.

( 4 21)



Che far? senza Euridice?

In quella luce dorata e tepida, in quel profumo cos? molle, in mezzo a tutti quegli oggetti improntati di grazia feminile, il fantasma della melodia antica pareva svegliare il palpito duna vita segreta, spandere lombra dun non so che mistero.

Com? bella laria che tu cantavi dianzi! io dissi, obbedendo allimpulso che mi veniva dalla strana inquietudine.

Tanto bella! ella esclam?.

E una domanda mi saliva alle labbra: Ma perch? cantavi?. La trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosit? che mi pungeva.

Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con lunghia del pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore. (Quello stridore ? una particolarit? chiarissima nel mio ricordo).

Tu ti vestivi per uscire. S?guita dunque io dissi.

Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora ??

Manca un quarto alle undici.

Ah, gi? cos? tardi?

Ella prese il cappello e il velo; e si mise a sedere davanti allo specchio. Io la guardavo. Unaltra domanda mi sal? alle labbra: Dove vai?. Ma trattenni anche questa, bench? potesse sembrare naturale. E seguitai a guardarla attento.

Ella mi riapparve quale era in realt?: una giovine signora elegantissima, una dolce e nobile figura, piena di finezze fisiche, e illuminata da intense espressioni spirituali; una signora adorabile, insomma, che avrebbe potuto essere unamante deliziosa per la carne e per lo spirito. Sella fosse veramente lamante di qualcuno? allora pensai. Certo ? impossibile chella non sia stata molte volte insidiata e da molti. Troppo ? noto labbandono in cui la lascio; troppo son noti i miei torti. Sella avesse ceduto a qualcuno? O se anche stesse per cedere? Sella giudicasse alfine inutile e ingiusto il sacrificio della sua giovinezza? Sella fosse alfine stanca della lunga abnegazione? Sella conoscesse un uomo a me superiore, un seduttore delicato e profondo che le insegnasse la curiosit? del nuovo e le facesse dimenticare linfedele? Se io avessi gi? perduto interamente il suo cuore, troppe volte calpestato senza piet? e senza rimorso? Uno sgomento subitaneo minvase; e la stretta dellangoscia fu cos? forte che io pensai: Ecco, ora le confesso il mio dubbio. La guarder? in fondo, alle pupille dicendole Sei anc?ra pura? E sapr? la verit?. Ella non e capace di mentire. Non e capace di mentire. Ah, ah, ah! Una donna! Che ne sai tu? Una donna ? capace di tutto. Ricordatene. Qualche volta un gran manto eroico ? servito a nascondere una mezza dozzina di amanti. Sacrificio! Abnegazione! Apparenze, parole. Chi potr? mai conoscere il vero? Giura, se puoi, su la fedelt? di tua moglie: non dico su quella doggi ma soltanto su quella anteriore allepisodio della malattia. Giura in perfetta fede, se puoi. E la voce maligna (ah, Teresa Raffo, come operava il vostro veleno!), la voce perfida mi agghiacci?.

Abbi pazienza, Tullio, mi disse, quasi timidamente, Giuliana.

Mettimi questo spillo qui, nel velo.

Ella teneva le braccia alzate e arcuate verso la sommit? della testa, per fermare il velo; e le sue dita bianche cercavano invano dappuntarlo. La sua attitudine era piena di grazia. Le sue dita bianche mi fecero pensare: Quanto tempo ? che noi non ci stringiamo la mano! Oh le forti e calde strette di mano che ella mi dava un tempo, come per assicurarmi che non mi serbava rancore di nessuna offesa! Ora forse la sua mano ? impura?. E, mentre le appuntavo il velo, provai una repulsione istantanea al pensiero della possibile impurit?.

Ella si lev?, e io laiutai anche a indossare la giacca. Due o tre volte i nostri occhi sincontrarono fugacemente; ma anc?ra una volta io lessi nei suoi una specie di curiosit? inquieta. Ella forse domandava a s? stessa. Perch? ? entrato qui? Perch? si trattiene? Che significa quella sua aria smarrita? Che vuole da me? Che gli accade?

Permetti un momento disse, e usc? dalla stanza.

Ludii che chiamava Miss Edith, la governante. Come fui solo, involontariamente i miei occhi andarono alla piccola scrivania ingombra di lettere, di biglietti, di libri. Mavvicinai; e i miei occhi vagarono per un poco su le carte, come tentati di scoprire che cosa? forse la prova?. Ma scossi da me la tentazione bassa e sciocca. Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica e tra le pagine una daghetta. Era il libro in lettura, sfogliato a met?. Era il romanzo recentissimo di Filippo Arborio, Il Segreto. Lessi sul frontespizio una dedica, di pugno dellautore: A voi, Giuliana Hermil, TVRRIS EBVRNEA, indegnamente offro. F. Arborio. Ognissanti 85.

Giuliana dunque conosceva il romanziere? Quale attitudine aveva lo spirito di Giuliana verso colui? Ed evocai la figura fine e seducente dello scrittore, quale io laveva veduta in luoghi publici qualche volta. Certo, egli poteva piacere a Giuliana. Secondo alcune voci che erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni duna psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con suprema eleganza il disdegno della vita comune. Unagonia, La Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il Segreto davano della vita una visione intensa come duna vasta combustione dalle figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva per la sua Chimera, in un duello disperato con la realt?.

Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo Giorgio Aliora un libro fraterno? Non avevo io ritrovato in qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col mio essere intimo? E se appunto questa nostra affinit? strana gli agevolasse lopera di seduzione forse intrapresa? Se Giuliana gli si abbandonasse, avendogli appunto riconosciuta qualcuna di quelle attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare? pensai, con un nuovo sgomento.

Ella rientr? nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse con un sorriso confuso, con un po di rossore:

Che guardi?

Conosci Filippo Arborio? io le domandai s?bito, ma senza alcuna alterazione di voce, con il tono pi? calmo e pi? ingenuo chio seppi.

Si ella rispose, franca. Mi fu presentato in casa Monterisi. ? venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione dincontrarti.

Una domanda mi san alle labbra. E perch? tu non me ne hai parlato? Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di notizie e di confidenze amichevoli?

? assai pi? semplice dei suoi libri ella soggiunse, disinvolta, mettendosi i guanti con lentezza. Hai letto Il Segreto?

S?, lho gi? letto.

T? piaciuto?

Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a Giuliana la mia superiorit?, io risposi:

No. ? mediocre.

Ed ella disse alfine:

Io vado.

E si mosse per uscire. Io la seguii fino allanticamera, camminando nel solco del profumo chella lasciava dietro di s? fievolissimo, appena appena sensibile. Davanti al domestico, ella disse soltanto:

A rivederci.

E con un passo leggero varc? la soglia.

Io tornai alle mie stanze. Apersi la finestra, mi affacciai per veder lei nella strada.

Ella andava, col suo passo leggero, sul marciapiede dalla parte del sole: diritta, senza mai volgere il capo da nessuna banda. Lestate di San Martino diffondeva una doratura tenuissima sul cristallo del cielo; e un tepore quieto addolciva laria, evocava il profumo assente delle violette. Una tristezza enorme mi piomb? sopra, mi tenne abbattuto contro il davanzale; a poco a poco divenne intollerabile. Rare volte nella vita avevo sofferto come per quel dubbio che faceva crollare dun tratto la mia fede in Giuliana, una fede durata per tanti anni; rare volte la mia anima aveva gridato cos? forte dietro unillusione fuggente. Ma dunque era proprio, senza riparo, fuggita? Io non potevo, non volevo persuadermene. Tutta la mia vita derrore era stata accompagnata dalla grande illusione, che rispondeva non pure alle esigenze del mio egoismo, ma a un mio sogno estetico di grandezza morale. La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perch? ella avesse occasione dessere eroica era necessario chella soffrisse quel chio le ho fatto soffrire. Questo assioma con cui molte volte ero riuscito a placare i miei rimorsi, sera profondamente radicato nel mio spirito, generandovi un fantasma ideale dalla parte migliore di me assunto in una specie di culto platonico. Io dissoluto obliquo e fiacco mi compiacevo di riconoscere nel cerchio della mia esistenza unanima severa diritta e forte, unanima incorruttibile; e mi compiacevo desserne loggetto amato, per sempre amato. Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia debolezza si appoggiavano a questa illusione. Io credevo che per me potesse tradursi in realt? il sogno di tutti gli uomini intellettuali: essere costantemente infedele a una donna costantemente fedele.

Che cerchi? Tutte le ebrezze della vita? Esci, va, in?briati. Nella tua casa, come unimagine velata in un santuario, la creatura taciturna e memore aspetta. La lampada, dove tu non versi mai una stilla dolio, rimane sempre accesa. Non ? questo il sogno di tutti gli uomini intellettuali?

Anche: In qualunque ora, dopo qualunque fortuna, ritornando, tu la ritroverai. Ella era sicura del tuo ritorno ma non ti racconter? la sua attesa. Tu poserai il capo su le sue ginocchia; ed ella ti passer? lungo le tempie lestremit? delle sue dita, per magnetizzare il tuo dolore.

Ben un tal ritorno era nel mio presentimento: il ritorno finale, dopo una di quelle catastrofi interne che trasformano un uomo. E tutte le mie disperazioni venivano temperate da unintima confidenza nellindefettibile rifugio; e in fondo a tutte le mie abiezioni scendeva un qualche lume dalla donna che per amore di me e per opera mia aveva raggiunto il sommo dellaltezza corrispondendo perfettamente a una forma delle mie idealit?.

Bastava un dubbio a distruggere ogni cosa in un attimo?

Io riandai tutta la scena passata tra me e Giuliana, dal momento del mio ingresso nella stanza al momento della sua uscita.

Pur attribuendo gran parte dei miei moti intimi a uno speciale stato nervoso transitorio, non potei dissipare la strana impressione esattamente espressa dalle parole: Ella mi pareva unaltra donna. Certo, una qualche novit? era in lei. Ma quale? La dedica di Filippo Arborio non aveva piuttosto un significato rassicurante? Non riaffermava appunto limpenetrabilit? della TVRRIS EBVRNEA? Lappellativo glorioso era stato suggerito a colui o semplicemente dalla fama di purezza che avvolgeva il nome di Giuliana Hermil o anche da un tentativo dassalto fallito e forse da una rinunzia allassedio intrapreso. La Torre davorio doveva essere dunque anc?ra intatta.

Ragionando cos? per medicare il morso del sospetto, io provavo in fondo a me una vaga ansiet?, quasi temessi linsorgere improvviso duna qualche obbiezione ironica. Tu sai: la pelle di Giuliana ? straordinariamente bianca. Ella ? proprio pallida come la sua camicia. Lappellativo sacro potrebbe anche nascondere un significato profano.. Ma quellindegnamente. Eh, eh, quanti cavilli!

Un impeto iroso dinsofferenza interruppe quel dibattito umiliante e vano. Mi ritrassi dalla finestra, scossi le spalle, feci due o tre giri per la stanza, apersi un libro macchinalmente, lo respinsi. Ma lambascia non diminuiva. Insomma, pensai fermandomi come per affrontare un avversario invisibile tutto questo a che conduce? O ella ? gi? caduta, e la perdita ? irreparabile; o ella ? in pericolo, e io nel mio stato presente non posso intervenire per salvarla; o ella ? pura con la forza di serbarsi pura, e allora nulla ? mutato. In ogni caso, io non ho alcuna azione da compiere. Ci? che ?, ? necessario; ci? che sar?, sar? necessario. Questa crisi di sofferenza passer?. Bisogna aspettare. I crisantemi bianchi sul tavolo di Giuliana, dianzi, comerano belli! Uscir? per comprarne di simili in gran quantit?. Il convegno con Teresa ? oggi alle due. Mancano quasi tre ore Non mi disse ella, lultima volta, che voleva trovare il caminetto acceso? Sar? il primo fuoco dinverno, in una giornata cos? tiepida. Ella ? in una settimana di bont?, mi pare. Se durasse! Ma io alla prima occasione provocher? Eugenio Egano. Il mio pensiero segu? il nuovo corso, con qualche arresto repentino, con deviamenti improvvisi. Tra le stesse imagini della volutt? prossima mi balen? unaltra imagine impura, quella temuta, quella a cui volevo sfuggire. Alcune pagine ardite e ardenti della Cattolicissima mi tornarono alla memoria. E dalluno spasimo sorgeva laltro. E io confondevo, sebbene con una diversa sofferenza, nella medesima contaminazione le due donne e nel medesimo odio Filippo Arborio ed Eugenio Egano.

La crisi pass?, lasciandomi nellanimo una specie di vaga disistima mista di rancore verso la sorella. Io mi allontanai sempre pi?, mi feci sempre pi? duro, pi? incurante, pi? chiuso. La mia trista passione per Teresa Raffo divenne sempre pi? esclusiva, occup? tutte le mie facolt?, non mi diede unora di tregua. Io era veramente un ossesso, un uomo invaso da una diabolica follia, corroso da un morbo ignoto e spaventevole. I ricordi di quellinverno sono confusi nel mio spirito, incoerenti, interrotti da strane oscurit?, rari.

In quellinverno non incontrai mal a casa mia Filippo Arborio; poche volte lo vidi in luoghi publici. Ma una sera lo trovai in una sala darmi; e l? ci conoscemmo, fummo presentati luno allaltro dal maestro, scambiammo qualche parola. La luce del gas, il rimbombo del tavolato, il tintinno e il luccichio delle lame, le varie pose incomposte o eleganti degli schermitori, lo scatto rapido di tutte quelle gambe inarcate, lesalazione calda e acre di tutti quei corpi, i gridi gutturali, le interiezioni veementi, gli scoppi di risa ricompongono con una singolare evidenza nel mio ricordo la scena che si svolgeva intorno a noi mentre eravamo luno al conspetto dellaltro e il maestro pronunziava i nostri nomi. Rivedo il gesto con cui Filippo Arborio si lev? la maschera mostrando il viso acceso, tutto rigato di sudore. Tenendo da una mano la maschera e dallaltra il fioretto, sinchin?. Ansava troppo, affaticato e un po convulso, come chi non ha la consuetudine dellesercizio muscolare. Istintivamente, pensai chegli non era un uomo temibile sul terreno. Affettai anche una certa alterigia; a studio non gli rivolsi neppure una parola che si riferisse alla sua celebrit?, alla mia ammirazione; mi contenni come mi sarei contenuto verso un qualunque ignoto.

Dunque, mi chiese il maestro sorridendo per domani?

S?, alle dieci.

Vi battete? fece lArborio con una curiosit? manifesta.

S?.

Egli esit? un poco; quindi soggiunse:

Con chi? se non sono indiscreto.

Con Eugenio Egano.

Maccorsi chegli desiderava di sapere qualche cosa di pi?, ma che lo tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento.

Maestro, un assalto di cinque minuti io dissi, e mi volsi per andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare indietro e scorsi lArborio che aveva ripreso a schermire. Unocchiata mi bast? per conoscere chegli era mediocrissimo in quel giuoco.

Quando incominciai lassalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i presenti, simpadron? di me una particolare eccitazione nervosa che raddoppi? la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso di Filippo Arborio.

Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era gi? piena di fumo e dun odore umano acutissimo, nauseante. Tutti l? dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce, dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialit?. Gli scrosci della doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo dellArborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di nuovo limagine odiosa si form?.

Non ebbi, dopo dallora, altra occasione davvicinare colui e neppure dincontrarlo. N? me ne curai. N? in seguito fui colpito da alcuna apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di l? dal cerchio sempre pi? angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul mio spirito come gocciole dacqua su una lastra arroventata, o rimbalzando o dissolvendosi.

Gli eventi precipitarono. Su lo scorcio di febbraio, dopo unultima e vergognosa prova, avvenne tra me e Teresa Raffo la rottura definitiva. Io partii per Venezia, solo.

Rimasi l? circa un mese, in uno stato di malessere incomprensibile; in una specie di stupefazione che le caligini e i silenzii della laguna addensavano. Non altro conservavo in me che il sentimento della mia esistenza isolata, tra i fantasmi inerti di tutte le cose. Per lunghe ore non altro sentivo che la fissit? grave, schiacciante, della vita e il piccolo battito di unarteria nella mia testa. Per lunghe ore mi teneva quel fascino strano che esercita su lanima come su i sensi il passaggio continuo e monotono di qualche cosa indistinta. Piovigginava. Le nebbie su lacqua prendevano talvolta forme lugubri, camminando come spettri con un passo lento e solenne. Spesso nella gondola, come in una bara, io trovavo una specie di morte imaginaria. Quando il rematore mi chiedeva in che luogo dovesse condurmi, io facevo quasi sempre un gesto vago; e comprendevo dentro di me la disperata sincerit? delle parole: Dovunque, fuori del mondo!.

Tornai a Roma negli ultimi giorni di marzo. Avevo della realt? un senso nuovo, come dopo una lunga eclisse della conscienza. Una timidezza, uno smarrimento, una paura senza ragione mi prendevano talvolta allimprovviso; e mi sentivo debole come un fanciullo. Guardavo intorno a me di continuo, con unattenzione insolita, per riafferrare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti rapporti, per rendermi conto di ci? che era mutato, di ci? che era scomparso. E, come a poco a poco rientravo nellesistenza comune, si ristabiliva nel mio spirito lequilibrio, si ridestava qualche speranza, risorgeva la cura dellavvenire.

Trovai Giuliana molto abbattuta di forze, alterata nella salute, triste come non mai. Poco parlammo e senza guardarci dentro alle pupille, senza aprire i nostri cuori. Ambedue cercavamo la compagnia delle due bambine; e Maria e Natalia in una felice inconsapevolezza riempivano i silenzii con le loro fresche voci. Un giorno Maria domand?:

Mamma, andremo questanno, per Pasqua, alla Badiola?

Io risposi, invece della madre, senza esitare:

S?, andremo.

Allora Maria si mise a saltare per la stanza, in segno di gioia, trascinando la sorella. Io guardai Giuliana.

Vuoi che andiamo? le chiesi, timido, quasi con umilt?.

Ella consent? col capo.

Vedo che tu non stai bene soggiunsi. Anche io non sto bene Forse la campagna la primavera

Ella era distesa in una poltrona, tenendo le mani bianche posate lungo i bracciuoli; e la sua attitudine mi ricord? unaltra attitudine: quella della convalescente nel mattino della levata ma dopo lannunzio.

Fu decisa la partenza. Ci preparammo. Una speranza luceva nel profondo della mia anima, e io non osavo mirarla.

I.

Il primo ricordo ? questo.

Intendevo, quando ho incominciato il racconto, intendevo: questo ? il primo ricordo che si riferisce alla cosa tremenda.

Era di aprile, dunque. Eravamo da alcuni giorni alla Badiola.

Ah, figliuoli miei, aveva detto mia madre, con la sua grande ingenuit? come siete sciupati! Ah quella Roma, quella Roma! Bisogna che restiate qui con me, in campagna, molto tempo, per rimettervi molto tempo

S? aveva detto Giuliana, sorridendo s?, mamma, resteremo quanto vorrai.

Quel sorriso ridivenne frequente su le labbra di Giuliana, in presenza di mia madre; e, sebbene la malinconia degli occhi rimanesse inalterabile, era cos? dolce quel sorriso, era cos? profondamente buono che io stesso mi lasciai illudere. Ed osai mirare la mia speranza.

Nei primi giorni, mia madre non si distaccava mai dalle care ospiti; pareva che volesse saziarle di tenerezza. Due o tre volte io la vidi, palpitando duna commozione indefinibile, io la vidi accarezzare con la sua mano benedetta i capelli di Giuliana. Una volta la udii che chiedeva:

Ti vuol sempre lo stesso bene?

Povero Tullio! S? rispose laltra voce.

Dunque, non ? vero

Che?

Quello che mi hanno riferito.

Che ti hanno riferito?

Nulla, nulla Credevo che Tullio ti avesse dato qualche dispiacere.

Parlavano nel vano di una finestra, dietro le cortine ondeggianti, mentre di fuori stormivano gli olmi. Io mi feci innanzi, prima che saccorgessero di me; sollevai una cortina, mostrandomi.





: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21