibattito alla finestra; il volto di Filippo Arborio, grondante di sudore; la scena dello spogliatoio, nella sala darmi. Io pensai con un fremito di paura, come uno che si trovi dimprovviso inclinato su lorlo di una voragine: Potrei dunque non salvarmi?.

Sopraffatto dallambascia, avendo bisogno desser solo per guardare dentro di me, per guardare in faccia la mia paura, io salutai mio fratello, uscii dalla sala, andai nelle mie stanze.

Il mio turbamento era misto dimpazienza irosa. Io ero come uno che, in mezzo al benessere duna guarigione illusoria, nella ricuperata sicurt? della vita, senta a un tratto il morso del male antico, si accorga di portare anc?ra nella sua carne il male inestirpabile e sia costretto ad osservarsi, a sorvegliarsi, per convincersi dellorrenda verit?. Potrei dunque non salvarmi? E perch??

Nello strano oblio che tutte le cose passate aveva sommerso, in quella specie di oscuramento che pareva aver invaso un intero strato della mia conscienza, anche il dubbio contro Giuliana, lodioso dubbio sera perduto, sera disciolto. Troppo grande bisogno aveva la mia anima di cullarsi nellillusione, di credere e di sperare.

La mano santa di mia madre, accarezzando i capelli di Giuliana, aveva per me riaccesa intorno a quel capo laureola. Per uno di quelli abbagli sentimentali frequenti nei periodi di debolezza, vedendo le due donne respirare nel medesimo cerchio con una concordia cos? dolce, io le avevo confuse in una medesima irradiazione di purit?.

Ora, un piccolo fatto casuale, un semplice nome letto per caso in un diario, il risveglio dun ricordo torbido erano bastati a sconvolgermi, a sbigottirmi, a spalancarmi dinnanzi un abisso; nel quale io non osavo gittare uno sguardo risoluto e profondo, perch? il mio sogno di felicit? mi tratteneva, mi tirava indietro, attaccato a me tenacemente. Ondeggiai prima in unangoscia fosca, indefinibile, su cui passavano a quando a quando i bagliori temuti. ? possibile chella non sia pura. E allora? Filippo Arborio o un altro Chi sa! Conoscendo la colpa potrei perdonare? Che colpa? Che perdono? Tu non hai il diritto di giudicarla, tu non hai il diritto di alzare la voce. Troppe volte ella ha taciuto; questa volta dovresti tu tacere. E la felicit?? Sogni tu la felicit? tua o quella di entrambi? Quella di entrambi, certo, perch? un semplice riflesso della sua tristezza oscurerebbe qualunque tua gioia. Tu supponi che, essendo tu contento, ella sarebbe anche contenta: tu col tuo passato di licenza continua, ella col suo passato di continuo martirio. La felicit? che tu sogni riposa tutta su labolizione del passato. Perch? dunque, se ella veramente non fosse pura, non potresti tu mettere il velo o la pietra su la sua colpa come su la tua? Perch? dunque, volendo far dimenticare, non dimenticheresti? Perch? dunque, volendo essere un uomo nuovo, disgiunto completamente dal passato, non potresti considerar lei come una donna nuova, nelle condizioni medesime? Una tale ineguaglianza sarebbe forse la peggiore delle tue ingiustizie. Ma lIdeale? Ma lIdeale? La mia felicit? sarebbe allora possibile quando io potessi riconoscere in Giuliana assolutamente una creatura superiore, impeccabile, degna di tutta ladorazione; e nel sentimento infimo di questa superiorit?, nella conscienza della sua propria grandezza morale ella appunto troverebbe la massima parte della felicit? sua. Io non potrei astrarre dal mio passato n? dal suo, perch? questa particolare felicit? non potrebbe essere senza la nequizia della mia vita anteriore e senza quelleroismo invitto e quasi sovrumano davanti al cui fantasma la mia anima ? rimasta sempre china. Ma sai tu quanto ci sia degoismo in questo tuo sogno e quanto delevazione ideale? Meriti tu forse la felicit?, questo alto premio? Per quale privilegio? Cos? dunque il tuo lungo errore ti avrebbe condotto non allespiazione ma alla ricompensa

Io mi scossi, per interrompere il dibattito. Infine, non si tratta se non di un antico dubbio, assai vago, ora risorto per caso. Questo turbamento irragionevole si dileguer?. Io do consistenza a unombra. Fra due, fra tre giorni, dopo Pasqua, andremo a Villalilla; e l? io sapr?, io sentir? indubitabilmente il vero. Ma quella profonda, inalterabile malinconia chella porta negli occhi non ? sospetta? Quella sua aria smarrita, quella nube dun pensiero continuo che le pesa tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa che rivelano certe sue attitudini, quellansiet? chella non riesce a dissimulare quando tu ti avvicini, non sono sospette? Tali ambigue apparenze potevano anche spiegarsi in un senso favorevole. Per?, sopraffatto da unonda di dolore pi? violenta, io mi levai e andai verso la finestra col desiderio istintivo dimmergermi nello spettacolo esterno per trovarvi una rispondenza allo stato del mio spirito o una rivelazione o una pacificazione.

Il cielo era tutto bianco, simile a una compagine di veli sovrapposti in mezzo a cui laria circolasse producendo larghe e mobili pieghe. Qualcuno di quei veli pareva a quando a quando distaccarsi, avvicinarsi alla terra, quasi radere la cima degli alberi, lacerarsi, ridursi in lembi cadenti, tremolare a fior del suolo, vanire. Le linee delle alture si volgevano indeterminate verso il fondo, si scomponevano, si ricomponevano, in lontananze illusorie, come un paese in un sogno, senza realit?. Unombra plumbea occupava la valle, e lAss?ro dalle rive invisibili lanimava de suoi luccicori. Quel fiume tortuoso, luccicante in quel golfo dombra, sotto quel continuo dissolvimento lento del cielo, attirava lo sguardo, aveva per lo spirito il fascino delle cose simboliche, parendo portare in s? la significazione occulta di quello spettacolo indefinito.

Il mio dolore perse a poco a poco lacredine, divenne pacato, eguale. Perch? aspirare con tanta bramosia alla felicit?, non essendone degno? Perch? poggiare tutto ledifizio della vita futura su unillusione? Perch? credere con una fede cos? cieca in un privilegio inesistente? Forse tutti gli uomini, vivendo, incontrano un punto decisivo in cui ai pi? sagaci ? dato di comprendere quale dovrebbe essere la loro vita. Tu gi? ti trovasti in quel punto. Ric?rdati dellistante in cui la mano bianca e fedele, che portava lamore, lindulgenza, la pace, il sogno, loblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, trem? nellaria verso di te come per lofferta suprema

Il rammarico mi gonfi? di lacrime il cuore. Appoggiai i gomiti sul davanzale, mi presi la testa fra le palme; guardando fiso il meandro del fiume in fondo alla valle plumbea, mentre la compagine del cielo si dissolveva senza posa, restai qualche minuto sotto la minaccia dun castigo imminente, sentii sovra di me pendere una sventura ignota.

Come mi giunse dalla stanza sottoposta il suono del pianoforte, inaspettato, la greve oppressione disparve a un tratto; e mi agit? unansia confusa in cui tutti i sogni, tutti i desiderii, tutte le speranze, tutti i rimpianti, tutti i rimorsi, tutti i terrori si rimescolarono con una rapidit? inconcepibile, soffocantemente.

Riconobbi la musica. Era una Romanza senza parole che Giuliana prediligeva e che Miss Edith sonava spesso; era una di quelle melodie velate ma profonde in cui pare che lAnima rivolga alla Vita con accenti sempre diversi una medesima domanda: Perch? hai delusa la mia aspettazione?.

Cedendo a un impulso quasi istintivo, uscii sollecito, attraversai il corridoio, scesi le scale, mi fermai dinnanzi alla porta donde veniva il suono. La porta era socchiusa; minsinuai senza far rumore; guardai per lapertura delle tende. Giuliana era l?? I miei occhi non videro nulla; da prima impregnati di luce, finch? non sadattarono alla penombra, ma mi fer? il profumo acuto delle spine albe, quellodor misto di timo e di mandorla amara, fresco come un latte selvaggio. Guardai. La stanza era appena illuminata dal chiarore verdognolo che scendeva di tra le stecche delle gelosie. Miss Edith era sola, davanti alla tastiera; e seguitava la sua musica, senza accorgersi di me. La cassa dellistrumento riluceva nella penombra; i rami delle spine biancheggiavano. In quella quiete raccolta, in quel profumo effuso da rami che mi ricordavano la buona ebrezza matutina e il sorriso di Giuliana e il mio tremito, la Romanza mi parve sconsolata come non mai.

Dovera Giuliana? Era risalita? Era anc?ra fuori?

Mi ritrassi; discesi le altre scale; attraversai il vestibolo senza incontrare nessuno. Avevo un bisogno indomabile di cercarla, di vederla; pensavo che forse il suo solo aspetto mi avrebbe ridata la calma, mi avrebbe fidata la confidenza. Come uscii su lo spiazzo, scorsi Giuliana sotto gli olmi in compagnia di Federico.

Ambedue mi sorrisero. Disse mio fratello, sorridendo, quando fui da presso:

Parlavamo di te. Giuliana crede che tu ti stancherai presto della Badiola E i nostri progetti, allora?

No, Giuliana non sa io risposi, sforzandomi di riprendere la mia disinvoltura consueta. Ma tu vedrai. Sono, invece, cos? stanco di Roma e di tutto il resto!

Guardavo Giuliana. E una mirabile mutazione avvenne nel mio interno, poich? le tristi cose, che fino a quel minuto mi avevano oppresso, ora precipitavano al fondo, si oscuravano, si dileguavano, cedevano il luogo al sentimento salutare che il solo aspetto di lei e di mio fratello bastava a suscitarmi. Ella era seduta, un po abbandonata su s? stessa, tenendo su le ginocchia un libro che io riconobbi, il libro che io le avevo dato pochi giorni innanzi: La Guerra e la Pace. Tutto in lei, veramente, nellattitudine e nello sguardo era dolce ed era buono. E nacque in me qualche cosa di simile al sentimento che avrei forse provato se io avessi veduto in quel medesimo luogo, sotto gli olmi familiari che perdevano i loro fiori morti, Costanza adulta, la povera sorella, al fianco di Federico.

Gli olmi piovevano i loro fiori innumerevoli, ad ogni fiato. Era, nella luce bianca, una discesa continua, lentissima di pellicole diafane, quasi impalpabili, che sindugiavano nellaria, esitavano, tremolavano come alette di libellule, tra verdognole e biondicce, dando alla vista per quella continuit? e per quella labilit? una sensazione quasi allucinante. Giuliana le riceveva su le ginocchia, su le spalle; di tratto in tratto faceva un debole gesto per toglierne qualcuna che rimaneva presa nei capelli delle tempie.

Ah, se Tullio rimarr? alla Badiola diceva Federico rivolto a lei faremo grandi cose. Promulgheremo le nuove leggi agrarie; gitteremo le basi della nuova constituzione agraria Sorridi? Avrai anche tu una parte nella nostra opera. Ti affideremo lesercizio di due o tre precetti del nostro Decalogo. Anche tu lavorerai. A proposito, Tullio, quando cominceremo questo noviziato? Tu hai le mani troppo bianche. Eh, le punture di certe spine non bastano

Parlava gaiamente, con quella sua voce limpida e forte che trasfondeva s?bito in chi ludiva un senso di sicurt? e di fidanza. Parlava dei suoi disegni vecchi e nuovi; intorno alla interpretazione della legge cristiana primitiva sul lavoro alimentario, con una gravit? di pensiero e di sentimento, temperata da quella gaiezza gioviale, che era come un velo di modestia spiegato da lui medesimo contro la meraviglia e lelogio di chi ludiva. Tutto in lui appariva semplice, facile, spontaneo. Questo giovine, per la sola forza del suo spirito illuminato dalla sua bont? nativa, gi? da alcuni anni aveva intuita la teoria sociale inspirata a Leone Tolstoj dal moujik Timoteo Bondareff. In quel tempo egli non conosceva neppure La Guerra e la Pace, il gran libro, apparso allora allora nellOccidente.

Ecco un libro per te io gli dissi, prendendo il volume di su le ginocchia di Giuliana.

S?; tu me lo darai. Lo legger?.

A te piace? chiese a Giuliana.

S?, molto. ? triste e consolante, insieme. Amo gi? Maria Bolkonsky, e anche Pietro Besoukhow

Io mi posi accanto a lei, sul sedile. Mi pareva di non pensare a nulla, di non avere pensieri ben definiti; ma la mia anima vigilava e meditava. Un contrasto palese era tra il sentimento dellora, delle cose circostanti, e il sentimento rappresentato dai discorsi di Federico, da quel libro, dai nomi dei personaggi che Giuliana amava. Lora finiva lenta e molle, quasi accidiosa, in quel confuso vapore biancastro dove gli olmi a poco a poco si disfioravano. Giungeva fioco il suono del pianoforte, e inintelligibile, aumentando la malinconia della luce, quasi cullando la sonnolenza dellaria.

Senza pi? ascoltare, assorto, io apersi quel libro, lo sfogliai qua e l?, scorsi il principio di qualche pagina. Mavvidi che qualche pagina era piegata allangolo, come per ricordo; qualche altra era solcata da un colpo dunghia sul margine, secondo la nota consuetudine della lettrice. Volli leggere, allora, curioso, quasi ansioso. Nella scena tra Pietro Besoukhow e il vecchio incognito, alla posta di Torjok, molte frasi erano segnate.

La tua vista spirituale si ripieghi sul tuo essere interiore. Domanda a te stesso se tu sei contento di te stesso. A qual esito sei giunto avendo per unica guida il tuo intelletto! Voi siete giovine, voi siete ricco, voi siete intelligente. Che avete fatto di tutti questi doni? Siete contento di voi e della vostra esistenza?

No, laborro.

Se tu laborri, mutala, pur?ficati; e, secondo che ti trasformerai, imparerai a conoscere la saggezza. Come lavete voi trascorsa questa esistenza? In orgie, in bagordi, in depravazioni: ricevendo tutto dalla societ? e nulla dando. Come avete usati i beni di fortuna ricevuti? Che avete fatto pel vostro prossimo? Avete pensato alle vostre migliaia di servi? Li avete aiutati moralmente e materialmente? No; ? vero? Avete profittato della loro fatica per vivere una vita corrotta. Avete cercato di adoperarvi a vantaggio del vostro prossimo? No. Avete vissuto nellozio. Poi, vi siete ammogliato: avete accettata la responsabilit? di servire da guida a una donna giovine. E allora? Invece di aiutarla a trovare la via della verit?, lavete gittata nellabisso della menzogna e della sciagura

Di nuovo, linsostenibile peso mi piomb? sopra, mi schiacci?; e fu uno strazio pi? atroce di quello gi? sofferto, perch? la vicinanza di Giuliana aumentava lorgasmo. Il passo trascritto era indicato nella pagina con un solo segno. Certo, Giuliana lo aveva segnato pensando a me, ai miei errori. Ma anche lultima riga si riferiva a me, a noi? Lavevo io gittata, era ella caduta nellabisso della menzogna e della sciagura?

Io temevo che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore.

Unaltra pagina era piegata, portava un solco visibilissimo: quella su la morte della principessa Lisa a Lissy-Gory.

Gli occhi della morta erano chiusi; ma il suo volto esile non era mutato. Ed ella pareva dire pur sempre: Che avete voi fatto di me? Il principe Andrea non piangeva; ma si sent? lacerare il cuore, pensando chegli era colpevole di torti omai irreparabili e indimenticabili. Il principe vecchio anche venne, e baci? una delle fragili mani di cera, che stavano incrociate luna su laltra. E parve che quel povero esile volto ripetesse anche a lui: Che avete fatto di me?

La dolce e terribile domanda mi fer? come un aculeo. Che avete fatto di me? Tenevo gli occhi fissi su la pagina, non osando di volgermi a guardare Giuliana e pur essendo ansioso di guardarla. E avevo paura che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore e si volgessero essi a guardar me e scoprissero il mio turbamento. Cos? forte era il mio turbamento, chio credevo di avere il viso scomposto e di non potermi levare e di non poter proferire una sillaba. Un solo sguardo, rapido, obliquo, gittai a Giuliana; e il suo profilo mi simpresse cos? che mi parve di continuare a vederlo su la pagina, accanto al povero esile volto della principessa morta. Era un profilo pensoso, reso pi? grave dallattenzione, ombrato dai lunghi cigli; e le labbra serrate, un po cadenti allangolo, parevano involontariamente confessare una stanchezza e una tristezza estreme. Ella ascoltava mio fratello. E la voce di mio fratello mi sonava allorecchio confusa, mi pareva remota sebbene fosse tanto vicina; e tutti quei fiori degli olmi, che piovevano piovevano senza posa, tutti quei fiori morti, quasi irreali, quasi inesistenti, mi davano una sensazione inesprimibile, come se quella visione fisica mi si convertisse in uno strano fenomeno interno e io assistessi al passaggio continuo di quelle innumerevoli ombre impalpabili in un cielo intimo, nellintimo dellanima mia. Che avete fatto di me? ripetevano la morta e la vivente, ambedue senza muovere le labbra. Che avete fatto di me?

Ma che leggi, ora, Tullio? disse Giuliana volgendosi, togliendomi il libro di tra le mani, chiudendolo, posandolo di nuovo su le sue ginocchia, con una specie dimpazienza nervosa.

E s?bito dopo, senza alcuna pausa, come per rendere insignificante quel suo atto:

Perch? non andiamo su, da Miss Edith, a fare un po di musica? Sentite? Sta sonando, mi pare, la Marcia funebre per la morte di un eroe, quella che piace a te, Federico

Ed ella tese lorecchio, in ascolto. Tutte tre ascoltammo. Qualche gruppo di note giungeva fino a noi, nel silenzio. Ella non sera ingannata. Soggiunse, levandosi:

Andiamo, dunque. Venite?

Io fui lultimo ad alzarmi, per vederla dinnanzi a me. Ella non si cur? di scuotere dalla sua veste i fiori dellolmo; che sul terreno intorno avevano composto un tappeto soffice, seguitando a piovere, a piovere senza tregua. In piedi, rimase l? qualche istante, a capo chino, a guardare lo strato dei fiori chella scavava e ammonticchiava con la punta sottile della sua scarpetta, mentre anche su lei altri fiori altri fiori seguitavano a piovere a piovere senza tregua. Io non le vedevo la faccia. Era ella intenta a quellatto ozioso o assorta in una perplessit??

V.

La mattina dopo, tra gli altri portatori di doni pasquali, venne alla Badiola Calisto, il vecchio Calisto, il guardiano di Villalilla, con un fascio enorme di fiori di lilla anc?ra freschissimi, fragranti. E volle egli stesso, con le sue proprie mani, offrirlo a Giuliana, rammentandole i bei tempi del nostro soggiorno, pregandola di una visita, di una visita anche breve. La signora pareva cos? allegra, cos? contenta laggi?! Perch? non ci tornava? La casa era rimasta intatta, non era mutata in nulla. Il giardino era diventato pi? folto. Gli alberi di lilla, un bosco! erano in piena fioritura. Non giungeva fino alla Badiola il profumo, verso sera? La casa, il giardino, proprio, aspettavano la visita. Tutti i vecchi nidi sotto le gronde erano pieni di rondinelle. Secondo il desiderio della signora, quei nidi erano stati rispettati sempre come cose sante. Ma, proprio, erano omai troppi. Bisognava ogni settimana adoperare la pala su i balconi, su i davanzali delle finestre. E che stridio dallalba al tramonto! Quando sarebbe dunque venuta, la signora? Presto?

Io dissi a Giuliana:

Vuoi che andiamo marted??

Con un po desitazione, mentre reggeva a fatica il fascio smisurato che quasi le nascondeva il volto, ella rispose:

Andiamo pure, se vuoi, marted?.

Verremo marted?, dunque, Calisto io dissi al vecchio, con un accento di allegrezza cos? vivace che io stesso ne fui sorpreso, tanto era stato spontaneo e subitaneo il moto dellanimo. Aspettaci per marted? mattina. Porteremo con noi la colazione. Tu non preparare nulla; hai capito? Lascia la casa chiusa. Voglio aprire io stesso la porta; voglio aprire io stesso le finestre a una a una. Intendi?





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