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Non potevo dare un passo. Alcuni minuti trascorsero; trascorse un tempo incalcolabile. Come lampi velocissimi, mattraversarono il cervello pensieri, imagini. ? nato? E se ella fosse morta? E se ambedue fossero morti? la madre e il figlio? No, no. Ella certamente ? morta; ed egli ? vivo. Ma perch? nessun vagito? Lemorragia, il sangue Vidi il lago rosso, e, in mezzo, Giuliana boccheggiante. Vinsi il terrore che mirrigidiva e mi slanciai contro luscio. Lapersi, entrai.

Udii s?bito la voce del chirurgo che mi gridava aspra:

Non vaccostate! Non la scuotete! Volete ucciderla?

Giuliana pareva morta, pi? pallida del suo guanciale, immobile. Mia madre stava china sopra di lei reggendo una compressa. Grandi macchie di sangue rosseggiavano sul letto, macchie di sangue tingevano il pavimento. Il chirurgo preparava un irrigatore con una sollecitudine calma ed esatta: le sue mani non tremavano, sebbene la sua fronte fosse corrugata. Un bacino dacqua bollente fumigava in un angolo. Cristina aggiungeva acqua con una brocca in un altro bacino, tenendovi immerso il termometro. Unaltra donna portava nella stanza contigua un fascio dovatta. Cera nellaria lodore dellammoniaca e dellaceto.

Le minime particolarit? della scena, abbracciata con un solo sguardo, mi rimasero impresse indelebilmente.

A cinquanta gradi disse il dottore, volgendosi verso Cristina. Attenta!

Io cercavo intorno, non udendo il vagito. Qualcuno mancava l? dentro.

E il bambino? chiesi tremando.

? di l?, nellaltra stanza. Andate a vederlo mi rispose il dottore. Rimanete l?.

Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.

Non temete. Qua lacqua, Cristina.

Entrai nellaltra stanza. Mi giunse allorecchio un vagito fievolissimo, appena udibile. Vidi su uno strato dovatta un corpicciuolo rossastro, qua e l? violaceo, sotto le mani scarne della levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.

Venga, venga, signore; venga a vedere disse la levatrice continuando a stropicciare. Venga a vedere che bel maschio. Non respirava; ma ora non c? pi? pericolo. Guardi che maschio!

Ella rivolt? il bambino, lo coric? sul dorso, mi mostr? il sesso.

Guardi!

Afferr? il bambino e lo agit? nellaria. I vagiti divennero un po pi? forti.

Ma io avevo negli occhi uno scintillio strano che mimpediva di veder bene; avevo in tutto lessere una ottusit? strana che mimpediva la percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.

Guardi! mi ripet? anc?ra la levatrice coricando di nuovo su lovatta il bambino che vagiva.

Ora vagiva forte. Respirava, viveva! Mi chinai su quel corpicciuolo palpitante che odorava di licopodio; mi chinai a guardarlo, a esaminarlo, per riconoscere la somiglianza aborrita. Ma la piccola faccia turgida, anc?ra un po livida, con i globi oculati sporgenti, con la bocca gonfia, col mento obliquo, difforme, quasi non aveva aspetto umano; e non mispir? se non ribrezzo.

Appena nato balbettai appena nato, non respirava

No, signore.

Un po dapoplessia

Come mai?

Aveva il cordone attorcigliato intorno al collo. E poi, forse il contatto del sangue nero

Ella parlava attendendo alla cura del bambino; e io guardavo quelle mani scarne che lo avevano salvato e che ora avviluppavano delicatamente il cordone ombelicale in una pezzetta spalmata di burro.

Giulia, dammi la fascia.

E, fasciando il ventre del bambino, soggiunse:

Questo oramai ? assicurato. Dio lo benedica!

E le sue mani esperte presero la testina molliccia come per plasmarla. Il bambino vagiva sempre pi? forte; vagiva con una specie di rabbia, agitandosi tutto, conservando quellapparenza apoplettica, quel rossore paonazzo, quellaspetto di cosa ributtante. Vagiva sempre pi? forte come per darmi una prova della sua vitalit?, come per provocarmi, per esasperarmi.

Viveva, viveva. E la madre?

Rientrai nellaltra stanza, allimprovviso, demente.

Tullio!

Era la voce di Giuliana, debole come quella dunagonizzante.

XXXII.

La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata lemorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo letto, dentro lalcova. Era giorno chiaro.

Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio, dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma lestrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime. Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo anc?ra quelle macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo. Chi le render? tutto quel sangue? Iniziavo un gesto istintivo per toccarla, poich? mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda, di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Pi? duna volta, nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina, feci latto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando, rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente; e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.

Ella giaceva supina, con la testa su un guanciale basso. I capelli castagni un poco rilasciati le circondavano il volto, rendevano pi? tenui e pi? cerei i lineamenti. Aveva una camicia chiusa intorno al collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone, cos? pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino. Una bont? soprannaturale emanava da quella povera creatura dissanguata e immobile; una bont? che mi penetrava tutto lessere, mi colmava il cuore. Ed ella pareva ripetere: Che hai tu fatto di me?. La sua bocca disfiorata, dagli angoli cadenti, rivelatrice duna mortale stanchezza, e arida, che tanti spasimi avevano t?rta, che avevano sforzata tanti gridi, sempre pareva ripetere: Che hai tu fatto di me?.

Io consideravo lesilit? della persona che appena formava rilievo sul piano del letto. Poich? levento sera compiuto, poich? ella sera alfine liberata dellorribile peso, poich? alfine laltra vita sera distaccata dalla sua vita per sempre, quei moti istintivi di repulsione, quelle improvvise ombre di rancore non pi? sorgevano a turbare la mia tenerezza e la mia piet?. Ora non avevo per lei se non un sentimento di tenerezza immensa, dimmensa piet?, come per la pi? buona e per la pi? sventurata delle creature umane. Ora tutta la mia anima era sospesa a quelle povere labbra che da un momento allaltro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. Con una sincerit? profonda pensavo, guardando quel pallore: Come sarei felice se potessi trasfondere la met? del mio sangue nelle sue vene!.

Pensavo, udendo il battito lieve dun orologio posato sul tavolo da notte, sentendo il tempo scorrere per quella fuga di minuti eguali: Ma egli vive. E la fuga del tempo mi dava unansiet? singolare, assai diversa da quella altre volte provata, indefinibile.

Pensavo: Egli vive, e la sua vita ? tenace. Appena nato, non respirava. Aveva anc?ra sul corpo, quando io lho veduto, tutti i segni dellasfissia. Se le cure della levatrice non lavessero salvato, ora non sarebbe pi? se non un piccolo cadavere livido, una cosa innocua, trascurabile, forse dimenticabile. Io non daltro dovrei occuparmi che della guarigione di Giuliana. Non mi moverei di qui, sarei il pi? assiduo e il pi? dolce degli infermieri, riuscirei a compiere la trasfusione vitale, a compiere il miracolo, per forza damore. Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova, scevra dogni impurit?. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni luno dellaltra, dopo una espiazione cos? lunga e cos? dolorosa. La malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza indefinita. E io vorrei cancellare dallanima di lei perfino lombra del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nellamore. Qualunque altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa grande prova. Io mesaltavo nella luce quasi mistica di quellavvenire imaginato, mentre sotto il mio sguardo fisso il volto di Giuliana assumeva una specie dimmaterialit?, unespressione di bont? soprannaturale, quasi che ella fosse gi? distaccata dal mondo, quasi che con quel gran flutto di sangue ella avesse espulso quanto anc?ra eravi dacre e dimpuro nella sua sostanza e si fosse ridotta a una mera essenza spirituale in conspetto della morte. La muta domanda non pi? mi feriva, non pi? mi sembrava terribile: Che hai tu fatto di me?. Io rispondevo: Non sei tu divenuta, per opera mia, la sorella del Dolore? Non ? salita la tua anima, nella sofferenza, a unaltezza vertiginosa da cui ha potuto vedere il mondo in una luce insolita? Non hai tu avuta da me la rivelazione della verit? suprema? Che valgono i nostri errori, le nostre cadute, le nostre colpe, se siamo giunti a strappare dai nostri occhi qualche velo, se siamo giunti a sprigionare quanto v? di men basso nella nostra sostanza miserabile? A noi sar? dato il pi? alto gaudio a cui possano ambire su la terra gli eletti: rinascere conscientemente.

Io mesaltavo. Lalcova era silenziosa, lombra era misteriosa, il volto di Giuliana mi pareva trasumanato; e la mia contemplazione mi pareva solenne, poich? sentivo nellaria la presenza della morte invisibile. Tutta la mia anima era sospesa a quelle pallide labbra che da un attimo allaltro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. E quelle labbra si contrassero, misero un gemito. La contrattura dolorosa alter? le linee del volto, vi si ferm? per qualche tempo. Le pieghe della fronte si approfondirono, la pelle delle palpebre ebbe un tremolio leggero, un po del bianco apparve tra i cigli.

Io mi chinai su la sofferente. Ella apr? gli occhi e li richiuse s?bito. Pareva chella non mi avesse veduto. Gli occhi non avevano avuto sguardo, come colpiti da cecit?. Era sopravvenuta forse lamaurosi anemica? Era ella diventata cieca a un tratto?

Maccorsi che entrava gente nella stanza: Fosse il dottore!. Uscii dallalcova. Vidi infatti il dottore, mia madre e la levatrice che entravano adagio. Li seguiva Cristina.

Riposa? mi domand? il dottore sottovoce.

Si lagna. Chi sa quanto soffre anc?ra!

Ha parlato?

No.

Non bisogna in nessun modo eccitarla. Ricordatevene.

Ha aperto gli occhi, dianzi, per un momento. Pareva che non ci vedesse.

Il dottore entr? nellalcova, accennandoci di restare indietro. Mia madre mi disse:

Vieni. Ora debbono rinnovare le medicature. Vieni via. Andiamo a vedere Mondino. C? di l? Federico.

Ella mi prese una mano. Mi lasciai condurre.

S? addormentato soggiunse. Dorme placidamente. Oggi, dopo mezzogiorno, arriver? la nutrice.

Bench? ella fosse triste e inquieta per lo stato di Giuliana, gli occhi le sorridevano mentre parlava del bambino; tutto il viso le silluminava di tenerezza.

Per ordine del dottore era stata scelta una stanza lontana da quella della puerpera: una grande stanza ariosa che custodiva molte memorie della nostra infanzia. Entrando, vidi s?bito intorno alla culla Federico, Maria e Natalia, che insieme chini guardavano il piccolo dormente. Federico si volse e mi domand?, prima dogni altra cosa:

Come sta Giuliana?

Male.

Non riposa?

Soffre.

Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie daridit? maveva dun tratto occupata lanima. Non altro provavo se non unavversione indomabile e innascondibile contro lintruso, e rammarico e impazienza per la tortura che le persone inconsapevoli minfliggevano. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre, Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di Raimondo.

Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta duna cuffia ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma anc?ra rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe cicatrizzate di recente. Un po di bava gli usciva dagli angoli della bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso anc?ra deforme.

Ma a chi somiglia? disse mia madre.

Non so anc?ra trovare una somiglianza

? troppo piccolo disse Federico. Bisogna aspettare qualche giorno.

Mia madre due o tre volte guard? me e il bambino, come per meglio confrontarne le fattezze.

No disse. Somiglia forse pi? a Giuliana.

Ora non somiglia a nessuno interruppi. ? orribile. Non vedi?

Orribile! ? bellissimo! Guarda quanti capelli!

Ed ella sollev? con le dita la cuffia, adagio adagio, e scopr? il cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.

Lasciami toccare, nonna! preg? Maria, stendendo la mano verso il capo del fratello.

No, no. Vuoi svegliarlo?

Quel cranio pareva composto duna cera un po ammollita dal calore, untuosa, nerigna; e pareva che il minimo t?cco vi avrebbe lasciata una traccia. Mia madre lo ricopr?. Poi si chin? a baciare la fronte, con infinita delicatezza.

Anchio, nonna preg? Maria.

Ma piano, per carit?!

La culla era troppo alta.

Tirami su! disse Maria a Federico.

Federico la sollev? nelle sue braccia; e io vidi la bella bocca rosea di mia figlia atteggiarsi al bacio prima di giungere a sfiorare quella fronte, e vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche.

Anche Federico depose il suo bacio. Poi mi guard?. Non sorrisi.

E io? E io?

Era Natalia, che sattaccava alla sponda della culla.

Piano, per carit?!

Federico sollev? anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche, in quellultima dolce reclinazione. Stavo l? quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care non avevano tolto allintruso quellaspetto di cosa ributtante ma me lavevano anzi reso pi? odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.

Tu non lo baci? mi domand?.

No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so perdonargli

E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta ripugnanza. Mia madre rest? un momento attonita, senza parola.

Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii giusto!

Mia madre aveva certo notata la sincerit? della mia avversione. Non riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.

Non posso ora, non posso Lasciami stare, mamma. Mi passer?.

La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante ore dorgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato: ma il nodo era durissimo.

Mi fai molta pena, Tullio disse mia madre.

Vuoi che lo baci? ruppi io, fuori di me.

E maccostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.

Il bambino si svegli?; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva pi? rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Bench? fossi al colmo della disperazione, maccorsi dellerrore commesso. Sentii gli sguardi di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.

Perdonami, mamma balbettai. Non so pi? quel che faccio. Sono irragionevole. Perdonami.

Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia, senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi laceravano.

Andiamo, Federico.

Uscii in fretta. Federico mi segu?.

Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad altri che a lei, in questi momenti dissi, come per giustificarmi. Tu non lhai veduta. Sembra che muoia.

XXXIII.

Per alcuni giorni Giuliana vacill? tra la vita e la morte. La sua debolezza era tale che qualunque pi? lieve sforzo era seguito da un deliquio. Ella doveva mantenersi costantemente supina, in una immobilit? perfetta. Qualunque tentativo di sollevarsi provocava segni di anemia cerebrale. Nulla valeva a vincere le nausee da cui ella era assalita, a toglierle di sul petto lincubo, ad allontanare il rombo che ella udiva di continuo.

Io rimasi giorno e notte al suo capezzale, sempre vigile, tenuto in piedi da una energia instancabile di cui ero meravigliato io stesso. Con tutte le potenze della mia vita io sostenni quella vita che stava per spengersi. Mi pareva che dallaltra parte del capezzale fosse la Morte in agguato pronta a cogliere lattimo opportuno per strappare la preda. Io aveva talora veramente la sensazione di trasfondermi nel corpo fragile dellinferma, di comunicarle un po della mia forza, di dare un impulso al suo cuore stanco. Le miserie della malattia non mispirarono mai alcuna ripugnanza, mai alcun disgusto. Nessuna materialit? offese mai la delicatezza dei miei sensi. I miei sensi acutissimi non ad altro erano intenti che a percepire le pi? piccole mutazioni nello stato dellinferma. Prima chella proferisse una parola, prima chella facesse un cenno, io indovinavo il suo desiderio, il suo bisogno, il grado della sua sofferenza. Per divinazione, fuori dogni suggerimento del medico, ero giunto a trovare modi nuovi e ingegnosi di alleviarle un dolore, di calmarle uno spasimo. Io solo sapevo persuaderla al cibo, persuaderla al sonno. Ricorrevo a tutte le arti della preghiera e della blandizia per farle inghiottire qualche sorso di cordiale. Lassediavo cos? chella, non potendo pi? rifiutarsi, doveva risolversi allo sforzo salutare, vincere la nausea. E nulla era per me pi? dolce del sorriso tenuissimo con cui ella si piegava alla mia volont?. Ogni suo pi? piccolo atto dobedienza mi dava al cuore una commozione profonda. Quando ella diceva con quella voce tanto debole: Va bene cos?? Sono buona? la gola mi si chiudeva, gli occhi mi si velavano.

Spesso ella si lamentava dun dolore pulsatile alle tempie, che non le dava tregua. Io le passavo lungo le tempie lestremit? delle mie dita, per magnetizzare il suo dolore. Le accarezzavo piano piano i capelli, per addormentarla. Quando maccorgevo che ella dormiva, dal suo respiro, io avevo una sensazione illusoria di ristoro quasi che il beneficio del sonno si spandesse anche su me. Dinnanzi a quel sonno io diventavo religioso, ero invaso da un fervore indefinito, provavo il bisogno di credere in un qualche Essere superiore, onniveggente, onnipotente, a cui rivolgevo i miei voti. Salivano spontanei dallintimo della mia anima preludii di orazioni, nella forma cristiana. Talvolta leloquenza interiore mesaltava fino alle sommit? della vera Fede. Si risvegliavano in me tutte le tendenze mistiche trasmessemi da un lungo ordine di progenitori cattolici.

Mentre si svolgeva la mia orazione interna, io contemplavo la dormente. Ella era pur sempre pallida come la sua camicia. Per la trasparenza della pelle, io avrei potuto numerar le sue vene su le guance, sul mento, sul collo. La contemplavo quasi sperando di cogliere gli effetti benefici del riposo, il diffondersi lento del sangue nuovo generato dal cibo, i primi segni iniziali della guarigione. Avrei voluto per una facolt? soprannaturale assistere al misterioso lavorio riparatore che si compieva in quel corpo affranto. E speravo sempre: Quando si sveglier?, si sentir? pi? forte.

Pareva chella provasse un gran sollievo quando teneva fra le sue mani fredde la mia mano. Talvolta ella me la prendeva e la metteva sul guanciale e sopra ci posava la gota, con un atto infantile; e, cos? rimanendo, a poco a poco si assopiva. Ero capace di conservare a lungo a lungo limmobilit? del braccio intormentito, per non risvegliarla.

Talvolta ella diceva:

Perch? non dormi anche tu qui, con me? Tu non dormi mai!

E voleva che io posassi la testa sul suo guanciale.

Dormiamo dunque.

Io fingevo di addormentarmi, per darle il buon esempio. Quando riaprivo gli occhi, incontravo i suoi occhi sbarrati che mi guardavano.

Ebbene? esclamavo. Che fai?

E tu? rispondeva ella.

Nei suoi occhi era unespressione di tenerezza cos? buona che io mi sentivo struggere dentro. Tendevo le labbra e la baciavo su le palpebre. Ella voleva fare la stessa cosa a me.

Poi ripeteva:

Ora dormiamo.

E scendeva un velo doblio su la nostra sventura, talvolta.

Spesso i suoi poveri piedi erano gelati. Io li toccavo, di sotto alle coperte, e mi parevano di marmo. Ella diceva infatti:

Sono morti.

Erano scarni, sottili, cos? minuti che quasi mi entravano nel pugno. Avevo per loro una grande piet?. Io stesso riscaldavo per loro sul braciere il panno di lana, non mi stancavo di prenderne cura. Avrei voluto intiepidirli con lalito, coprirli di baci. Si mescolavano alla mia nuova piet? ricordi lontani damore, ricordi del tempo felice quando io non tralasciavo mai di calzarli al mattino e di nudarli a sera con le mie proprie mani per una consuetudine quasi votiva, stando in ginocchio.





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