.

( 21 21)



Bagn? le labbra nel bicchiere che le porgevo.

Dimmi, io seguitai dove ti piacerebbe di passare la convalescenza?

Ella sorrise debolmente.

Su la Riviera? Vuoi che scriva ad Augusto Arici perch? ci trovi una villa? Se Villa Ginosa fosse disponibile! Ti ricordi?

Ella sorrise pi? debolmente anc?ra.

Sei stanca? Taffatica forse la mia voce

Mavvidi chella stava per cadere in deliquio. La sostenni, le tolsi i guanciali che la rialzavano, ladagiai mettendole il capo pi? basso, la soccorsi nei modi consueti. Dopo un poco, parve chella riacquistasse i sensi. Mormor? come in sogno:

S?, s?, andiamo

XLII.

Unirrequietudine strana mi teneva. Talvolta era come un godimento, come un assalto di gioia confusa. Talvolta era come unimpazienza acutissima, una smania insofferibile. Talvolta era come un bisogno di vedere qualcuno, dandare in cerca di qualcuno, di parlare, di espandermi. Talvolta era come un bisogno di solitudine, di correre a rinchiudermi in un luogo sicuro per rimanere solo con me stesso, per guardarmi bene a dentro, per sviluppare il mio pensiero, per considerare e studiare tutte le particolarit? dellevento prossimo, per prepararmi. Questi moti diversi e contrarii, ed altri innumerevoli moti indefinibili inesplicabili, si avvicendavano nel mio spirito rapidamente, con una straordinaria accelerazione della mia vita interiore.

Il lampo che aveva attraversato il mio cervello, quel guizzo di luce sinistra, pareva che avesse illuminato a un tratto uno stato di conscienza preesistente sebbene immerso nelloscurit?, pareva che avesse risvegliato uno strato profondo della mia memoria. Sentivo di ricordarmi ma, per quanti sforzi io facessi, non giungevo a rintracciare le origini del ricordo n? a scoprirne la natura. Certo, mi ricordavo. Era il ricordo dun lettura lontana? Avevo trovato descritto in qualche libro un caso analogo? 0 qualcuno, un tempo, maveva narrato quel caso come occorso nella vita reale? Oppure quel sentimento del ricordo era illusorio, non era se non leffetto duna associazione didee misteriosa? Certo, mi pareva che il mezzo mi fosse stato suggerito da qualcuno estraneo. Mi pareva che qualcuno a un tratto fosse venuto a togliermi da ogni perplessit? dicendomi: Bisogna che tu faccia cos?, come fece quellaltro nel tuo caso. Ma chi era quellaltro? In qualche modo, certo, io dovevo averlo conosciuto. Ma, per quanti sforzi io facessi, non riuscivo a distaccarlo da me, a rendermelo obiettivo. M? impossibile definire con esattezza il particolare stato di conscienza in cui mi trovavo. Io avevo la nozione completa dun fatto in tutti i punti del suo svolgimento, avevo cio? la nozione duna serie di azioni per cui era passato un uomo nel ridurre ad effetto un dato proposito. Ma quelluomo, il predecessore, mera ignoto; e io non potevo associare a quella nozione le imagini relative senza mettere me stesso nel luogo di colui.

Io dunque vedevo me stesso compiere quelle speciali azioni gi? compiute da un altro, imitare la condotta tenuta da un altro in un caso simile al mio. Il sentimento della spontaneit? originale mi mancava.

Quando uscii dalla stanza di Giuliana, passai qualche minuto nellincertezza girando per gli anditi alla ventura. Non incontrai nessuno. Mi diressi verso la stanza della nutrice. Origliai alla porta; udii la voce sommessa di mia madre; mi allontanai.

Ella non sera mossa forse di l?? Il bambino aveva avuto forse qualche accesso di tosse pi? grave? Io conoscevo bene il catarro bronchiale dei neonati, la malattia terribile dalle apparenze ingannevoli. Mi ricordai del pericolo corso da Maria nel suo terzo mese di vita, mi ricordai di tutti i sintomi. Anche Maria da principio aveva alcune volte sternutato, tossito leggermente: aveva mostrato molta tendenza al sonno. Pensai: Chi sa! Se aspetto, se non mi lascio trascinare, forse il buon Dio interviene a tempo, io sono salvo.

Tornai indietro; origliai di nuovo; udii anc?ra la voce di mia madre; entrai.

Dunque, come sta Raimondo? chiesi, senza nascondere il mio tremito.

Bene. ? quieto; non ha pi? tossito: ha il respiro regolare, il calore naturale. Guarda. Sta poppando.

Mia madre mi parve infatti rassicurata, tranquilla.

Anna, seduta sul letto, dava il latte al bambino che lo beveva con avidit?, mettendo di tratto in tratto un piccolo rumore con le labbra nel suggere. Anna aveva il volto reclinato, gli occhi fissi al pavimento, unimmobilit? bronzea. La fiammella oscillante della lampada le gittava luci ed ombre su la gonna rossa.

Non fa troppo caldo qui dentro? dissi, provando un po di soffocazione.

La camera infatti era caldissima. In un angolo, su la cupola dun braciere si scaldavano alcune pezzuole, una fascia. Si udiva anche un gorgoglio dacqua in bollore. Si udiva a quando a quando il tintinno dei vetri sotto le ventate che fischiavano o rugghiavano.

Senti che tramontana si rivolta! mormor? mia madre. Io non avvertii pi? gli altri rumori. Ascoltai il vento, con unattenzione ansiosa. Mi corse qualche brivido per le ossa, quasi che mavesse penetrato un filo di quel freddo. Andai verso la finestra. Nellaprire uno scuretto, le dita mi tremavano. Appoggiai la fronte contro il vetro gelido e guardai di fuori, ma lappannatura prodotta s?bito dallalito mimpediva di vedere. Levai gli occhi e scorsi a traverso il vetro pi? alto scintillare il cielo stellato.

? sereno dissi, uscendo dal vano della finestra. Avevo dentro di me limagine della notte adamantina e micidiale, mentre gli occhi mi correvano a Raimondo che pendeva anc?ra dalla poppa.

Ha mangiato stasera Giuliana? mi domand? mia madre, con un accento amorevole.

S? le risposi, senza dolcezza; e pensai: In tutta la sera tu non hai trovato un minuto per venire a vederla! Non ? la prima volta che la trascuri. Hai dato il cuore a Raimondo.

XLIII.

La mattina dopo, il dottor Jemma osserv? il bambino e lo dichiar? perfettamente sano. Non diede alcuna importanza al fatto della tosse addotto da mia madre Pur sorridendo delle cure e delle apprensioni eccessive, raccomand? la cautela in quei giorni di freddo crudo, raccomand? la massima prudenza per le lavande e pel bagno.

Ero presente mentre egli parlava di queste cose davanti a Giuliana. Due o tre volte i miei occhi sincontrarono con quelli di lei, in lampi fuggevoli.

Dunque non veniva aiuto dalla Provvidenza. Bisognava operare, bisognava profittare del momento opportuno, affrettare levento. Io mi risolsi. Aspettai la sera deliberato a compiere il delitto.

Raccolsi quanto di energia anc?ra mi rimaneva, aguzzai la mia perspicacia, studiai tutte le mie parole, tutti i miei atti. Nulla io dissi, nulla io feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. La mia circospezione non si rilasci? mai un istante. Non ebbi un istante di debolezza sentimentale. La mia sensibilit? interiore era compressa, soffocata. Il mio spirito concentrava tutte le sue facolt? utili nel preparativo per arrivare allo scioglimento di un problema materiale. Bisognava che nella sera per alcuni minuti io fossi lasciato solo con lintruso, e in certe date condizioni di sicurt?.

Durante il giorno entrai pi? volte nella stanza della nutrice. Anna era sempre al suo posto, come una custode impassibile. Se io le rivolgevo qualche domanda, ella mi rispondeva con monosillabi. Aveva una voce roca, dun timbro singolare. Il suo silenzio, la sua inerzia mi irritavano.

Per lo pi? ella non sallontanava se non nellora dei suoi pasti. Ma era sostituita per lo pi? da mia madre o da Miss Edith o da Cristina o da qualche altra donna di servizio. In questultimo caso io avrei potuto facilmente liberarmi della testimone, dandole un ordine. Ma rimaneva sempre il pericolo che qualcuno sopraggiungesse allimprovviso nel frattempo. E inoltre io ero in balia della ventura, non potendo io stesso scegliere la persona subentrante. Era probabile che tanto in quella sera quanto nelle sere successive fosse mia madre. Daltronde, mi pareva impossibile prolungare indefinitamente le mie vigilanze e le mie ansiet?, stare in agguato per un tempo incerto, vivere nellaspettazione continua dellora funesta.

Mentre ero l? perplesso, entr? Miss Edith con Maria e Natalia. Le due piccole Grazie, animate dalla corsa allaria aperta, chiuse nei loro mantelli di zibellino, con su capelli il t?cco della stessa pelliccia, con le mani guantate, con le guance invermigliate dal freddo, appena mi videro si gettarono su di me allegre e leggere. E per alcuni minuti la stanza fu piena del loro cinguettio.

Sai, sono arrivati i montanari mannunzi? Maria. Stasera comincia la novena di Natale, nella cappella. Se tu vedessi il presepe che ha fatto Pietro! Sai che la nonna ci ha promesso lAlbero? ? vero, Miss Edith? Bisogna metterlo nella stanza della mamma La mamma sar? guarita per Natale; ? vero? Oh, falla guarire!

Natalia sera fermata a guardare Raimondo; e di tratto in tratto rideva alle smorfie di lui che agitava le gambe senza posa come se volesse liberarsi dalle fasce. Le venne un capriccio.

Voglio tenerlo in braccio!

E strepit? per averlo. Raccolse tutta la sua forza per reggere il peso; e il suo volto divenne grave, come quando ella faceva da madre alla sua bambola.

Ora io! grid? Maria.

E il fratellastro pass? dalluna allaltra, senza piangere. Ma a un certo punto, mentre Maria lo portava in giro sorvegliata da Edith, pericol?, fu per sfuggirle dalle mani. Edith lo sostenne, lo riprese, lo restitu? alla nutrice che pareva profondamente assorta, lontanissima dalle persone e dalle cose che la circondavano.

Seguendo un mio pensiero segreto, io dissi:

Dunque stasera comincia la Novena

S?, s?, stasera.

Io guardavo Anna che parve scuotersi e prestare unattenzione insolita al discorso.

Quanti sono i montanari?

Cinque rispose Maria che sembrava minutamente informata di tutto. Due cornamuse, due ceramelle e un piffero.

E si mise a ridere ripetendo molte volte di seguito lultima parola per incitare la sorella.

Vengono dalla tua montagna dissi volgendomi ad Anna. Ce n? forse qualcuno di Montegorgo

Gli occhi di lei avevano perduta la loro durezza di smalto, serano animati, rilucevano umidi e tristi. Tutto il volto appariva alterato dallespressione dun sentimento straordinario. E io compresi chella soffriva e che la nostalgia era il suo male.

XLIV.

Sapprossimava la sera. Scesi alla cappella, vidi i preparativi della Novena; il presepe, i fiori, le candele vergini. Uscii senza sapere perch?; guardai la finestra della stanza di Raimondo. Camminai a passi rapidi su e gi? per lo spiazzo, sperando di domare il tremore convulso, il freddo acuto che mi penetrava le ossa, le contratture che mi serravano lo stomaco vacuo.

Era un crepuscolo glaciale, polito, quasi direi tagliente. Un lividore verdastro si dilatava su lorizzonte lontano, in fondo alla valle plumbea ove sinternava lAss?ro tortuoso. Il fiume luccicava, solo.

Uno sgomento repentino minvase. Pensai: Ho paura?. Mi pareva che qualcuno, invisibile, mi guardasse lanima. Provavo lo stesso malessere che d?nno talvolta gli sguardi troppo fissi, magnetici. Pensai: Ho paura? Di che? Di compiere latto o di essere scoperto da qualcuno?. Mi sgomentavano le ombre dei grandi alberi, limmensit? del cielo, i luccichii dellAss?ro, tutte quelle voci vaghe della campagna. Son? lAngelus. Rientrai, quasi di fuga, come inseguito.

Incontrai mia madre nellandito non anc?ra illuminato.

Di dove vieni, Tullio?

Di fuori. Ho passeggiato un poco.

Giuliana taspetta.

A che ora comincia la Novella?

Alle sei.

Erano le cinque e un quarto. Mancavano tre quarti dora. Bisogna vigilare.

Vado, mamma.

Dopo qualche passo la richiamai.

Federico non ? tornato?

No.

Salii alla stanza di Giuliana. Ella maspettava. Cristina preparava la piccola tavola.

Dove sei stato fino a ora? mi chiese la povera malata, con un lieve tono di rimprovero.

Sono stato l?, con Maria, con Natalia Sono stato a vedere la cappella.

Gi?, stasera comincia la Novena ella mormor? tristamente, accorata.

Di qui potrai sentire forse i suoni.

Ella rest? pensosa per qualche istante. Mi sembr? molto triste, duna di quelle tristezze un po molli che rivelano un cuore gonfio di pianto, un bisogno di lacrime.

A che pensi? le chiesi.

Mi ricordo del mio primo Natale alla Badiola. Te ne ricordi tu?

Ella era tenera e commossa; e richiamava la mia tenerezza, si abbandonava a me per essere blandita, per essere cullata, perch? io le premessi il cuore e le bevessi le lacrime. Conoscevo quei suoi languori dolenti, quei suoi affanni indefiniti. Ma pensavo, ansioso: Bisogna che io non la secondi. Bisogna che io non mi lasci legare. Il tempo fugge. Se ella mi prende, mi sar? difficile distaccarmi da lei. Se ella piange, io non potr? allontanarmi. Bisogna che io mi contenga. Il tempo precipita. Chi rimarr? a guardia di Raimondo? Non mia madre, certo. Probabilmente la nutrice. Tutti gli altri si raccoglieranno nella cappella. Qui metter? Cristina. Io sar? sicuro. Il caso non potrebbe essermi pi? favorevole. Bisogna che fra venti minuti io sia libero.

Evitai di eccitare la malata, finsi di non comprenderla, non corrisposi alle sue effusioni, cercai di distrarla con oggetti materiali, feci in modo che Cristina non ci lasciasse soli come nelle altre sere dintimit?, mi occupai della cena con esagerata premura.

Perch? stasera non mangi con me? ella mi chiese.

Non posso prender nulla, ora; non sto bene. Mangia tu qualche cosa; ti prego!

Per quanti sforzi io facessi non riuscivo a dissimulare interamente lansiet? che mi divorava. Pi? volte ella mi guard? con lintenzione manifesta di penetrarmi. Poi dun tratto saccigli?, divent? taciturna. Tocc? appena appena qualche cibo, bagn? appena appena le labbra nel bicchiere. Io raccolsi tutto il mio coraggio allora, per andarmene. Finsi di aver udito il rumore duna vettura. Mi misi in ascolto, dissi:

Forse ? tornato Federico. Ho bisogno di vederlo s?bito Permetti che vada gi? un momento. Rimane qui Cristina.

La vidi alterata nel volto come chi sia per rompere in un pianto. Non aspettai il suo consenso. Uscii in fretta; ma non trascurai di ripetere a Cristina che rimanesse fino a che io non fossi risalito.

Appena fuori, fui costretto a fermarmi per resistere alla soffocazione dellambascia. Pensai: Se non riesco a dominare i miei nervi, tutto ? perduto. Tesi lorecchio, ma non udii se non il rombo delle mie arterie. Mavanzai per landito fino alle scale. Non incontrai nessuno. La casa era silenziosa. Pensai: Tutti gi? sono nella cappella, anche i domestici. Non cera nulla da temere. Aspettai due o tre minuti anc?ra, per ricompormi. In quei due o tre minuti lintensione del mio spirito cadde. Ebbi uno smarrimento strano. Mi passarono pel cervello pensieri vaghi, insignificanti, estranei allatto che stavo per compiere. Contai macchinalmente i balaustri della ringhiera.

Certo Anna ? rimasta. La stanza di Raimondo non ? lontana dalla cappella. I suoni annunzieranno il principio della Novena. Mi diressi verso la porta. Prima di giungervi, udii il preludio delle cornamuse. Entrai senza esitare. Non mero ingannato.

Anna stava in piedi, presso la sua sedia, atteggiata in modo cos? vivo chio s?bito indovinai chella era allora allora balzata in piedi udendo le cornamuse della sua montagna, il preludio della pastorale antica.

Dorme? domandai.

Ella maccenn? di s? col capo.

I suoni continuavano, velati dalla distanza, dolci come in un sogno, un po rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia ingenua e indimenticabile su laccompagnamento delle cornamuse.

Va anche tu alla Novena io le dissi. Resto io qui. Da quanto tempo s? addormentato?

Ora.

Va, va dunque alla Novena.

Gli occhi le brillarono.

Vado?

S?. Resto io qui.

Le aprii la porta io stesso; la chiusi dietro di lei. Corsi verso la culla, su la punta dei piedi; guardai da presso. LInnocente dormiva nelle sue fasce, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in dentro. A traverso il tessuto delle palpebre apparivano per me le sue iridi grige. Ma non sentii sollevarmi dal profondo nessun impeto cieco di odio n? dira. La mia avversione contro di lui fu meno acre che nel passato. Mi manc? quellimpulso istintivo che pi? duna volta avevo sentito correre fino alle estremit? delle mie dita pronte a qualunque violenza criminale. Io non obedii se non allimpulso duna volont? fredda e lucida, in una perfetta consapevolezza.

Tornai alla porta, la riaprii; massicurai che landito era deserto. Corsi allora alla finestra. Mi vennero alla memoria alcune parole di mia madre; mi balen? il dubbio che Giovanni di Sc?rdio potesse trovarsi l? sotto nello spiazzo. Con infinite precauzioni aprii. Una colonna daria gelata minvest?. Mi sporsi sul davanzale, ad esplorare. Non vidi nessuna forma sospetta, non udii se non i suoni della Novena diffusi. Mi ritrassi, mi avvicinai alla culla, vinsi con uno sforzo lestrema ripugnanza; presi adagio adagio il bambino, comprimendo lansia; tenendolo discosto dal mio cuore che batteva troppo forte, lo portai alla finestra; lesposi allaria che doveva farlo morire.

Non mi smarrii; nessuno dei miei sensi soscur?. Vidi le stelle del cielo che oscillavano come se un vento superno le agitasse; vidi i moti illusorii ma terrifici che la luce mobile della lampada metteva nella portiera; udii distintamente la ripresa della pastorale, i latrati dun cane lontano. Un guizzo del bambino mi fece trasalire. Egli si svegliava.

Pensai: Ora piange. Quanto tempo ? passato? Un minuto, forse; neppure un minuto. Baster? questimpressione breve perch? egli muoia? ? stato egli colpito?. Il bambino agit? le braccia dinnanzi a s?, storse la bocca, lapr?; tard? un poco a emettere il vagito che mi parve mutato, pi? esile, pi? tremulo, ma forse soltanto perch? sonava in unaria diversa mentre io lavevo udito sempre in luoghi chiusi. Quel vagito esile, tremulo, memp? di sgomento, mi diede a un tratto una paura folle. Corsi alla culla, posai il bambino. Tornai alla finestra per chiuderla; ma prima di chiuderla, mi sporsi sul davanzale, gittai nellombra uno sguardo, non vidi nullaltro che le stelle. Chiusi. Bench? incalzato dal p?nico, evitai il rumore. E dietro di me il bambino piangeva, piangeva pi? forte. Sono salvo? Corsi alla porta, guardai nellandito, origliai. Landito era deserto; passava londa lenta dei suoni.

Sono salvo dunque. Chi pu? avermi veduto? Pensai anc?ra a Giovanni di Sc?rdio, guardando la finestra; ebbi anc?ra uninquietudine. Ma no, gi? non cera nessuno. Ho guardato due volte. Mi ravvicinai alla culla, raddrizzai il corpo del bambino, lo copersi con cura, massicurai che nulla era fuor di posto. Ora per? avevo una ripugnanza invincibile ai contatti. Egli piangeva, piangeva. Che potevo fare per quietarlo? Aspettai.

Ma quel vagito continuo in quella grande stanza solitaria, quel lagno inarticolato della vittima ignara mi straziava cos? atrocemente che non potendo pi? resistere malzai per sottrarmi in qualche modo alla tortura. Uscii nellandito, socchiusi la porta dietro di me; rimasi l? vigilando. La voce del bambino giungeva appena appena, si confondeva nellonda lenta dei suoni. I suoni continuavano, velati dalla lontananza, dolci come in un sogno, un po rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia semplice su laccompagnamento delle cornamuse. La pastorale si spandeva per la grande casa pacifica, giungeva forse alle stanze pi? remote. Ludiva Giuliana? Che pensava, che sentiva Giuliana? Piangeva?

Non so perch?, mentr? nel cuore questa certezza: Ella piange. E dalla certezza nacque una visione intensa che mi diede una sensazione reale e profonda. I pensieri e le imagini che mi attraversavano il cervello erano incoerenti, frammentarii, assurdi, composti di elementi che luno allaltro non rispondevano, inafferrabili, duna natura dubbia. Massal? la paura della follia. Mi domandai: Quanto tempo ? passato?. E maccorsi che avevo completamente smarrita la nozione del tempo.

I suoni cessarono. Pensai: La divozione ? finita. Anna sta per risalire. Verr? forse mia madre. Raimondo non piange pi?!. Rientrai nella stanza, gittai uno sguardo intorno per assicurarmi anc?ra una volta che non rimaneva alcuna traccia dellattentato. Mappressai alla culla, non senza un vago timore di trovare il bambino esanime. Egli dormiva, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in dentro. Dorme! ? incredibile. Pare che nulla sia accaduto. Quel che avevo fatto parve assumere linesistenza dun sogno. Ebbi come un mancamento repentino di pensieri, un intervallo vacuo, aspettando.

Appena riconobbi nellandito il passo greve della nutrice, le andai incontro. Mia madre non la seguiva. Senza guardarla in faccia, le dissi:

Dorme anc?ra.

E mallontanai rapidamente: salvo!

.
( ). , .

rtf, mobi, fb2, epub, txt ( 14 )





: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21