.

( 19 21)



Un giorno, dopo lunghe veglie, ero cos? stanco che un sonno irresistibile mi colse appunto mentre tenevo le mani sotto le coperte e avvolgevo nel panno caldo i piccoli piedi morti. Reclinai la testa, e restai l? addormentato nellatto.

Come mi svegliai, vidi nellalcova mia madre, mio fratello, il dottore, che mi guardavano sorridendo. Rimasi confuso.

Povero figliuolo! Non ne puoi pi? disse mia madre ravviandomi i capelli con uno dei suoi gesti pi? affettuosi.

E Giuliana:

Mamma, portalo via tu. Federico, portalo via.

No, no, non sono stanco io ripetevo. Non sono stanco.

Il dottore annunzi? la sua partenza. Dichiar? la puerpera fuor di pericolo, in via di miglioramento accertato. Bisognava seguitare a promuovere con tutti i mezzi la rigenerazione del sangue. Il suo collega Jemma di Tussi, col quale aveva conferito e sera trovato daccordo, avrebbe seguitata la cura, che, del resto, era semplicissima. Pi? che nei medicinali egli aveva fiducia nellosservanza rigorosa delle diverse norme igieniche e dietetiche da lui stabilite.

In verit? soggiunse accennando a me non potrei desiderare un infermiere pi? intelligente, pi? vigile, pi? devoto. Ha fatto miracoli e ne far? anc?ra. Io parto tranquillo.

Mi sembr? che il cuore mi balzasse alla gola e mi soffocasse. Lelogio inaspettato di quelluomo severo, alla presenza di mia madre, di mio fratello, mi diede una commozione profonda; fu un compenso straordinario. Guardai Giuliana e vidi che i suoi occhi serano empiti di lacrime. E, sotto il mio sguardo, allimprovviso ella ruppe in un pianto. Feci uno sforzo sovrumano per frenarmi, ma non riuscii. Mi parve che lanima mi si stemprasse. Tutte le bont? del mondo erano nel mio petto, raccolte, in quellora indimenticabile.

XXXIV.

Giuliana andava ricuperando le forze di giorno in giorno, con lentezza. La mia assiduit? non veniva meno. Delle dichiarazioni fatte dal dottor Vebesti io anzi mi valevo per moltiplicare le mie vigilanze, per non lasciare che altri prendesse le mie veci, per resistere a mia madre e a mio fratello che mi consigliavano il riposo. Il mio corpo sera oramai abituato alla dura disciplina e non si stancava quasi pi?. Tutta la mia vita era tra le pareti di quella stanza, nellintimit? di quellalcova, nel cerchio in cui respirava la cara malata.

Avendo ella bisogno duna calma assoluta, dovendo ella parlar poco per non stancarsi, io madoperavo ad allontanar dal suo letto anche le persone familiari. Quellalcova dunque rimaneva segregata dal resto della casa. Per ore ed ore io e Giuliana rimanemmo soli. E poich? ella era tenuta dal male ed io ero intento al mio ufficio pietoso, talvolta ci avveniva di dimenticare la nostra sventura, di smarrire la nozione della realt? e di non serbare altra conscienza che quella del nostro immenso amore. Mi pareva talvolta che nulla pi? esistesse di l? dalle cortine, tanta era lintensione di tutto il mio essere verso la sofferente.

Nulla veniva a ricordarmi la cosa tremenda. Io vedevo dinnanzi a me una sorella che soffriva e non avevo altra sollecitudine che di alleggerire la sua pena.

Non di rado questi veli doblio furono lacerati con violenza. Mia madre parl? di Raimondo. Le cortine si aprirono per lasciar passare lintruso.

Lo port? mia madre sulle braccia. Ed io ero l?. Sentii desser divenuto pallido, perch? tutto il sangue mafflu? al cuore. Che prov? Giuliana?

Io guardavo quel viso rossiccio, grosso come il pugno di un uomo, mezzo nascosto dalla cuffia trapunta; e con unavversione feroce, che annullava nella mia anima qualunque altro sentimento, pensai: Come far? a liberarmi di te? Perch? non moristi soffocato?. Il mio odio non aveva ritegno; era istintivo, cieco, indomabile, quasi direi carnale; pareva infatti che avesse la sua sede nella mia carne, che sorgesse da tutte le mie fibre, da tutti i miei nervi, da tutte le mie vene. Nulla poteva reprimerlo, nulla poteva distruggerlo. Bastava la presenza dellintruso, in qualunque ora, in qualunque congiuntura, perch? dentro di me avvenisse una specie dannullazione istantanea ed io fossi posseduto da un solo unico sentimento: dallodio contro di lui.

Disse mia madre a Giuliana:

Guarda, in pochi giorni, come ? gi? mutato! Somiglia pi? a te che a Tullio; ma non molto a nessuno dei due. ? anc?ra troppo piccolo. Vedremo in seguito Gli vuoi dare un bacio?

Ella accost? la fronte del bambino alle labbra dellinferma. Che prov? Giuliana?

Ma il bambino cominci? a piangere. Io ebbi la forza di dire a mia madre, senza acredine:

Portalo via; ti prego. Giuliana ha bisogno di calma. Queste scosse le fanno molto male.

Mia madre usc? dallalcova. I vagiti crescevano e mi davano pur sempre la stessa sensazione di laceramento doloroso e la voglia di correre a soffocarli per non udirli pi?. Li udimmo per qualche istante mentre si allontanavano. Quando alfine cessarono, il silenzio mi parve enorme; mi cadde sopra come un macigno, mi oppresse. Ma non mindugiai in quella pena, perch? s?bito pensai che Giuliana aveva bisogno di soccorso.

Ah, Tullio, Tullio, non ? possibile

Taci, taci, se tu mi ami, Giuliana. Taci; ti prego.

Io la supplicavo, con la voce, col gesto. Tutto il mio orgasmo ostile era caduto; e io non daltro mi dolevo se non del dolore di lei, non altro temevo se non il danno recato allinferma, lurto ricevuto da quella vita cos? fragile.

Se tu mi ami, non devi pensare a nullaltro che a guarire. Vedi? Io non penso che a te, non soffro che per te. Bisogna che tu non ti tormenti; bisogna che tu ti abbandoni tutta alla mia tenerezza, per guarire.

Ella disse con la sua voce tremante e fievole:

Ma chi sa quel che tu provi dentro! Povera anima!

No, no, Giuliana, non ti tormentare! Io non soffro che per te, nel vederti soffrire. Io dimentico tutto, se tu sorridi. Se tu ti senti bene, io sono felice. Se tu mi ami, dunque, devi guarire, devi essere calma, ubbidiente, paziente. Quando sarai guarita, quando sarai pi? forte, allora chi sa! Dio ? buono.

Ella mormor?:

Dio, abbi misericordia di noi.

In che modo? Io pensai: Facendo morire lintruso. Ambedue alzavamo dunque un augurio di morte, anchella dunque non vedeva altro scampo che nella distruzione del figliuolo. Non vera altro scampo. E mi torn? alla memoria il breve dialogo che avevamo avuto in un tramonto lontano, sotto gli olmi; e mi torn? alla memoria la confessione dolorosa. Ma ora chegli ? nato, laborre ella anc?ra? Pu? ella provare unavversione sincera contro la carne della sua carne? Prega ella sinceramente Iddio perch? si riprenda la sua creatura? E mi torn? la folle speranza che mi era balenata in quella sera tragica: Se entrasse in lei la suggestione del delitto e divenisse a poco a poco tanto forte da trascinarla!. Non avevo io pensato per un attimo a un mal riuscito tentativo delittuoso, vedendo la levatrice stropicciare sul dorso e su le piante dei piedi il corpicciuolo paonazzo del bimbo tramortito? Era stato, anche quello, un pensiero folle. Certo Giuliana non avrebbe mai osato

E io guardai le sue mani lungo il lenzuolo, prone, cos? pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.

XXXV.

Uno strano rammarico mi pungeva, ora che linferma andava di giorno in giorno migliorando. Mi si moveva in fondo al cuore un vago rimpianto verso i tristi giorni grigi passati dentro lalcova, mentre giungeva cupa dalle campagne autunnali la monotonia della pioggia. Quelle mattine, quelle sere, quelle notti, bench? penose, avevano una loro grave dolcezza. La mia opera di carit? mi pareva ogni giorno pi? bella. Unabondanza damore minondava lanima e sommergeva talvolta i pensieri oscuri, mi dava talvolta loblio della cosa tremenda, mi suscitava qualche illusione consolante, qualche sogno indefinito. Provavo io talvolta l? dentro un sentimento simile a quello che si prova nellombra delle cappelle segrete: mi sentivo in un rifugio contro le violenze della vita, contro le occasioni del peccato. Mi pareva talvolta che le cortine leggere mi separassero da un abisso. Massalivano repentine paure dellignoto. Ascoltavo nella notte il silenzio di tutta la casa intorno a me; e vedevo, con gli occhi dellanima, in fondo a una stanza remota, al lume duna lampada, la culla ove dormiva lintruso, il diletto di mia madre, il mio erede. Mi scoteva un gran brivido di orrore; e rimanevo a lungo sbigottito sotto il balenio sinistro dun solo pensiero. Le cortine mi separavano da un abisso.

Ma ora che Giuliana di giorno in giorno andava migliorando, venivano a mancare le ragioni dellisolamento; e a poco a poco la comune vita domestica invadeva la stanza tranquilla. Mia madre, mio fratello, Maria, Natalia, Miss Edith entravano assai pi? spesso, si trattenevano assai pi? a lungo. Raimondo simponeva alla tenerezza materna. Non era pi? possibile n? a me n? a Giuliana evitarlo. Bisognava prodigargli i baci, sorridergli. Bisognava simulare e dissimulare con arte, patire tutte le pi? raffinate crudelt? del caso, lentamente perire.

Nutrito dun latte sano e sostanziale, circondato dinfinite cure, Raimondo perdeva a poco a poco quel suo aspetto di cosa ributtante, incominciava a ingrossarsi, a sbiancarsi, a prendere forme pi? chiare, a tenere bene aperti i suoi occhi grigi. Ma tutti i suoi moti merano odiosi, dallatto delle labbra intorno al capezzolo allagitazione confusa delle piccole mani. Mai gli riconobbi una grazia, un vezzo; mai ebbi per lui un pensiero che non fosse ostile. Quando ero costretto a toccarlo, quando mia madre me lo porgeva perch? io lo baciassi, provavo per tutta la pelle lo stesso raccapriccio che mavrebbe dato il contatto dun animale immondo. Tutte le fibre si ribellavano; e i miei sforzi erano disperati.

Ogni giorno mi recava un supplizio nuovo; e mia madre era il gran carnefice. Una volta, rientrando nella stanza allimprovviso e discostando le cortine dellalcova, scorsi sul letto il bambino posato a fianco di Giuliana. Non cera nessuno presente. Eravamo l? riuniti noi tre soli. Il bambino, stretto nelle fasce bianche, dormiva tranquillo.

Lha lasciato qui la mamma balbett? Giuliana.

Io fuggii come un pazzo.

Unaltra volta Cristina venne a chiamarmi. La seguii nella camera della culla. Mia madre stava l? seduta tenendo su le ginocchia il bambino ignudo.

Te lho voluto far vedere prima dinfasciarlo ella mi disse. Guarda!

Il bambino sentendosi libero agitava le gambe e le braccia, stravolgeva in qua e in l? gli occhi, si ficcava le dita nella bocca sbavazzando. Ai polsi, ai malleoli, dietro le ginocchia, su gli inguini la carne si arrotondava in anelli, velata di cipria; sul ventre gonfio lombelico era anc?ra sporgente, deforme, bianco di cipria. Le mani di mia madre palpavano con delizia le minute membra, mi mostravano a una a una tutte le particolarit?, sindugiavano su quella pelle nitida e liscia pel bagno recente. E pareva che il bambino ne godesse.

Senti, senti com? gi? sodo! diceva ella, invitandomi a palparlo.

E bisogn? chio lo toccassi.

Senti come pesa!

E bisogn? che io lo sollevassi, che io sentissi palpitare quel corpicciuolo tiepido e morbido tra le mie mani invase da un tremito che non era di tenerezza.

Guarda!

E mia madre sorridendo strinse tra lindice e il pollice le papille su quel petto delicato che chiudeva la vita tenace degli esseri malefici.

Amore, amore, amore della nonna! ella ripeteva, vellicando con un dito il mento del bambino che non sapeva ridere.

La cara testa grigia, che sera gi? reclinata col medesimo atto su due culle benedette, ora un poco pi? canuta si reclinava inconsapevole sul figliuolo dun altro, su un intruso. Mi pareva che ella non si fosse mostrata cos? tenera verso Maria, verso Natalia, verso le vere creature del mio sangue.

Ella stessa volle fasciarlo. Gli fece sul ventre il segno della croce.

Non sei anc?ra cristiano!

E volgendosi a me:

Bisogna che fissiamo oramai il giorno del battesimo.

XXXVI.

Il dottor Jemma, cavaliere del Sacro Sepolcro di Gerusalemme, un bel vecchio gioviale, port? a Giuliana in dono matutino un mazzo di crisantemi bianchi.

Oh, i fiori che io prediligo! disse Giuliana. Grazie.

Prese il mazzo, lo guard? a lungo insinuandovi le dita affilate: e una triste rispondenza correva tra il suo pallore e il pallore dei fiori autunnali. Erano crisantemi ampli come rose aperte, folti, grevi; avevano il colore delle carni malaticce, esangui, quasi disfatte, la bianchezza livida che copre le guance delle piccole mendicanti intirizzite dal gelo. Alcuni portavano lievissime venature violacee, altri pendevano un poco nel giallo, delicatamente.

Tieni ella mi disse. Mettili nellacqua.

Era di mattina; era di novembre; era di poco trascorso lanniversario dun giorno nefasto che quei fiori rammemoravano.

Che far? senza Euridice?

Mi son? nella memoria laria di Orfeo, mentre mettevo in un vaso i crisantemi bianchi. Si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della scena singolare accaduta un anno innanzi; e rividi Giuliana in quella luce dorata e tepida, in quel profumo cos? molle, in mezzo a tutti quegli oggetti improntati di grazia feminile, dove il fantasma della melodia antica pareva mettere il palpito duna vita segreta, spandere lombra dun non so che mistero. Avevano suscitato anche in lei qualche ricordo quei fiori?

Una mortale tristezza mi pesava su lanima, una tristezza damante inconsolabile. LAltro ricomparve. I suoi occhi erano grigi come quelli dellintruso.

Il dottore mi disse, dallalcova:

Potete aprire la finestra. ? bene che la stanza sia molto aerata, che entri molto sole.

Oh, s?, s?, apri! esclam? linferma.

Apersi. In quel punto entr? mia madre con la nutrice che portava su le braccia Raimondo. Io restai fra le tende, mi chinai sul davanzale, guardai la campagna. Udivo dietro di me le voci familiari.

Era sul finire di novembre, era gi? passata anche lestate dei morti. Una grande chiarit? vacua si spandeva su la campagna umida, sul lineamento nobile e pacato dei colli. Sembrava che per le cime degli oliveti indistinte vagasse un vapore argenteo. Qualche filo di fumo qua e l? biancicava al sole. Ora s? ora no il vento portava un crepito di foglie labili. Il resto era silenzio e pace.

Io pensavo: Perch? ella cantava, quella mattina? Perch? udendola provai quel turbamento, quellansiet?? Ella mi pareva unaltra donna. Amava ella dunque colui? A quale stato del suo animo rispondeva quelleffusione insolita? Ella cantava, perch? amava. Forse anche minganno. Ma non sapr? mai il vero!. Non era pi? la torbida gelosia dei sensi ma un rammarico pi? alto, che mi si partiva dal centro dellanima. Pensavo: Quale ricordo ha ella di colui? Quante volte il ricordo lha punta? Il figlio ? un legame vivente. Ella ritrova in Raimondo qualche cosa delluomo che lha posseduta: ella ritrover? somiglianze pi? certe. Non ? possibile chella dimentichi il padre di Raimondo. Forse ella lo ha sempre davanti agli occhi. Che proverebbe se lo sapesse condannato?.

E mindugiai nellimaginare i progressi della paralisi, nel formare dentro di me imagini di colui a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del povero Spinelli. E me lo rappresentavo seduto su una gran poltrona di cuoio rosso, pallido dun pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e dun balbettio incomprensibile. E lo vedevo fare ad ogni tratto sempre il medesimo gesto per raccogliere in un fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca

Tullio!

Era la voce di mia madre. Mi volsi, andai verso lalcova.

Giuliana stava supina, molto abbattuta, silenziosa. Il dottore esaminava sul capo del bambino un principio di crosta lattea.

Faremo dunque il battesimo dopo domani disse mia madre: Il dottore crede che Giuliana dovr? rimanere ancora qualche tempo a letto.

Come la trovate, dottore? domandai al vecchio, accennando linferma.

Mi pare che ci sia un po di sosta nel miglioramento rispose, scotendo la bella testa canuta. La trovo debole, molto debole. Bisogna accrescere la nutrizione, fare qualche sforzo

Giuliana interruppe, guardandomi con un sorriso stanchissimo:

Mha ascoltato il cuore.

Ebbene? io chiesi, volgendomi s?bito al vecchio.

Mi parve di vedergli passare su la fronte unombra.

? un cuore sanissimo rispose s?bito. Non ha bisogno che di sangue e di tranquillit?. Su, su, animo! Come va lappetito stamani?

Lanemica mosse le labbra a un atto quasi di disgusto. Fissava la finestra aperta, quel lembo di cielo delicato.

? una giornata fredda, oggi? domand? con una specie di timidezza, ritraendo le mani sotto le coperte.

E rabbrivid? visibilmente.

XXXVII.

Il giorno dopo, io e Federico andammo a visitare Giovanni di Sc?rdio. Era lultimo pomeriggio di novembre. Andammo a piedi, a traverso i campi arati.

Camminavamo in silenzio, pensosi. Il sole inclinava allorizzonte, lento. Una polvere doro impalpabile fluttuava nellaria quieta sul nostro capo. La terra umida aveva un color bruno vivace, un aspetto di possanza tranquilla, quasi direi una pacata consapevolezza della sua virt?. Dalle glebe saliva un fiato visibile, simile a quello spirante dalle narici dei buoi. Le cose bianche in quella luce mite assumevano una straordinaria bianchezza, una candidezza di neve. Una vacca di lontano, la camicia dun agricoltore, un telo spaso, le mura duna cascina risplendevano come in un plenilunio.

Sei triste mi disse Federico dolcemente.

S?, amico mio: molto triste. Dispero.

Segu? anc?ra un lungo silenzio. Dalle fratte stormi duccelli si levavano frullando. Giungeva fioco lo scampanio duna mandra lontana.

Di che disperi? mi chiese mio fratello, con la stessa benignit?.

Della salvezza di Giuliana, della mia salvezza.

Egli tacque; non profer? nessuna parola di consolazione. Forse il dolore lo stringeva, dentro.

Ho un presentimento soggiunsi. Giuliana non si lever?.

Egli tacque. Passavamo per un sentiero alberato; e le foglie cadute stridevano sotto i nostri piedi; e, dove le foglie non erano, il suolo risonava come per cavit? sotterranee, cupo.

Quando ella sar? morta, soggiunsi io che far??

Uno sgomento repentino massalse, una specie di p?nico; e guardai mio fratello che taceva accigliato, mi guardai dintorno per la muta desolazione di quellora diurna; e mai come in quellora sentii il vuoto spaventevole della vita.

No, no, Tullio, disse mio fratello Giuliana non pu? morire.

Egli affermava una cosa vana, senza valore alcuno dinnanzi alla condanna del Destino. Eppure egli aveva pronunziato quelle parole con una semplicit? che mi scosse, tanto mi parve straordinaria. Cos? talvolta i fanciulli pronunziano a un tratto parole inaspettate e gravi che ci colpiscono nel mezzo dellanima; e pare che una voce fatidica parli per le loro labbra inconsapevoli.

Leggi nel futuro? gli domandai, senzombra dironia.

No. Ma questo ? il mio presentimento; e io ci credo.

Anc?ra una volta mi venne dal buon fratello un lampo di confidenza; anc?ra una volta per lui sallarg? un poco il duro cerchio che mi serrava il cuore. Il respiro fu breve. Nel resto del cammino egli mi parl? di Raimondo.

Come giungemmo in vicinanza del luogo ove abitava Giovanni di Sc?rdio, egli scorse nel campo la figura alta del vecchio.

Guarda! ? l?. Va seminando. Gli portiamo linvito in unora solenne.

Ci appressammo. Io tremavo forte, dentro di me, come se mi accingessi a una profanazione. Andavo infatti a profanare una bella e grande cosa; andavo a chiedere la paternit? spirituale di quel vecchio venerabile per un figliuolo adulterino.

Guarda che figura! esclam? Federico soffermandosi e indicando il seminatore. Ha laltezza dun uomo, eppure sembra un gigante.

Ci soffermammo dietro un albero, sul limite del campo, a guardare. Intento allopera, Giovanni non ci aveva anc?ra veduti.

Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi allantica foggia frigia. Un s?ccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il s?ccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nellaria come faville doro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santit? della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.

Entrammo nel campo.

Salute, Giovanni! esclam? Federico, andando incontro al vecchio. Sia benedetta la tua semenza. Sia benedetto il tuo pane futuro.

Salute! io ripetei.

Il vecchio tralasci? lopera; si scoperse il capo.

Copriti, Giovanni, se non vuoi che ci scopriamo disse Federico.

Il vecchio si copr?, confuso, quasi timido, sorridendo. Domand?, umile:





: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21