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Ah, Tullio! esclam? mia madre.

E si scambiarono uno sguardo, un po confuse.

Parlavamo di te soggiunse mia madre.

Di me! Male? chiesi con unaria gaia.

No, bene disse Giuliana, s?bito; e io colsi nella sua voce lintenzione, chella certo ebbe, di rassicurarmi.

Il sole daprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana. Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura le ombre or meno or pi? si agitavano. Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale, quasi un vapore invisibile di mirra.

Com? acuto questodore! mormor? Giuliana, passandosi le dita su i sopraccigli e socchiudendo le palpebre. Stordisce.

Io stavo tra lei e mia madre, un poco indietro. Una voglia mi venne, di chinarmi sul davanzale cingendo luna e laltra con le mie braccia. Avrei voluto mettere in quella semplice familiarit? tutta la tenerezza che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di cose inesprimibili e riconquistarla intera con quellunico atto. Ma anc?ra mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile.

Guarda, Giuliana, disse mia madre, indicando un punto del colle la tua Villalilla. La scorgi?

S?, s?.

Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro inferiore.

Distingui il cipresso? le chiesi, volendo aumentare con la domanda suggestiva il suo turbamento.

E io rivedevo nella mia imaginazione il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima.

S?, s?, lo distinguo appena.

Villalilla biancheggiava a mezzo dellaltura, molto lontana, in un pianoro. La catena dei colli si svolgeva dinnanzi a noi con un lineamento nobile e pacato, per ove gli oliveti avevano unapparenza di straordinaria leggerezza somigliando a un vapore verdegrigio cumulato in forme costanti. Gli alberi in fiore, bianchi e rosei trionfi, interrompevano luguaglianza. Il cielo pareva di continuo impallidire, come se nella sua liquidit? un latte di continuo si diffondesse e si dileguasse.

Andremo a Villalilla dopo Pasqua. Sar? tutta fiorita io dissi, tentando di rimettere in quellanima il sogno che le avevo strappato brutalmente.

E osai accostarmi, cingere con le mie braccia Giuliana e mia madre, chinarmi sul davanzale tenendo la mia testa tra luna e laltra testa; in modo che i capelli delluna e dellaltra mi sfioravano. La primavera, quella bont? dellaria, quella nobilt? dei luoghi, quella placida trasfigurazione di tutte le creature per una virt? materna, e quel cielo divino pel suo pallore, pi? divino come pi? si faceva pallido, mi davano un senso di vita cos? nuovo che io pensai tremando dentro di me: Ma ? possibile? Ma ? possibile? Ma dunque, dopo tutto quel che ? accaduto, dopo tutto quel che ho sofferto, dopo tante colpe, dopo tante vergogne, io posso anc?ra trovare nella vita questo sapore! Io posso anc?ra sperare, posso anc?ra avere il presentimento di una felicit?! Chi dunque mi ha benedetto?.

Pareva che tutto il mio essere si alleggerisse, espandendosi, dilatandosi oltre i suoi confini, con una vibrazione sottile, rapida e incessante. Nulla pu? dare unidea di ci? che diveniva in me la sensazione minima prodotta da un capello che mi sfiorava la guancia.

Rimanemmo alcuni minuti in quellattitudine, senza parlare. Gli olmi stormivano. Il tremolio innumerevole dei fiori gialli e violacei, che ammantavano il muro sotto la finestra, incantava le mie pupille. Un profumo denso e caldo saliva nel sole, col ritmo di un alito.

A un tratto, Giuliana si sollev?, si ritir?, smorta, con qualche cosa di torbido negli occhi, con la bocca sforzata come da una nausea, dicendo:

Questodore ? terribile. D? il capogiro. Mamma, non fa male anche a te?

E si volse per andarsene; diede qualche passo incerto, vacillante; poi si affrett?, usc? dalla stanza, seguita da mia madre.

Io le guardai allontanarsi per la fuga delle porte, anc?ra tenuto da un resto della sensazione primitiva, trasognato.

II.

La mia confidenza nellavvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi ricordavo quasi pi? di nulla. La mia anima troppo affaticata si dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidit? originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani dissolvimenti interiori, mi pareva che un altro principio di vita entrasse in me, che unaltra forza mi possedesse.

Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti, istintive componeva la mia esistenza reale. Tra lesterno e linterno si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ci? che passava nellaria, da un soffio, da unombra, da un bagliore.

Le grandi malattie dellanima come quelle del corpo rinnovellano luomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno miracolose di quelle fisiche. Davanti a un arbusto fiorito, davanti a un ramo coperto di minute gemme, davanti a un rampollo nato su un vecchio tronco quasi estinto, davanti alla pi? umile fra le grazie della terra, alla pi? modesta fra le trasfigurazioni della primavera, io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!

Uscivo spesso con mio fratello al mattino. In quellora tutto era fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, duna vita sobria e laboriosa; pareva portare in s? raccolta la mite sincerit? terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoj, baciandolo su la bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.

Andavamo per i campi senza m?ta, di rado ragionando. Egli lodava la fertilit? dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine perfetto. Spesso, nel cammino, egli sarrestava per osservare una pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi, i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di fiori; gi? per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si cangiava quasi direi in una umidit? divina, in una cosa indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.

Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i fiori:

Vedrai, vedrai i frutti.

Io li vedr? ripetevo dentro di me. Vedr? cadere i fiori, nascere le foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi. Questa assicurazione, gi? passata per la bocca di mio fratello, aveva per me unimportanza grave, come se si riferisse a non so quale felicit? promessa e attesa, la quale appunto dovesse svolgersi in quel periodo del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto. Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par gi? naturale che io rimanga ormai qui, nella campagna, con lui, con nostra madre; poich? egli dice che io vedr? i frutti dei suoi alberi. Egli ? sicuro che io li vedr?! Dunque ? proprio vero che ? incominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento chio ho dentro di me non minganna. Infatti, tutto ora si compie con una facilit? strana, insolita, con unabbondanza damore. Come amo Federico! Non lho mai amato cos?. Tali erano i miei soliloquii interiori, un po slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una singolare disposizione danimo che mi portava a vedere in qualunque fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.

Il gaudio mio pi? intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate, lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva anc?ra, talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove della sicurt? presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui laffetto indubitabile e tutelare.

Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui pi? degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei pi? corso il pericolo di smarrirmi, poich? egli conosceva la via diritta e camminava per quella con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi avrebbe difeso. Era luomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per me uguagliava in nobilt? lo spettacolo di quella giovinezza devota alla religione del conscientemente bene operare, dedicata allamore della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi.

Ges? della Gleba io lo chiamai un giorno, sorridendo.

Era un mattino pieno dinnocenza, uno di quei mattini che d?nno imagine delle albe primordiali nellinfanzia della Terra. Sul limite di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava in piedi, avanzando di tutto il capo gli astanti; e il suo gesto calmo dimostrava la semplicit? delle sue parole. Uomini vecchi incanutiti nella saggezza, uomini maturi gi? prossimi al limitare della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poich? nessun albero era da presso, poich? il frumento era umile nei solchi, le loro attitudini apparivano integre nella santit? della luce.

Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenzi? i suoi uomini per venirmi incontro. Allora spontanea mi usc? dalle labbra la salutazione:

Ges? della Gleba, osanna!

Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno, senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e le tenere cime verdi recise ad ogni colpo sinvolavano. Egli ne soffriva perch? mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed arross?, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto cos? maschio!

Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito, sorpresi negli occhi di Federico unombra di rammarico. S?bito tralasciai, ritrassi le mani, dicendo:

Se ti dispiace

Egli si mise a ridere forte.

Ma no, ma no Spoglia pure tutto lalbero.

Intanto il ramo gi? rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre, penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po carnicini, un po bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che portavano un germe omai condannato, avevano allaria un tremolio incessante.

Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione:

? per Giuliana.

E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo gi? rotto.

III.

Non quel ramo solo portai a Giuliana, ma molti altri. Tornavo alla Badiola sempre carico di doni floreali. Una mattina, avendo su le braccia un fascio di spine albe, incontrai nel vestibolo mia madre. Ero un poco ansante, accaldato, agitato da una leggera ebrezza. Domandai:

Dov? Giuliana?

Su, nelle sue stanze ella rispose, ridendo.

Io feci di corsa le scale, attraversai il corridoio, entrai franco nellappartamento, chiamai:

Giuliana, Giuliana! Dove sei?

Maria e Natalia mi uscirono incontro con grandi feste, rallegrate alla vista dei fiori, irrequiete, folli.

Vieni, vieni, mi gridarono la mamma ? qui, nella camera da letto. Vieni.

E io varcai quella soglia palpitando pi? forte; mi trovai alla presenza di Giuliana sorridente e confusa: le gittai il fascio ai piedi.

Guarda!

Oh, che cosa bella! esclam?, chinandosi sul fresco tesoro odorante.

Portava una delle sue ampie tuniche preferite, dun verde eguale al verde duna foglia daloe. Non anc?ra pettinati, i suoi capelli erano mal trattenuti dalle forcine; le coprivano la nuca, le nascondevano gli orecchi, in dense matasse. Leffluvio della spina, un odor misto di timo e di mandorla amara, la investiva tutta, si diffondeva per la camera.

Bada di non pungerti io le dissi. Guarda le mie mani.

E le mostrai le scalfitture anc?ra sanguinanti, come per rendere pi? meritoria lofferta. Oh se ella ora mi prendesse le mani pensai. E mi pass? su lo spirito, vago, il ricordo di un giorno lontanissimo in cui ella mi aveva baciate le mani scalfite dalle spine e aveva voluto suggere le stille di sangue che spuntavano luna dopo laltra. Se ella ora mi prendesse le mani e in questo solo atto mettesse tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono!

Io avevo di continuo, in quei giorni, laspettazione dun momento simile. Non sapevo veramente da che mi venisse una tal fiducia; ma ero sicuro che Giuliana si sarebbe ridonata a me, cos?, o prima o poi, con un solo semplice atto silenzioso in cui ella avrebbe saputo mettere tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono.

Ella sorrise. Unombra di sofferenza apparve sul suo volto troppo bianco, ne suoi occhi troppo incavati.

Non ti senti un poco meglio, da che sei qui? le domandai accostandomi.

S?, s?, meglio ella rispose.

Dopo una pausa:

E tu?

Oh, io sono gi? guarito. Non vedi?

S?, ? vero.

Quando mi parlava, in quei giorni, mi parlava con una esitazione singolare che per me era piena di grazia ma che ora m? impossibile definire. Pareva quasi chella fosse di continuo occupata a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa. Inoltre, la sua voce era, se si pu? dir cos?, pi? feminile; aveva perduta la primitiva fermezza e una parte di sonorit?; sera velata come quella duno strumento con la sordina. Ma, essendo ella dunque verso di me in tutte le sue espressioni tanto mite, che cosa anc?ra cimpediva di stringerci? Che cosa manteneva anc?ra tra lei e me quellintervallo?

In quel periodo che rimarr? nella storia della mia anima sempre misterioso, la mia nativa perspicacia sembrava interamente abolita. Tutte le mie terribili facolt? analitiche, quelle stesse che mi avevano dato tanti spasimi, sembravano esauste. La potenza delle facolt? inquiete pareva distrutta. Innumerevoli sensazioni, innumerevoli sentimenti di quel tempo mi riescono ora incomprensibili, inesplicabili, perch? non ho alcuna guida per rintracciarne lorigine, per determinarne la natura. Una discontinuit?, un difetto di fusione, ? tra quel periodo della mia vita psichica e gli altri.

Udii una volta raccontare, nel corso di una favola, che un giovine principe, dopo un lungo pellegrinaggio avventuroso, giunse infine al conspetto della donna che egli aveva con tanto ardore cercata. Tremava di speranza il giovine, mentre la donna gli sorrideva da vicino. Ma un velo rendeva intangibile la donna sorridente. Era un velo dignota materia, cos? tenue che si confondeva con laria; eppure il giovine non pot? stringere lamata a traverso un tal velo.

Questa imaginazione mi aiuta un poco a rappresentarmi il singolare stato in cui mi trovavo allora, a riguardo di Giuliana. Io sentivo che qualche cosa, inconoscibile, manteneva ancora tra lei e me lintervallo. Ma, nel tempo medesimo, confidavo nel semplice atto silenzioso che, o prima o poi, doveva distruggere lostacolo e rendermi felice.

Come mi piaceva intanto la camera di Giuliana! Era tappezzata dun tessuto chiaro, un po invecchiato, a fiorami assai sbiaditi, e aveva unalcova profonda. Come la profumavano le spine albe!

Ella disse, troppo bianca:

? acuto questo odore. D? alla testa. Non lo senti?

E and? verso una finestra per aprirla. Poi soggiunse:

Maria, chiama Miss Edith.

La governante comparve.

Edith, vi prego, portate questi fiori nella stanza del pianoforte. Metteteli nei vasi. Badate di non pungervi.

Maria e Natalia vollero portare una parte del fascio. Rimanemmo soli. Ella and? anc?ra verso la finestra; si appoggi? al davanzale, volgendo le spalle alla luce.

Io dissi:

Hai qualche cosa da fare? Vuoi che me ne vada?

No, no. Resta pure. Siediti. Raccontami la tua passeggiata di stamani. Fin dove sei giunto?

Ella pronunzi? queste frasi con un po di precipitazione. Come il parapetto era allaltezza delle reni, ella teneva sul davanzale i gomiti; e il suo busto sinclinava indietro, entrando nel rettangolo della finestra. La faccia, rivolta verso di me in pieno, si empiva dombra, specialmente nel cavo degli occhi; ma i capelli, ricevendo in sommo la luce, formavano una esigua aureola; gli omeri anche in sommo si rischiaravano. Un piede, su cui premeva il peso del corpo, avanzava lestremit? della veste, mostrando un po della calza cinerina e la babbuccia brillante. Tutta la figura, in quellattitudine, in quella luce, aveva una straordinaria forza di seduzione. Un lembo di paesaggio turchiniccio e voluttuoso, tra luno e laltro stipite, sfondava pel vano, dietro quella testa.

Allora fu che, dimprovviso, come per una rivelazione fulminea, io rividi in lei la donna desiderabile e nel mio sangue si riaccesero il ricordo e il desiderio delle carezze.

Io le parlavo guardandola fissamente. Come pi? la guardavo, pi? mi sentivo turbare; ed ella certo doveva leggere nel mio sguardo, perch? linquietudine in lei si fece palese. Io pensai con unacuta ansiet? interiore: Se ardissi? Se mavanzassi fino a lei e la prendessi fra le mie braccia?. Anche la franchezza apparente che io cercavo di mettere nei miei discorsi leggeri, mabbandon?. Mi confusi. Quel disagio divenne insostenibile.

Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte.

Io mi levai, maccostai alla finestra, mi misi a fianco di Giuliana, fui sul punto di chinarmi verso di lei per proferire alfine le parole gi? tante volte ripetute dentro di me in colloqui imaginarii. Ma il timore di una interruzione probabile mi trattenne. Pensai che quel momento era forse inopportuno, che non avrei avuto forse il tempo di dirle tutto, di aprirle tutto il mio cuore, di raccontarle la mia vita interna delle ultime settimane, la misteriosa convalescenza della mia anima, il risveglio delle mie fibre pi? tenere, la rifioritura de miei sogni pi? gentili, la profondit? del mio sentimento nuovo, la tenacit? della mia speranza. Pensai che non avrei avuto il tempo di raccontarle i minuti episodii recenti, quelle piccole confessioni ingenue, deliziose allorecchio della donna che ama, fresche di verit?, pi? persuasive di qualunque eloquenza. Io dovevo infatti riuscire a persuaderla duna grande e forse per lei incredibile cosa, dopo tante delusioni: riuscire a persuaderla che questo mio ritorno non era ingannevole, ma sincero, definitivo, necessitato da un bisogno vitale di tutto il mio essere. Ella, certo, diffidava anc?ra; certo, in questo suo diffidare stava la ragione del suo ritegno. Anc?ra fra noi sintrapponeva lombra dun atroce ricordo. Io dovevo scacciare quellombra, ricongiungere la mia anima a quella di lei cos? strettamente che nulla pi? potesse intrapporsi. E questo doveva accadere in unora favorevole, in un luogo segreto, silenzioso, abitato soltanto dalle memorie: a Villalilla.

Noi tacevamo, intanto, ambedue nel vano della finestra, luno a fianco dellaltra. Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte. Il profumo delle spine albe era vanito. Le tende che pendevano dallarco dellalcova lasciavano intravedere il letto nel fondo, ove i miei occhi andavano spesso, curiosi della penombra, quasi cupidi.

Giuliana aveva chinato il capo, perch? sentiva anchella forse il peso dolce e angoscioso del silenzio. Il vento leggero le agitava su la tempia una ciocca libera. Lirrequietudine di quella ciocca scura, un po lionata, ove anzi qualche filo alla luce diveniva oro su quella tempia pallida come unostia, mi faceva languire. E, guardando, io rividi sul collo il piccolo segno fosco da cui tante volte in altri tempi era partita la favilla della tentazione.

Allora, non potendo pi? reggere, con un misto di temenza e di ardire, levai la mano per ravviare quella ciocca; e le mie dita tremanti di su i capelli sfiorarono lorecchio, il collo, ma appena appena, con la pi? tenue delle carezze.





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