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Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo a me la certezza che, giunta lora, non avrei potuto non partire. Ebbi per? il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo anc?ra tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di scrivere a quella che mi chiamava: Non verr?. Inventai un pretesto; e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non sembrasse troppo grave. Speri dunque che ella non curi il pretesto e timponga di partire? chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a quel sarcasmo; e unirritazione e unansiet? atroci simpadronirono di me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura.

Il giorno di mercoled? ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non era quasi aspettato?): O tu verrai o non mi vedrai pi?. Rispondi. E io risposi: Verr?.

S?bito dopo quellatto, commesso con quella specie di sovreccitazione inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi. Il senso della mia irresponsabilit?, il senso della necessit? di ci? che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. Se, pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me medesimo, io non posso fare altrimenti, segno ? che obbedisco a una forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele, ironico ed invincibile.

Nondimeno, appena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana, sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante, fra le portiere che mi nascondevano. Baster? chella mi guardi per indovinar tutto pensai smarrito. E fui sul punto di tornare indietro. Ma ella disse, con una voce che non mera mai parsa tanto dolce:

Tullio, sei tu?

Allora feci un passo. Ella grid?, vedendomi:

Tullio, che hai? Ti senti male?

Una vertigine M? passata gi? risposi; e mi rassicurai pensando: Ella non ha indovinato.

Ella, infatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che cos? fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa?

Oppure dovevo partire allimprovviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa?

Ahim?, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi preoccupavo dalleggerir me pi? di lei. E certo avrei scelto il modo della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre, sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo interiore.

Ah, ad ogni patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, ? cos? comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro Anche questa volta, se tu vorrai, la vittima si sforzer? di sorridere sentendosi morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare daltro, cuore generoso.

Luomo trova nel sincero e supremo disprezzo di s? medesimo qualche volta, veramente, una particolare gioia.

A che pensi, Tullio? mi domand? Giuliana, con un gesto ingenuo appuntandomi lindice tra luno e laltro sopracciglio come per fermare il pensiero.

Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che parve grave, bast? a modificare di nuovo lattitudine del mio spirito; la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi ammoll?, mi suscit? quel sentimento snervante da cui hanno origine le lacrime; che si chiama piet? di s?. Provai un acuto bisogno dessere compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro: Approfitta di questa disposizione danimo, senza fare per ora alcuna rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto. Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto delluomo amato. Giuliana ne sar? sconvolta; e tu sembrerai essere travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la verit?, il ricordo delle lacrime ti rialzer? nellanimo di lei. Ella potr? pensare: Ah, dunque per questo ieri piangeva cos? dirottamente. Povero amico! E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze invano contro chi sa qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta, dunque, approfitta.

Hai qualche cosa sul cuore? mi domand? Giuliana, con una voce sommessa, carezzevole, piena di confidenza.

Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione di quel pianto utile distrasse il mio sentimento, ne arrest? la spontaneit? e ritard? quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime. Se io non potessi piangere? Se non mi venissero le lacrime? pensai con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel piccolo fatto materiale che la mia volont? non bastava a produrre. E intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: Che peccato! Che peccato! Lora non potrebbe essere pi? favorevole. Nella stanza ci si vede appena. Che effetto, un singhiozzo nellombra!.

Tullio, non mi rispondi? soggiunse Giuliana, dopo un intervallo, passandomi la mano su la fronte e su i capelli perch? io alzassi la faccia. A me tu puoi dire tutto. Lo sai.

Ah, veramente, dopo dallora io non ho mai pi? udita una voce umana di quella dolcezza. Neppure mia madre ha mai saputo parlarmi cos?.

Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del pianto. Questo, questo ? il momento di prorompere. Ma non fu se non una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinit? mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel manifestarsi) io alzai il viso perch? Giuliana la scorgesse e provai per qualche attimo unansiet? smaniosa temendo che nellombra ella non la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poich? rimanevo muto, ripet?:

Non rispondi?

E intravide; e, per accertarsi, mi afferr? la testa e me larrovesci?, con un gesto quasi brusco.

Piangi?

La sua voce era mutata.

E io mi liberai allimprovviso, mi levai per fuggire, come uno che non possa pi? reggere la piena dellaffanno.

Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio.

E uscii dalla stanza, a precipizio.

Quando fui solo, ebbi disgusto di me.

Era la vigilia duna solennit? per la convalescente. Qualche ora dopo, come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la ritrovai in compagnia di mia madre. Appena mi vide, mia madre esclam?:

Dunque domani, Tullio, giorno di festa.

Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani, dellora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute particolarit?, con un certo sforzo, un poco distratti. E io mauguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse.

Ebbi fortuna, perch? una sola volta mia madre usc? e rientr? quasi s?bito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese:

Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire?

Nulla, nulla.

Vedi, cos? tu mi guasti la festa.

No, no. Ti dir? ti dir? poi. Non ci pensare, ora; ti prego.

Sii buono!

Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma laccento con cui Giuliana aveva proferito quelle poche parole bast? per convincermi che ella non sospettava la verit?. Pensava ella forse che quella tristezza mi venisse da unombra del mio passato incancellabile e inespiabile? Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono?

Fu anc?ra una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii chiamare dalla sua voce squillante.

Tullio, vieni.

Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava pi? alta, pi? snella, quasi fragile. Vestita duna specie di tunica ampia e fluida, a lunghe pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi appena, tenendo le braccia discoste dai fianchi come per cercare lequilibrio, volgendosi ora a me ora a mia madre.

Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza, pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla.

No, no, ella preg? lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare da me fino alla poltrona.

Ella avanz? il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il candore duna gioia infantile.

Bada, Giuliana!

Fece anc?ra due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento repentino, dal timor p?nico di cadere, esit? un attimo tra me e mia madre, e si gitt? nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, invece, un poco soffocata dallansia; e, come ella non portava busto, le mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa, il mio petto la sent? tutta palpitante e morbida, le mie nari aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo collo il piccolo segno bruno.

Ho avuto paura ella diceva interrottamente, ridendo e ansando ho avuto paura di cadere.

E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla, senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma, profondamente alterata dallinfermit?, con i nervi indeboliti, con le vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione in quella sera del bacio inaspettato; e lopera di carit? e damore e dammenda, a cui rinunziavo, anc?ra una volta mapparve bellissima.

Conducimi tu alla poltrona, Tullio ella diceva.

Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano; laiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e mi ricordo che scelsi quello di tono pi? squisito perch? ella vi appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi, minginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua pianella esigua che nascondeva poco pi? del pollice. Come in quella sera, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole. E io mindugiavo. Accostai un piccolo tavolo da t?, sopra ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca davorio. Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po di ostentazione.

Lironia ricominci?. Molto abile! Molto abile! ? utilissimo quel che fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potr? ella sospettare, dopo avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po di ostentazione, anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. S?guita, s?guita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!

Oh come si sta bene qui! esclam? Giuliana con un sospiro di sollievo, socchiudendo i cigli. Grazie, Tullio.

Qualche minuto dopo, quando mia madre usc? quando rimanemmo soli, ella ripet?, con un sentimento pi? profondo:

Grazie.

E alz? una mano verso di me, perch? io la prendessi nelle mie. Essendo ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito. E quella mano bianca e fedele, che portava lamore, e lindulgenza, la pace, il sogno, loblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, trem? un istante nellaria verso di me come per lofferta suprema.

Credo che nellora della morte, nellattimo stesso in cui cesser? di soffrire, io rivedr? quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita passata innumerabili, rivedr? unicamente quel gesto.

Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo lestrema gravit? del momento e lo straordinario valore degli atti che si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava, insieme con la piet? verso la creatura che io stava per colpire, un sentimento di acuto rammarico verso lofferta chio stava per respingere. Nellaltro predominava, insieme con la cupa bramosia verso lamante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame delle circostanze che potevano favorire, la mia impunit?. Questo parallelismo portava la mia vita interna ad una intensit? e ad una accelerazione incredibili.

Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo temporeggiare pi? oltre. Perch? la cosa non sembrasse oscura e troppo subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione, annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile. Era necessario anche, prima che a mia madre, dare lannunzio a Giuliana perch? non accadessero contrattempi pericolosi. E se Giuliana prorompesse, alfine? Se, nellimpeto del dolore e dello sdegno, ella rivelasse a mia madre la verit?? Come ottenere da lei una promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione? Fino allultimo io discussi, dentro di me. Comprender? s?bito, alla prima parola? E se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio viaggio? Come risponderei? Ma ella comprender?. ? impossibile che ella non abbia gi? saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora T?lice, per esempio, che Teresa Raffo non ? a Roma.

Le mie forze cominciavano gi? a cedere. Non avrei potuto pi? a lungo sostenere lorgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con una tensione di tutti i miei nervi; e, poich? ella parlava, desiderai che ella medesima mi offrisse lopportunit? di scoccare la freccia.

Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilit? insolita. Quel non so che di convulso in lei, gi? da me notato prima, mi pareva pi? palese. Io stavo anc?ra in piedi, dietro la poltrona. Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in quel giorno, pallide come in quel giorno quando soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.

Quel giorno! Non era trascorsa neppure una settimana. Perch? pareva dunque tanto remoto?

Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere. Anc?ra una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente.

A un punto, infine, ella disse:

Domani, se star? meglio, tu mi porterai su la terrazza, allaria

Io interruppi:

Domani non sar? qui.

Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza attendere:

Partir?.

Soggiunsi anc?ra, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima:

Partir? per Firenze.

Ah!

Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione violenta, il bianco de suoi occhi, la sua gengiva esangue.

Giuliana! balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso di lei, temendo chella venisse meno.

Ma ella abbass? le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse in s? stessa, come presa da un gran freddo. Rimase cos? qualche minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione convulsiva nelle mani davano indizio della vita.

Non fu un delitto? Fu il primo dei miei delitti; e non il minore, forse.

Partii, in condizioni terribili. La mia assenza dur? pi? di una settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori crudelt?. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa; anche questa volta aveva saputo tacere. E mappariva chiusa nel suo silenzio come in unarmatura adamantina, impenetrabile.

And? con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio fratello. Io rimasi a Roma.

Da quel tempo incominci? per me un periodo tristissimo, oscurissimo, il cui ricordo anc?ra mi riempie di nausea e dumiliazione. Tenuto da quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale nelluomo, io patii tutto lo strazio che una donna pu? fare di unanima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto, una terribile gelosia sensuale divamp? in me disseccando tutte le buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava nellinfimo della mia sostanza bruta.

Teresa Raffo non mera parsa mai desiderabile come ora che non potevo disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci, gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed accettati senza rossore, lacrime pi? acri di qualunque tossico, frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza, cadute nellabisso della lussuria cos? violente che mi lasciavano per lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe particolarit? del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane; e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realt?. Tutti gli atti della sua esistenza merano ignoti. Io non provavo alcun bisogno dinterrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza inesplicabile mi fasciava lanima contro di lei. Anche, talvolta, io avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un giorno la sentii ridere; e il suo riso mirrit?, mi fece quasi ira.

Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza lontana. Cantava laria di Orfeo:

Che far? senza Euridice?

Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava cos?, movendosi per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo tempo. Perch? cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo animo rispondeva quelleffusione insolita? Un turbamento inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere, chiamandola per nome.

Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stup?; rimase per un poco attonita, in una sospensione manifesta.

Canti? io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io stesso del mio atto straordinario.

Ella sorrise dun sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere nei suoi occhi una curiosit? penosa, gi? altre volte da me notata fuggevolmente: quella curiosit? compassionevole con cui si guarda una persona sospettata di follia, un ossesso. Infatti, nello specchio di contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quellaspetto di febricitante che avevo gi? da qualche mese.

Ti vestivi per uscire? le domandai, anc?ra impacciato, quasi peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il silenzio.

S?.

Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava un abito di vigogna oscuro; e teneva anc?ra in mano un pettine di tartaruga bionda con la costola dargento. Labito, di foggia semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo allaltezza della spalla. Il sole dellestate di San Martino scendeva per la finestra; e nella luce vagava un profumo di cipria o dessenza che io non seppi riconoscere.

Qual ?, ora, il tuo profumo? le domandai.

Ella rispose:

Crab-apple.

Io soggiunsi:

Mi piace.

Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare unaltra qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimit? fra noi due era caduta. Ella mi pareva unaltra donna. E intanto laria di Orfeo mi ondeggiava anc?ra su lanima, minquietava anc?ra.





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