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Per quella legge il figlio talvolta non somiglia n? al padre n? alla madre, ma somiglia alluomo che ha avuto con la madre un contatto anteriore alla fecondazione. Una donna maritata in seconde nozze, tre anni dopo la morte del primo marito, genera figli che hanno tutti i lineamenti del marito defunto e non somigliano in nulla a colui che li ha procreati.

Pu? essere dunque che Raimondo porti la mia impronta e sembri un Hermil autentico pensavo. Pu? essere che io riceva speciali congratulazioni per avere impresso con tanto vigore allErede il suggello gentilizio!

E se laspettazione di mia madre, di mio fratello fosse delusa? Se Giuliana desse alla luce una terza femmina? Questa probabilit? mi quietava. Mi pareva che avrei avuta una repulsione minore verso la neonata e che avrei potuto forse anche sopportarla. Ella col tempo si sarebbe allontanata dalla mia casa, avrebbe preso un altro nome, avrebbe vissuto in mezzo a unaltra famiglia.

Intanto, come pi? savvicinava il termine, limpazienza diveniva pi? fiera. Ero stanco di aver sempre avanti agli occhi quel ventre enorme che cresceva senza misura. Ero stanco di dibattermi sempre nella medesima sterile agitazione, tra i medesimi timori e le medesime perplessit?. Avrei voluto che gli eventi precipitassero, che infine una qualunque catastrofe si producesse. Qualunque catastrofe era preferibile a quellorribile agonia.

Un giorno, mio fratello domand? a Giuliana:

Ebbene? Quanto tempo anc?ra?

Ella rispose:

Anc?ra un mese!

Io pensai: Se la storia del minuto di debolezza ? vera, ella deve conoscere il giorno preciso del concepimento.

Eravamo in settembre. Lestate era per morire. Era prossimo lequinozio dautunno, il pi? dolce tempo dellanno, quel tempo che sembra portare in s? una specie di ebriet? aerea diffusa dalle uve mature. Lincanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva lanima; qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me, nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate dun amore cos? profondo e cos? gentile. Da quegli occhi impregnati di pensiero appena consciente mi scendeva qualche volta nellintimo spirito un raggio di pace.

XXVIII.

Un giorno andavo in cerca di Giuliana, per la Badiola. Erano le prime ore del pomeriggio. Non avendola trovata nelle sue stanze, non avendola trovata altrove, entrai nellappartamento di mia madre. Le porte erano aperte; non si udivano voci n? rumori; le tende leggere delle finestre palpitavano; sintravedeva pei vani il verde degli olmi; una lene aura di rezzo spirava fra le pareti chiare.

Mi avanzai verso il santuario, con cautela. Prevedendo il caso che mia madre dormisse, camminavo piano per non disturbarla. Discostai le portiere, mi affacciai dalla soglia. Udii infatti un respiro di dormiente. Vidi mia madre addormentata su una poltrona accanto alla finestra; vidi, fuor della spalliera dunaltra poltrona, i capelli di Giuliana.

Entrai.

Stavano luna di contro allaltra, e in mezzo a loro stava un tavolo basso con sopra una canestra piena di cuffie minuscole. Mia madre teneva anc?ra fra le dita una di quelle cuffie, in cui riluceva un ago. Il sonno era venuto a inchinarle il capo, nellatto del lavoro. Col mento sul petto, ella dormiva; sognava forse. La gugliata bianca era rimasta a mezzo, ma ella filava forse nel sogno un filo pi? prezioso.

Giuliana anche dormiva, ma con la testa abbandonata alla spalliera, con le mani posate lungo i bracciuoli. I suoi lineamenti serano come distesi nella dolcezza del sonno; ma la sua bocca conservava una piega triste, unombra dafflizione: socchiusa, mostrava un poco della gengiva esangue; ma alla radice del naso, tra i sopraccigli, rimaneva il piccolo solco scavato dal grande dolore. E la fronte era madida: una stilla rigava lenta una tempia. E le mani, pi? bianche della mussolina da cui escivano, parevano confessare con la loro posa esse sole una immensa stanchezza. Su nessuna di queste spirituali apparenze io mi fermai come sul grembo che conteneva omai lessere gi? completo. E anc?ra una volta, astraendo da quelle apparenze, astraendo da Giuliana, sentii vivere quella creatura isolata come se nullaltro in quel momento vivesse accanto a me, intorno a me, nullaltro. E anc?ra una volta non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda; fu un raccapriccio che mi agit? tutte le fibre.

Girai gli occhi; e rividi tra le dita di mia madre la cuffia in cui riluceva lago; rividi nella canestra tutti quei merletti leggeri e quei nastri rosei e cilestri che tremolavano al soffio del vento. Mi si strinse il cuore cos? forte che credetti mancare. Quanta tenerezza rivelavano le dita di mia madre sognante su quella gentile cosa bianca che doveva coprire il capo del figliuolo non mio!

Restai l? qualche minuto. Quel luogo era veramente il santuario della casa, il penetrale. Su una parete pendeva il ritratto di mio padre, che somigliava molto a Federico; su laltra, il ritratto di Costanza, che somigliava un poco a Maria. Le due figure, esistenti dellesistenza superiore che d?nno le memorie dei cari ai cari scomparsi, avevano gli occhi magnetici e seguaci, una specie donniveggenza. Altre reliquie dei due scomparsi santificavano quel luogo. In un angolo, su un plinto, stava chiusa in cristalli, coperta dun velo nero, la maschera formata sul cadavere delluomo che mia madre amava dun amore pi? forte della morte. Eppure nulla era lugubre l? dentro. Una sovrana pace vi regnava e pareva diffondersi per tutta la casa come da un cuore si diffonde la vita, armonicamente.

XXIX.

Ricordo la gita a Villalilla, con Maria e Natalia e Miss Edith, in una mattina un po velata. ? un ricordo velato, infatti, indistinto, confuso, come dun lungo sogno straziante e dolce.

Il giardino non aveva pi? le sue miriadi di grappoli turchinicci, non aveva pi? la sua delicata selva di fiori n? il suo profumo triplice armonioso come una musica, n? il suo riso aperto, n? il clamore continuo delle sue rondini. Non altro aveva di lieto se non le voci e le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite; altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare lultimo stormo.

Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. Lultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava anc?ra qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su lorlo del canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, cos? aspettando, gittavano nellaria calma i richiami. E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E sapprossimava lora della dipartita. I richiami cessavano. Un occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti. Nulla era pi? triste di quelle esili piume morte che qua e l?, trattenute dalla creta, tremolavano.

Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo stormo si lev? con un gran frullo di ali, sorse nellaria in guisa dun vortice, rimase un istante a perpendicolo su la casa; poi, senza incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si mise compatto in viaggio, si allontan?, si dilegu?, disparve.

Maria e Natalia, ritte in piedi su un sedile per seguire pi? a lungo con lo sguardo le fuggitive, tendevano le braccia e gridavano:

Addio, addio, addio, rondinelle!

Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come dun sogno.

Maria volle entrare nella casa. Io stesso aprii la porta. L?, su per quei tre gradini, Giuliana maveva seguito furtiva, leggera come unombra, e maveva allacciato e maveva bisbigliato: Entra, entra. Nellandito anc?ra pendeva il nido fra le grottesche della volta. Ora sono tua, tua, tua! ella aveva bisbigliato, senza distaccarsi dal mio collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare la mia bocca. Landito era muto, le scale erano mute; il silenzio occupava tutta la casa. L? avevo udito il rombo cupo e remoto, simile a quello che conservano in loro certe conchiglie profonde. Ma ora il silenzio era simile a quello delle tombe. L? stava sepolta la mia felicit?.

Maria, Natalia cianciavano senza tregua, non cessavano mai dinterrogarmi, si mostravano curiose di tutto, andavano ad aprire i cassetti dei canterani, gli armarii. Miss Edith le seguiva per moderarle.

Guarda, guarda che ho trovato! grid? Maria correndomi incontro.

Aveva trovato in fondo a un cassetto un mazzo di spigo e un guanto. Era un guanto di Giuliana; era macchiato di nero su la punta delle dita; nel rovescio, presso allorlo, portava una scritta anc?ra leggibile: Le more: 27 agosto 1880. Memento!. Mi torn? chiaro alla memoria, in un lampo, lepisodio delle more, uno dei pi? lieti episodii della nostra felicit? primitiva, un frammento didillio.

Non ? un guanto della mamma? mi domand? Maria. Rendimelo, rendimelo. Voglio portarlo io alla mamma

Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come dun sogno.

Calisto, il vecchio guardiano, mi parl? di tante cose; e io non capii quasi nulla. Pi? volte mi ripet? un augurio:

Un maschio, un bel maschio, e Dio lo benedica! Un bel maschio!

Quando noi fummo fuori, Calisto chiuse la casa.

E questi benedetti nidi? egli disse scotendo la bella testa canuta.

Non li toccare, Calisto.

Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Le ultime ospiti erano partite. Unocchiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti. Nulla era pi? triste di quelle esili piume morte che qua e l?, trattenute dalla creta, tremolavano.

XXX.

Il termine sapprossimava. La prima met? di ottobre era trascorsa. Il dottor Vebesti era stato avvertito. Da un giorno allaltro potevano sopraggiungere le doglie estreme.

La mia ansiet? cresceva di ora in ora, diveniva intollerabile. Spesso ero assalito da qualche impeto di follia simile a quello che un giorno mi aveva travolto su largine dellAss?ro. Fuggivo lontano dalla Badiola, restavo lunghe ore a cavallo, costringevo Orlando a saltare le siepi e i fossi, lo spingevo al galoppo per sentieri perigliosi. Tornavamo, io e il povero animale, grondanti, sfiniti, ma sempre incolumi.

Il dottor Vebesti giunse. Tutti, alla Badiola, trassero un respiro, ripresero fiducia, sperarono bene. Giuliana soltanto non si rianim?. Pi? duna volta io sorpresi nei suoi occhi il passaggio dun pensiero sinistro, la cupa luce dellidea fissa, lorrore dun presentimento lugubre.

Le doglie del parto incominciarono; durarono per un giorno intero con qualche intervallo di riposo, ora pi? forti ora pi? deboli, ora sopportabili ora laceranti. Ella stava in piedi appoggiata a un tavolo, addossata a un armario, stringendo i denti per non gridare; o si sedeva su una poltrona e rimaneva l? quasi immobile, col viso tra le mani, emettendo di tratto in tratto un gemito fioco: o mutava continuamente di luogo, andava da un angolo allaltro, si soffermava qua e l? per stringere un qualunque oggetto tra le dita convulse. Lo spettacolo della sua sofferenza mi dilaniava. Non potendo pi? reggere, uscivo dalla stanza, mi allontanavo per qualche minuto; poi rientravo, quasi involontariamente, attirato; e restavo l? a guardarla soffrire, senza poterla aiutare, senza poterle dire una parola di conforto.

Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Non ho mai sofferto tanto, mai, mai.

Era verso sera. Mia madre, Miss Edith, il dottore erano discesi nella sala da pranzo. Io e Giuliana eravamo rimasti soli. Non avevano anc?ra portato i lumi. Entrava il crepuscolo violaceo dottobre; il vento scoteva i vetri a quando a quando.

Aiutami, Tullio! Aiutami! ella grid?, fuori di s? per lo spasimo, tendendo le braccia verso di me, guardandomi con gli occhi dilatati ove il bianco era straordinariamente bianco in quella penombra che rendeva livido il viso.

Dimmi tu! Dimmi tu! Come potrei fare per aiutarti? balbettavo, smarrito, non sapendo che fare, accarezzandole i capelli su le tempie con un gesto in cui avrei voluto mettere un potere soprannaturale. Dimmi tu! Dimmi tu! Che cosa?

Ella non si lamentava pi?; mi guardava, mi ascoltava, come dimentica del suo dolore, quasi attonita, colpita forse dal suono della mia voce, dallespressione del mio smarrimento e della mia angoscia, dal tremito delle mie dita su i suoi capelli, dalla desolata tenerezza di quel gesto inefficace.

Tu mi ami; ? vero? ella disse, non cessando di guardarmi come per non perdere nessun segno della mia commozione. Tu mi perdoni tutto.

Ella proruppe, esaltandosi di nuovo:

Bisogna che tu mi ami, bisogna che tu mi ami molto, ora, perch? domani non ci sar? pi?, perch? stanotte morir?, forse stasera morir?; e tu ti pentiresti di non avermi amata, di non avermi perdonata, oh certo ti pentiresti

Ella pareva tanto sicura di morire che io rimasi agghiacciato dal terrore subitamente.

Bisogna che tu mi ami. Vedi: pu? essere che tu non abbia creduto a quel che ti dissi una notte, pu? essere che tu non mi creda ora; ma certo mi crederai quando non ci sar? pi?. Allora ti si far? la luce, allora conoscerai la verit?; e ti pentirai di non avermi amata a bastanza, di non avermi perdonata

Un nodo di pianto la soffoc?.

Sai tu perch? mi dispiace di morire? Perch? muoio senza che tu sappia quanto tho amato quanto tho amato dopo, specialmente Ah che castigo! Meritavo questa fine?

Ella si nascose la faccia tra le mani. Ma s?bito si scoperse. Mi fiss?, pallidissima. Pareva che unidea pi? terribile anc?ra lavesse fulminata.

E se io morissi balbett? se io morissi lasciando vivo

Taci!

Tu intendi

Taci, Giuliana!

Io ero pi? debole di lei. Il terrore maveva sopraffatto e non mi lasciava neppure la forza di proferire una parola consolante, di opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anchio ero sicuro dellatroce fine. Guardavo, nellombra violacea, Giuliana che mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i segni dellagonia, i segni dun disfacimento gi? avanzato e inarrestabile. Ed ella non pot? soffocare una specie di ululo che non aveva nulla di umano; e si aggrapp? al mio braccio.

Aiutami, Tullio! Aiutami!

Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo. Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nelleccesso della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia luomo che soffre al bruto che soffre: il lamento istintivo dogni carne addolorata, umana o bestiale.

Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:

Aiutami!

E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Unonda di odio mi sorse dalle radici pi? profonde, mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo limpulso; ma la visione del delitto gi? consumato mi balen? dentro. Tu non vivrai.

Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso, intendi? non posso pi? reggere; non voglio pi? soffrire.

Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse laiuto che io non potevo darle.

C?lmati, c?lmati, Giuliana Forse ? venuto il momento. Coraggio! Siediti qui. Coraggio, anima. Anc?ra un poco! Sono io qui, con te. Non aver paura.

E corsi a suonare il campanello.

Il dottore! Che venga s?bito il dottore!

Giuliana non si lamentava pi?. Ella pareva a un tratto aver cessato di soffrire o almeno daccorgersi del suo male, colpita da un nuovo pensiero. Visibilmente, ella considerava qualche cosa dentro di s?; era assorta. Io ebbi appena il tempo di notare la mutazione istantanea.

Ascolta, Tullio. Se mi venisse il delirio

Che dici?

Se dopo, nella febbre, mi venisse il delirio e io morissi delirando

Ebbene?

Ella aveva tale accento di terrore, le sue reticenze erano cos? affannose che io tremavo a verga a verga come preso dal p?nico, non comprendendo anc?ra dove ella volesse giungere.

Ebbene?

Tutti saranno l?, intorno a me Se nel delirio io parlassi, io rivelassi Intendi? Intendi? Una parola basterebbe. E nel delirio non si sa quel che si dice. Tu dovresti

Mia madre, il dottore, la levatrice sopraggiunsero, in quel punto.

Ah dottore, sospir? Giuliana credevo di morire.

Coraggio, coraggio! fece il dottore, con la sua voce cordiale. Senza paura. Tutto andr? bene.

E mi guard?.

Credo soggiunse sorridendo che vostro marito stia peggio di voi.

E mi accenn? la porta.

Via, via. Non bisogna star qui.

Incontrai gli occhi inquieti, sbigottiti e pietosi di mia madre.

S?, Tullio; ? meglio che tu vada ella disse. Federico taspetta.

Guardai Giuliana. Senza curarsi degli altri, ella mi guardava fissamente, con gli occhi lucidi, pieni dun bagliore straordinario. Era in quello sguardo tutta lintensione dellanima disperata.

Non mi mover? dalla stanza accanto dichiarai con fermezza, seguitando a guardare Giuliana.

Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio di morte.

XXXI.

Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie serano protratte fino a quellora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il sonno maveva colto, allimprovviso, sul divano dove stavo seduto, nella stanza contigua. Cristina mi svegli?; mi disse che Giuliana voleva vedermi.

Nella confusione del risveglio, balzai in piedi anc?ra abbacinato dal sonno.

Ho dormito? Che accade mai? Giuliana

Non si spaventi. Non ? accaduto nulla. I dolori si sono calmati. Venga a vedere

Entrai. Vidi s?bito Giuliana.

Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi esanime. Incontrai s?bito i suoi occhi, perch? erano volti alla porta in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono pi? larghi, pi? profondi, pi? cavi, cerchiati dun maggior cerchio dombra.

Vedi, ella disse con una voce spirante sto ancora cos?.

E non cess? di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa Lisa, dicevano: Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, neppur tu!.

Il dottore? domandai a mia madre, chera l? con unaria abbattuta.

Ella mi accenn? una porta. Io mi diressi verso quella. Entrai. Vidi il dottore presso a un tavolo su cui erano varii medicinali, una busta nera, un termometro, fasce, compresse, fiaschi, alcuni tubi di forma speciale. Il dottore aveva tra le mani un tubo elastico a cui stava adattando un cat?tere; e dava istruzioni a Cristina, sottovoce.

Ma dunque? io gli chiesi bruscamente. Che c??

Nulla di allarmante, per ora.

E tutti questi preparativi?

Precauzioni.

Ma quanto durer? anc?ra questagonia?

Siamo alla fine.

Parlatemi franco; vi prego. Prevedete una disgrazia? Parlatemi franco.

Non si annuncia per ora nessun pericolo grave. Temo per? una emorragia; e prendo le mie precauzioni. Larrester?. Abbiate fiducia in me e siate calmo. Ho notato che la vostra presenza agita molto Giuliana. In questultimo breve periodo ella ha bisogno di tutte le forze che le rimangono. ? necessario che voi vi allontaniate. Promettetemi dobedirmi. Entrerete quando vi chiamer?.

Ci giunse un grido.

Ricominciano i dolori egli disse. Ci siamo. Calma, dunque!

E si diresse verso la porta. Io lo seguii. Ambedue ci avvicinammo a Giuliana. Ella mafferr? il braccio e me lo strinse come in una morsa. Le restava dunque anc?ra quella forza?

Coraggio! Coraggio! Ci siamo. Tutto andr? bene. ? vero, dottore? balbettai.

S?, s?. Non c? tempo da perdere. Lasciate, Giuliana, che vostro marito esca di qui.

Ella guard? il dottore e me, con gli occhi spalancati. Lasci? il mio braccio.

Coraggio! ripetei soffocato.

La baciai su la fronte molle di sudore, mi volsi per andarmene.

Ah, Tullio! Ella grid? dietro di me con un grido lacerante che segnificava: Non ti vedr? pi?.

Io feci latto di tornare a lei.

Via, via ordin? il dottore, con un gesto imperioso.

Volli obedire. Qualcuno serr? luscio dietro di me. Rimasi qualche minuto l?, in piedi, ad ascoltare; ma le ginocchia mi vacillavano, ma il battito del cuore soverchiava qualunque altro strepito. Andai a gittarmi sul divano; mi misi il fazzoletto tra i denti, affondai la faccia in un cuscino. Soffrivo anchio uno strazio fisico, simile forse a quello dunamputazione mal praticata e lentissima. Gli urli della partoriente mi giungevano a traverso luscio. E ad ognuno di quegli urli io pensavo: Questo ? lultimo. Negli intervalli udivo un mormorio di voci feminili: forse i conforti di mia madre, della levatrice. Un urlo pi? acuto e pi? inumano degli altri. Questo ? lultimo. E balzai in piedi esterrefatto.





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