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Perch? tanto onore?

Io dissi, con una voce che mi sforzai di rendere ferma:

Sono venuto a pregarti di tenere a battesimo il mio figliuolo.

Il vecchio mi guard? attonito, poi guard? mio fratello. La sua confusione crebbe. Egli mormor?:

A me tanto onore!

Che mi rispondi?

Sono il tuo servo. Dio ti renda merito dellonore che vuoi farmi oggi e Dio sia lodato per questa gioia che d? alla mia vecchiaia. Tutte le benedizioni del cielo scendano sul tuo figliuolo.

Grazie, Giovanni.

E gli stesi la mano. E vidi che quei tristi occhi profondi sinumidirono di tenerezza. Il cuore mi si gonfi? dunangoscia smisurata.

Il vecchio mi domand?:

Come lo chiami?

Raimondo.

Come tuo padre, di felice memoria. Quello era un uomo! E voi gli somigliate.

Disse mio fratello:

Sei solo a seminare il grano.

Solo. Io lo getto e io lo ricopro.

E indic? lerpice e il bidente che rilucevano su la terra bruna. Dintorno si vedevano i semi non anche ricoperti, i buoni germi delle spiche future.

Disse mio fratello:

Continua dunque. Ti lasciamo alla tua opera. Tu verrai domattina alla Badiola. Addio, Giovanni. Sia benedetta la tua semenza.

Ambedue stringemmo quelle mani infaticabili, santificate dalla semenza che spargevano, dal bene che avevano sparso. Il vecchio fece latto daccompagnarci verso la callaia. Ma si sofferm?, esitante. Disse:

Vi chiedo una grazia.

Parla, Giovanni.

Egli apri il sacco che gli pendeva dal collo.

Prendete un pugno di grano e gettatelo nel mio campo.

Io pel primo affondai la mano nel frumento, ne presi quanto potei, lo sparsi. Mio fratello mimit?.

Questo ora vi dico soggiunse Giovanni di Sc?rdio con la voce commossa, guardando la terra seminata. Dio voglia che il mio figlioccio sia buono come il pane che nascer? da questa semenza. Cos? sia.

XXXVIII.

La mattina dopo, la cerimonia del battesimo si comp? senza festa, senza pompa, per riguardo allo stato di Giuliana. Il bambino fu portato nella cappella per la comunicazione interna. Mia madre, mio fratello, Maria, Natalia, Miss Edith, la levatrice, la nutrice, il cavaliere Jemma andarono ad assistere. Io rimasi al capezzale dellinferma.

Una grave sonnolenza la teneva. Il respiro le esciva affannato dalla bocca semiaperta, pallida come la pi? pallida delle rose fiorite allombra. Lombra occupava lalcova. Io pensavo, guardandola: Dunque non la salver?? Avevo allontanata la morte; ed ecco, la morte ritorna. Certo, se non accade un mutamento repentino, ella morir?. Prima, quando riuscivo a tener lontano da lei Raimondo, quando riuscivo a darle qualche illusione e qualche oblio con la mia tenerezza, pareva chella volesse guarire. Ma da che ella vede il figliuolo, da che ? ricominciato il supplizio, va di giorno in giorno perdendosi, dissanguandosi peggio che se lemorragia le continuasse.

Io assisto alla sua agonia. Ella non mi ascolta pi?, non mobbedisce pi?, come prima. Da chi le verr? la morte? Da lui. Egli, egli luccider?, sicuramente.

Unonda di odio mi sorse dalle radici pi? profonde, mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Vidi il piccolo essere malefico che si gonfiava di latte, che prosperava in pace, senza alcun pericolo, circondato dinfinite cure. Mia madre ama pi? lui che Giuliana! Mia madre si occupa pi? di lui che di questa povera morente! Ah, bisogna che io lo tolga di mezzo, ad ogni costo. E la visione del delitto gi? consumato mi balen? dentro: la visione del morticino in fasce, del piccolo cadavere innocuo su la bara. Il battesimo e il suo viatico. E Giovanni lo regge su le sue braccia

Una curiosit? subitanea mi punse. Lo spettacolo doloroso mi attir?. Giuliana era ancora assopita. Uscii dallalcova adagio; uscii dalla stanza; chiamai Cristina, la misi a guardia; poi mi diressi verso il coretto, a passo veloce, con unansia che mi soffocava.

Lusciuolo era aperto. Scorsi un uomo inginocchiato dinnanzi alla grata. Riconobbi Pietro, il vecchio servitore fedele, quello che maveva veduto nascere ed aveva assistito al mio battesimo. Egli si lev?, con un po di pena.

Rimani, rimani, Pietro gli dissi sottovoce, mettendogli una mano su la spalla per costringerlo a inginocchiarsi di nuovo.

E minginocchiai al suo fianco, appoggiai la fronte alla grata, guardai nella cappella sottoposta. Vedevo tutto, con una chiarezza perfetta; udivo le formule rituali.

La cerimonia era gi? incominciata. Seppi da Pietro che il bambino aveva gi? ricevuto il sale. Era ministro il parroco di Tussi, don Gregorio Artese. Questi e il patrino recitavano ora il Credo: luno a voce alta, laltro a voce bassa di seguito. Giovanni reggeva il bambino sul braccio destro, su la mano che il giorno innanzi aveva seminato il frumento. La sinistra posava tra i nastri e i merletti candidi. E quelle mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in un bronzo animato, quelle mani incallite su gli strumenti dellagricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta opera che avevano fornita, ora nel reggere quellinfante avevano una delicatezza e quasi una timidezza cos? gentili che io non potevo desistere dal guardarle. Raimondo non piangeva; moveva di continuo la bocca piena duna bava liquida che gli colava pel mento sul bavaglio trapunto.

Dopo lesorcismo, il parroco bagn? il dito nella saliva e tocc? i piccoli orecchi rosei proferendo la parola miracolosa:

Ephpheta.

Quindi tocc? le nari dicendo:

In odorem suavitatis

Quindi intinse il pollice nellolio dei Catecumeni; e, mentre Giovanni teneva supino su le sue braccia linfante, unse a questi in modo di croce il sommo del petto; e, come Giovanni lo rivolse prono, unse il sommo del dorso tra le scapole, in modo di croce, dicendo:

Ego te linio oleo salutis in Christo Jesu Domino nostro

E con un fiocco di bambagia deterse le parti che aveva unte.

Allora depose la stola paonazza, il colore della doglia e della tristezza; e prese la stola bianca in segno di gioia, ad annunziare che la macchia originale stava per essere cancellata. E chiam? Raimondo per nome, e gli rivolse le tre domande solenni. E il patrino rispose:

Credo, credo, credo.

La cappella era singolarmente sonora. Da una delle alte finestre ovali entrava una zona di sole andando a ferire una lapide marmorea del pavimento sotto il quale erano i sepolcri profondi ove molti dei miei maggiori dormivano in pace. Mia madre e mio fratello stavano luna accanto allaltro, dietro a Giovanni; Maria e Natalia si sollevavano su la punta dei piedi per giungere a vedere il piccolo, curiose, di tratto in tratto sorridendo e bisbigliando fra loro. Giovanni si volgeva un poco, qualche volta, a quei bisbigli, con un atto benigno in cui si mostrava tutta lineffabile tenerezza senile verso i fanciulli traboccante da quel gran cuore di avo abbandonato.

Raymunde, vis baptizari? domand? il ministro.

Volo rispose il patrino, ripetendo la parola suggerita.

Il chierico present? il bacile dargento ove luccicava lacqua battesimale. Mia madre tolse la cuffia al battezzando, mentre il patrino lo porgeva prono allabluzione. Il capo rotondo, su cui potei distinguere le eruzioni biancastre della crosta lattea, penzol? verso il bacile. E il parroco, attingendo lacqua con un v?scolo, la vers? tre volte su quel capo, facendo ogni volta il segno della croce.

Ego te baptizo in nomine Patris, et Filii, et Spiritus sancti.

Raimondo si mise a vagire forte; pi? forte mentre gli asciugavano il capo. E, come Giovanni lo risollev?, io vidi quel viso arrossato dallafflusso di sangue e dallo sforzo, aggrinzato dai moti della bocca, macchiato di bianchiccio anche su la fronte. Ed ebbi dai vagiti pur sempre la stessa sensazione di laceramento doloroso, la stessa esasperazione dira. Nulla di lui mirritava quanto la voce, quanto quel miagolio ostinato che mi aveva ferito cos? crudamente la prima volta nellalba lugubre dottobre. Era per i miei nervi un urto intollerabile.

Il prete intinse il pollice nel sacro Crisma ed unse la fronte al battezzato, recitando la formula rituale che i vagiti coprivano. Quindi gli impose la veste bianca, il simbolo dellInnocenza.

Accipe vestem candidant

Diede quindi al pattino il cero benedetto.

Accipe lampadem ardentem

LInnocente si quiet?. I suoi occhi si fissarono su la fiammella che tremolava in cima al lungo cero dipinto. Giovanni di Sc?rdio reggeva sul braccio destro il nuovo cristiano e nella mano sinistra il simbolo del fuoco divino, con unattitudine semplice e grave, guardando il sacerdote che recitava la formula. Egli avanzava di tutto il capo gli astanti. Nessuna cosa dintorno era candida come la sua canizie, neppure la veste dellInnocente.

Vade in pace, et Dominus sit tecum.

Amen.

Mia madre prese dal braccio del vecchio lInnocente, se lo strinse al petto, lo baci?. Mio fratello anche lo baci?. Tutti gli astanti, lun dopo laltro, lo baciarono.

Pietro, al mio fianco, anc?ra in ginocchio, piangeva. Sconvolto, fuori di me, balzai in piedi, uscii, attraversai di corsa gli anditi, entrai allimprovviso nella stanza di Giuliana.

Cristina mi domand? sottovoce, sbigottita:

Che ? accaduto, signore?

Nulla, nulla. ? sveglia?

No, signore. Pare che dorma.

Discostai le cortine, entrai adagio nellalcova. Da prima nellombra non scorsi se non il biancore del guanciale. Mappressai, mi chinai. Giuliana teneva gli occhi aperti, e mi guardava fissamente. Forse indovin? al mio aspetto tutte le mie angosce; ma non parl?. Richiuse gli occhi, come per non riaprirli pi?.

XXXIX.

Incominci? da quel giorno lultimo periodo precipitoso di quella lucida demenza che doveva condurmi al delitto. Incominci? da quel giorno la premeditazione del mezzo pi? facile e pi? sicuro per far morire lInnocente.

Fu una premeditazione fredda, acuta e assidua che assorb? tutte le mie facolt? interiori. Lidea fissa mi possedeva intero, con una forza e una tenacit? incredibili. Mentre tutto il mio essere si agitava in un orgasmo supremo, lidea fissa lo dirigeva allo scopo come su per una lama dacciaio chiara, rigida, senza fallo. La mia perspicacia pareva triplicata. Nulla mi sfuggiva, dentro e fuori di me. La mia circospezione non si rilasci? mai un istante. Nulla io dissi, nulla io feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. Simulai, dissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello, gli altri inconsapevoli, ma anche verso Giuliana.

Io mi mostrai a Giuliana rassegnato, pacificato, talvolta quasi immemore. Evitai studiosamente qualunque allusione allintruso. Cercai in tutti i modi rianimarla, inspirarle fiducia, indurla allosservanza delle norme che dovevano renderle la salute. Moltiplicai le mie premure. Volli avere per lei tenerezze cos? profonde e cos? obliose che ella potesse in quelle rigustare i sapori della vita pi? freschi e pi? sinceri. Anc?ra una volta ebbi la sensazione di trasfondermi nel corpo fragile dellinferma, di comunicarle un po della mia forza, di dare un impulso al suo debole cuore. Pareva che io la spingessi a vivere di giorno in giorno, quasi insuffiandole un vigore fittizio, nellattesa dellora tragica e liberatrice. Ripetevo dentro di me: Domani!. E il domani giungeva, trascorreva, si dileguava senza che lora fosse scoccata. Ripetevo: Domani!.

Ero convinto che la salvezza della madre stesse nella morte del figliuolo. Ero convinto che, scomparso lintruso, ella sarebbe guarita. Pensavo: Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova, scevra dogni impurit?. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni luno dellaltra, dopo una espiazione cos? lunga e cos? dolorosa. La malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza indefinita. E io vorrei cancellare dallanima di lei perfino lombra del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nellamore. Qualunque altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa grande prova. La visione dellavvenire maccendeva dimpazienza. Lincertezza mi diveniva intollerabile. Il delitto mi appariva scevro di orrore. Io mi rimproveravo acremente le perplessit? nelle quali mindugiavo con troppa prudenza; ma nessun lampo anc?ra aveva attraversato il mio cervello, non ero ancor riuscito a trovare il mezzo sicuro.

Bisognava che Raimondo sembrasse morire di morte naturale. Bisognava che anche al medico non potesse balenare alcun sospetto. Dei diversi metodi studiati nessuno mi parve eligibile, praticabile. E intanto, mentre aspettavo il lampo rivelatore, la trovata luminosa, io mi sentivo attratto da uno strano fascino verso la vittima.

Spesso entravo allimprovviso nella stanza della nutrice, palpitando cos? forte che temevo ella udisse i battiti. Si chiamava Anna; era una femmina di Montegorgo Pausula, esciva da una grande razza di viragini alpestri. Aveva talvolta laspetto duna Cibele di rame, a cui mancasse la corona di torri. Portava la foggia del suo paese: una gonna di scarlatto a mille pieghe diritte e simmetriche, un busto nero a ricami doro, da cui pendevano due maniche lunghe dove ella di rado introduceva le braccia. Il suo capo si levava su dalla camicia bianchissima, oscuro; ma il bianco degli occhi e il bianco dei denti vincevano dintensit? il candore del lino. Gli occhi parevano di smalto, rimanevano quasi sempre immobili, senza sguardo, senza sogno, senza pensiero. La bocca era larga, socchiusa, taciturna, illustrata da una chiostra di denti fitti ed eguali. I capelli, cos? neri che davano riflessi di viola, partiti su la fronte bassa, terminavano in due trecce dietro gli orecchi attorte come le corna dellariete. Ella stava quasi di continuo assisa, reggendo il poppante, in attitudini statuarie, n? triste n? lieta.

Io entrava. La stanza per lo pi? era nellombra. Io vedevo biancheggiare le fasce di Raimondo su le braccia della cupa femmina possente che mi fissava con quegli occhi didolo inanimato senza parlare e senza sorridere.

Rimanevo l?, talvolta, a guardare il poppante appeso alla mammella rotonda, singolarmente chiara in confronto del viso, rigata di vene azzurrognole. Poppava ora piano ora forte, ora svogliato ora mosso da unavidit? subitanea. La guancia molle secondava il moto delle labbra, la gola palpitava ad ogni sorso, il naso quasi scompariva premuto dalla mammella gonfia. Mi pareva visibile il benessere sparso per quel tenero corpo dallonda di quel latte fresco, sano e sostanziale. Mi pareva che ad ogni nuovo sorso la vitalit? dellintruso divenisse pi? tenace, pi? resistente, pi? malefica. Provavo un sordo rammarico nel notare chegli cresceva, chegli fioriva, chegli non portava in s? alcun indizio dinfermit? tranne quelle lievi croste biancastre innocue. Pensavo: Ma tutte le agitazioni, tutte le sofferenze della madre, mentre egli era anc?ra nel ventre, non gli hanno nociuto? O egli ha veramente qualche vizio organico non anc?ra manifesto, che potrebbe svilupparsi in seguito e ucciderlo?.

Un giorno, vincendo la ripugnanza, avendolo trovato senza fasce nella culla, lo palpai, lo esaminai dal capo alle piante, misi lorecchio sul suo petto per ascoltargli il cuore. Egli ritraeva le piccole gambe e poi spingeva forte; agitava le mani piene di fossette e di pieghe; si ficcava in bocca le dita terminate da unghie minuscole che sporgevano in fuori per un cerchiolino chiaro. Gli anelli della carne si arrotondavano morbidi ai polsi, ai malleoli, dietro i ginocchi, su le cosce, su gli inguini, sul pube.

Pi? volte lo guardai anche mentre dormiva, lo guardai a lungo, pensando e ripensando al mezzo, distratto dalla visione interiore del morticino in fasce disteso su la bara tra corone di crisantemi bianchi, tra quattro candele accese. Egli aveva il sonno calmissimo. Giaceva supino, tenendo le mani chiuse a pugno col pollice in dentro. A quando a quando le sue labbra umide facevano latto di poppare. Se mi giungeva al cuore linnocenza di quel sonno, se latto inconscio di quelle labbra mimpietosiva, io dicevo a me stesso, come per raffermare il mio proposito: Deve morire. E mi rappresentavo le sofferenze gi? patite per lui, le sofferenze recenti, le menti, e quanto daffetto egli usurpava a danno delle mie creature, e lagonia di Giuliana, e tutti i dolori e tutte le minacce che chiudeva la nuvola ignota sul nostro capo. E cos? rinfocolavo la mia volont? micidiale, cos? rinnovavo sul dormente la condanna. In un angolo, allombra, stava seduta a custodia la femina di Montegorgo, taciturna, immobile come un idolo; e il bianco degli occhi e il bianco dei denti non lucevano meno dei larghi cerchi doro.

XL.

Una sera (fu il 14 di dicembre), mentre io e Federico tornavamo alla Badiola, scorgemmo dinnanzi a noi sul viale un uomo che riconoscemmo per Giovanni di Sc?rdio.

Giovanni! grid? mio fratello.

Il vecchio si ferm?. Noi ci avvicinammo.

Buona sera, Giovanni. Che novit??

Il vecchio sorrideva peritoso, impacciato, quasi che noi lavessimo c?lto in fallo.

Venivo balbett? venivo pel mio figlioccio.

Era timidissimo. Pareva che stesse l? l? per chiedere perdono di quellardire.

Vorresti vederlo? gli chiese Federico, a bassa voce, come per fargli una proposta in confidenza, avendo certo compreso il sentimento dolce e triste che moveva il cuore di quellavo abbandonato.

No, no Venivo soltanto per domandare

Non vuoi vederlo dunque.

No s? troppo disturbo forse a questora

Andiamo concluse Federico, prendendolo per la mano come un fanciullo. Vieni a vederlo.

Rientrammo. Salimmo fino alla stanza della nutrice.

Mia madre era l?. Sorrise con benignit? a Giovanni. Ci accenn? di non far rumore.

Dorme disse.

Volgendosi a me, soggiunse con inquietudine:

Oggi, verso sera, ha tossito un poco.

La notizia mi turb?; e il mio turbamento apparve cos? che mia madre credette di rassicurarmi soggiungendo:

Ma poco, sai? appena appena; una cosa da nulla.

Federico e il vecchio gi? serano appressati alla culla e guardavano il piccolo dormente, alla luce della lampada. Il vecchio stava tutto chino. E nessuna cosa dintorno era candida come la sua canizie.

Bacialo gli bisbigli? Federico.

Egli si sollev?, guard? me e mia madre con unaria smarrita; poi si pass? una mano su la bocca, sul mento dove la barba era mal rasa.

Disse sottovoce a mio fratello col quale aveva maggior confidenza:

Se lo bacio, lo pungo. Certo, si sveglia.

Mio fratello, vedendo che il povero vecchio diserto si struggeva dal desiderio di baciare il bambino, lo incor? con un gesto. E allora quel grosso capo canuto si pieg? su la culla piano piano, piano piano.

XLI.

Quando rimanemmo soli io e mia madre nella stanza, davanti alla culla dove Raimondo anc?ra dormiva col bacio in fronte, ella disse pietosa:

Povero vecchio! Sai tu che viene quasi tutte le sere? Ma di nascosto. Me lha detto Pietro che lha veduto gironzare intorno alla casa. Il giorno del battesimo, volle che gli indicassero di fuori la finestra di questa stanza, forse per venire a guardarla Povero vecchio! Come mi fa pena!

Io ascoltavo il respiro di Raimondo. Non mi parve mutato. Il suo sonno era tranquillo. Dissi:

Dunque oggi ha tossito

S?, Tullio, un poco. Ma non timpensierire.

Ha preso freddo, forse

Non mi par possibile che abbia preso freddo; con tante cautele!

Un lampo mi attravers? il cervello. Un gran tremito interno mi assal? allimprovviso. La vicinanza di mia madre mi divenne a un tratto insopportabile. Mi smarrii, mi confusi, ebbi paura di tradirmi. Il pensiero mi balenava dentro con tale lucidit?, con tale intensit? che io temetti: Qualche cosa dalla mia faccia deve trasparire. Era un timore vano, ma non riuscivo a dominarmi. Feci un passo avanti, e mi chinai su la culla.

Di qualche cosa mia madre saccorse ma in mio favore, perch? soggiunse:

Come sei apprensivo tu! Non senti che respiro calmo? Non vedi come dorme bene?

Ma pur dicendomi questo, ella aveva nella voce linquietudine e non sapeva nascondermi la sua apprensione.

S?, ? vero; non sar? nulla risposi comprimendomi. Rimani qui?

Finch? non torna Anna.

Io vado.

Me nandai. Andai da Giuliana. Ella maspettava. Tutto era pronto per la sua cena a cui solevo prender parte affinch? la piccola tavola da malata le sembrasse meno uggiosa e il mio esempio e le mie premure la spingessero a mangiare. Io mi mostrai negli atti, nelle parole, eccessivo, quasi allegro, diseguale. Ero in preda a una particolare sovreccitazione, e navevo unesatta conscienza, e potevo sorvegliarmi ma non moderarmi. Bevvi, contro la mia consuetudine, due o tre bicchieri del vino di Borgogna prescritto a Giuliana. Volli che ella anche bevesse qualche sorso di pi?.

Ti senti un poco meglio; ? vero?

S?, s?.

Se tu sarai obediente, io ti prometto che per Natale ti far? levare. Ci sono anc?ra dieci giorni. In dieci giorni, se tu vorrai, diventerai forte. Bevi anc?ra un sorso, Giuliana!

Ella mi guardava un po attonita, un po curiosa, facendo qualche sforzo per prestarmi tutta la sua attenzione. Ella era gi? affaticata, forse; le palpebre incominciavano forse a pesarle. Quella positura elevata, dopo un certo tempo, provocava in lei anc?ra talvolta i sintomi dellanemia cerebrale.





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