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Mi condanni? domand? rauca ed acre. Mi disprezzi per quel che feci ieri?

Si copr? il viso con le mani. Poi, dopo una pausa, con un accento indefinibile di strazio, di volutt? e di orrore, con un accento venutole chi sa da quale abisso dellessere, ella soggiunse:

Iersera, per non distruggere quel che di te mera rimasto nel sangue, indugiavo a prendere il veleno.

Le mani le ricaddero. Ella scosse da s? la debolezza, con un atto risoluto. La sua voce divenne pi? ferma.

Il destino ha voluto che io vivessi fino a questora. Il destino ha voluto che tu sapessi da tua madre la verit?: da tua madre! Iersera, quando tu rientrasti qui, sapevi tutto. E tacesti, e davanti a tua madre mi baciasti la guancia che io ti offrivo. Lascerai che prima di morire io ti baci le mani. Non ti chiedo altro. Tho aspettato per obedirti. Sono pronta a tutto. Parla.

Io dissi:

? necessario che tu viva.

Impossibile, Tullio; impossibile ella esclam?. Hai tu pensato a quel che accadrebbe se io vivessi?

Ho pensato. ? necessario che tu viva.

Orrore!

Ed ella ebbe un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio, forse perch? sent? nelle sue viscere quellaltra vita, il nascituro.

Ascoltami, Tullio. Oramai tu sai tutto; oramai non debbo uccidermi per nasconderti una vergogna, per evitare di ritrovarmi innanzi a te. Tu sai tutto; e siamo qui, e possiamo anc?ra guardarci, possiamo anc?ra parlare! Si tratta di ben altro. Io non penso di eludere la tua vigilanza per darmi la morte. Io voglio anzi che tu mi aiuti a scomparire nel modo pi? naturale che sia possibile per non destare sospetti qui nella casa. Ho due veleni: la morfina e il sublimato corrosivo. Forse non servono. Forse ? difficile tener celato un avvelenamento. E bisogna che la mia morte sembri involontaria, cagionata da un caso qualunque, da una disgrazia. Intendi? In questo modo noi raggiungeremo lo scopo. Il segreto rimarr? fra noi due

Ella ora parlava rapidamente, con una espressione di seriet? ferma, come se ragionasse per persuadermi ad accettare un accordo utile, non un patto di morte, non una parte di complice nellattuazione dun proposito insensato. Io lasciavo chella continuasse. Una specie di fascino strano mi faceva rimaner l? a guardare, ad ascoltare quella creatura cos? fragile, cos? pallida, cos? malata, in cui entravano onde di energia morale cos? veementi.

Ascoltami, Tullio. Ho unidea. Federico mha raccontato la tua follia di oggi, il pericolo che hai corso oggi su largine dellAss?ro, mha raccontato tutto. Io pensavo, tremando: Chi sa per quale impeto di dolore s? gittato a quel rischio!. E, anc?ra pensando, m? parso di comprendere. Ho avuta una divinazione. E tutte le altre tue sofferenze future mi si sono affacciate allanima: sofferenze da cui nulla ti potrebbe difendere, sofferenze che aumenterebbero di giorno in giorno, inconsolabili, intollerabili.

Ah, Tullio, certo tu le hai gi? presentite e pensi che non potresti sostenerle. Un solo mezzo c? per salvare te, me, le nostre anime, il nostro amore; s?, lasciami dire: il nostro amore. Lasciami anc?ra credere alle tue parole di ieri e lasciami ripetere che io ti amo ora come non tho amato mai. Appunto per questo, appunto perch? noi ci amiamo, bisogna che io sparisca dal mondo, bisogna che tu non mi veda pi?.

Fu straordinaria lelevazione morale che rialz? la voce, tutta la persona di lei, in quellistante. Un gran fremito mi agit?; unillusione fugace simpadron? del mio spirito. Credetti che veramente in quellistante il mio amore e lamore di quella donna si trovassero di fronte alti duna smisurata altezza ideale e scevri di miseria umana, non macchiati di colpa, intatti. Riebbi per pochi attimi la stessa sensazione provata in principio quando il mondo reale mera parso completamente vanito. Poi, come sempre, il fenomeno inevitabile si comp?. Quello stato di conscienza non mi appartenne pi?, si fece obbiettivo, mi divent? estraneo.

Ascoltami seguit? ella, abbassando la voce, come per tema che qualcuno udisse. Ho mostrato a Federico un gran desiderio di rivedere il bosco, le carbonare, tutti quei luoghi. Domattina Federico non potr? accompagnarci perch? dovr? tornare a Casal Caldore. Andremo noi due soli. Federico mha detto che potr? montare Favilla. Quando saremo su largine far? quel che tu hai fatto stamani. Accadr? una disgrazia. Federico mha detto che ? impossibile salvarsi dallAss?ro Vuoi?

Sebbene ella proferisse parole coerenti, sembrava in preda a una specie di delirio. Un rossore insolito le accendeva la sommit? delle gote, e gli occhi le splendevano straordinariamente.

Una visione del fiume sinistro mi pass? nello spirito, rapida.

Ella ripet?, tendendosi verso di me:

Vuoi?

Io malzai, le presi le mani. Volevo calmare la sua febbre. Una pena e una piet? immense mi premevano. E la mia voce fu dolce, fu buona; trem? di tenerezza.

Povera Giuliana! Non tagitare cos?. Tu soffri troppo; il dolore ti fa insensata, povera anima! Bisogna che tu abbia molto coraggio; bisogna che tu non pensi pi? alle cose che hai dette Pensa a Maria, a Natalia Io ho accettato questo castigo. Per tutto il male che ho fatto, forse meritavo questo castigo. Lho accettato; lo sopporter?. Ma ? necessario che tu viva. Mi prometti, Giuliana, per Maria, per Natalia, per quanto hai cara la mamma, per le cose che io ti dissi ieri, mi prometti che in nessun modo cercherai di morire?

Ella teneva il capo chino. E dun tratto, liberando le sue mani, afferr? le mie e si mise a baciarmele furiosamente; e io sentii su la mia pelle il caldo della sua bocca, il caldo delle sue lacrime. E, come io tentavo di sottrarmi, ella dalla sedia cadde in ginocchio, senza lasciarmi le mani, singhiozzando, mostrandomi la sua faccia sconvolta, dove il pianto colava a rivi, dove la contrazione della bocca rivelava lindicibile spasimo da cui tutto lessere era convulso. E, senza poterla rialzare, senza poter pi? parlare, soffocato da un accesso violento dambascia, soggiogato dalla forza dello spasimo che contraeva quella povera bocca smorta, abbandonato da qualunque rancore, da qualunque orgoglio, non provando se non la cieca paura della vita, non sentendo nella donna prostrata e in me se non la sofferenza umana, leterna miseria umana, il danno delle trasgressioni inevitabili, il peso della nostra carne bruta, lorrore delle fatalit? inscritte nelle radici stesse del nostro essere e inabolibili, tutta la corporale tristezza del nostro amore, anchio caddi in ginocchio dinnanzi a lei per un bisogno istintivo di prostrarmi, di uguagliarmi anche nellattitudine alla creatura che soffriva e che mi faceva soffrire. E anchio ruppi in singhiozzi. E anc?ra una volta, dopo tanto, rimescolammo le nostre lacrime, ahim?! che erano cos? cocenti e che non potevano mutare il nostro destino.

XVI.

Chi sapr? mai rendere con le parole quel senso di aridit? desolata e di stupore, che resta nelluomo dopo uno spargimento inutile di pianto, dopo un parosismo dinutile disperazione? Il pianto ? un fenomeno passeggero, ogni crisi deve risolversi, ogni eccesso ? breve; e luomo si ritrova esausto, quasi direi disseccato, pi? che mai convinto della propria impotenza, corporalmente stupido e triste, dinnanzi alla realt? impassibile.

Io primo terminai di piangere; io primo riebbi negli occhi la luce; io primo feci attenzione alla positura della mia persona, a quella di Giuliana, alle cose circostanti. Eravamo anc?ra in ginocchio luno di fronte allaltra, sul tappeto; e anc?ra qualche singulto scoteva Giuliana. La candela ardeva sul tavolo, e la fiammella si moveva a quando a quando come inchinata da un soffio. Nel silenzio il mio orecchio percep? il piccolo rumore dun orologio che doveva essere nella stanza, posato in qualche luogo. La vita scorreva, il tempo fuggiva. La mia anima era vuota e sola.

Passata la veemenza del sentimento, passata quellebriet? di dolore, le nostre attitudini non avevano pi? significato, non avevano pi? ragion dessere. Bisognava che io mi alzassi, che io sollevassi Giuliana, che io dicessi qualche cosa, che quella scena avesse una chiusura definitiva; ma io provavo per tutto ci? una strana ripugnanza. Mi pareva di non essere pi? capace del minimo sforzo materiale e morale. Mincresceva di trovarmi l?, in quelle necessit?, in quelle difficolt?, costretto a quella continuazione. E una specie di rancore sordo incominci? a muoversi vagamente in fondo a me, contro Giuliana.

Malzai. Laiutai ad alzarsi. Ciascun singulto, che anc?ra a quando a quando la scoteva, aumentava in me quel rancore inesplicabile.

? proprio vero dunque che qualche parte dodio si cela in fondo ad ogni sentimento che accomuna due creature umane, cio? che ravvicina due egoismi. ? proprio vero dunque che questa parte dodio immancabile disonora sempre i nostri pi? teneri abbandoni, i nostri migliori impeti. Tutte le belle cose dellanima portano in loro un germe di corruzione latente, e devono corrompersi.

Io dissi (e temevo che la voce mio malgrado non fosse a bastanza dolce):

C?lmati, Giuliana. Ora bisogna che tu sii forte. Vieni, siedi qui. C?lmati. Vuoi un poco dacqua da bere? Vuoi qualche cosa da odorare? Dimmi tu.

S?, un poco dacqua. Cerca l?, nellalcova, sul tavolo da notte.

Ella aveva anc?ra una voce di pianto; e si asciugava la faccia con un fazzoletto, seduta su un divano basso, di contro al grande specchio dun armario. Il singulto le durava anc?ra.

Entrai nellalcova per prendere il bicchiere. Nella penombra scorsi il letto. Era gi? preparato: un lembo delle coperte era rialzato e discostato, una lunga camicia bianca era posata presso il guanciale. S?bito il mio senso acuto e vigile percep? il fievole odore della batista, un odore svanito direos e di mammola che conoscevo. La vista del letto, lodore noto mi diedero un turbamento profondo. In fretta versai lacqua ed uscii per portare il bicchiere a Giuliana che aspettava.

Ella bevve qualche sorso, a riprese, mentre io, in piedi davanti a lei, la guardavo notando latto della sua bocca. Disse:

Grazie, Tullio.

E mi rese il bicchiere non vuotato se non a met?. Come avevo sete, io bevvi il resto dellacqua. Bast? quel piccolo fatto irriflessivo per aumentare in me il turbamento. Sedetti anchio sul divano. E tacemmo, ambedue assorti nel nostro pensiero, separati da un breve spazio.

Il divano con le nostre figure si rifletteva nello specchio dellarmario. Senza guardarci noi potevamo vedere i nostri volti ma non bene distinti perch? la luce era scarsa e mobile. Io consideravo fissamente nel fondo vago dello specchio la figura di Giuliana che prendeva a poco a poco nella sua immobilit? un aspetto misterioso, linquietante fascino di certi ritratti feminili oscurati dal tempo, lintensa vita fittizia degli esseri creati da una allucinazione. Ed accadde che a poco a poco quellimagine discosta mi sembr? pi? viva della persona reale. Accadde che a poco a poco in quellimagine io vidi la donna delle carezze, la donna di volutt?, lamante, linfedele.

Chiusi gli occhi. LAltro comparve. Una delle note visioni si form?.

Io pensavo: Ella non ha finora mai alluso direttamente alla sua caduta, al modo della sua caduta. Una sola frase significante ella ha proferito: Credi tu che la colpa sia grave, quando lanima non consente? Una frase! E che ha voluto ella significare? Si tratta duna delle solite distinzioni sottili che servono a scuotere e ad attenuare tutti i tradimenti e tutte le infamie. Ma, insomma, quale specie di relazione ? corsa tra lei e Filippo Arborio, oltre quella carnale innegabile? E in quali circostanze ella s? abbandonata?. Unatroce curiosit? mi pungeva. Le suggestioni mi venivano dalla mia stessa esperienza. Mi tornavano alla memoria, precise, certe particolari maniere di cedere usate da alcune delle mie antiche amanti. Le imagini si formavano, si mutavano, si succedevano lucide e rapide. Rivedevo Giuliana, quale lavevo veduta in giorni lontani, sola nel vano duna finestra, con un libro su le ginocchia, tutta languida, pallidissima, nellattitudine di chi sia per venir meno, mentre unalterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passava ne suoi occhi troppo neri. Era stata sorpresa da colui in uno di quei languori, nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie dinconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto dellatto irreparabile, e aveva scacciato colui e non laveva pi? riveduto? Oppure aveva consentito a recarsi in qualche luogo segreto, in un piccolo appartamento remoto, forse in una delle camere mobiliate per ove passano le sozzure di cento adulterii, e aveva ricevuto e prodigato sul medesimo guanciale tutte le carezze, non una sola volta, ma pi? volte, ma molti giorni di seguito, ad ore stabilite, nella sicurt? procuratale dalla mia incuranza? E rividi Giuliana davanti allo specchio nel giorno di novembre, la sua attitudine nellappuntare il velo al cappello, il colore del suo abito, e poi il suo passo leggero sul marciapiede dalla parte del sole. Quella mattina era andata a un ritrovo forse?

Io soffrivo una tortura senza nome. La smania di sapere mi torceva lanima; le imagini fisiche mi esasperavano. Il rancore contro Giuliana diveniva pi? acre; e il ricordo delle volutt? recenti, il ricordo del letto nuziale di Villalilla, quel che di lei mera rimasto nel sangue, alimentavano una cupa fiamma. Dalla sensazione che mi dava la vicinanza del corpo di Giuliana, da uno speciale tremito io maccorsi che ero gi? caduto in preda alla ben nota febbre della gelosia sessuale e che per non cedere a un impeto odioso bisognava fuggire. Ma la mia volont? pareva colpita da paralisi; io non ero padrone di me. Rimanevo l?, tenuto da due forze contrarie, da una repulsione e da una attrazione interamente fisiche, da una concupiscenza mista di disgusto, da un oscuro contrasto che io non potevo sedare perch? si svolgeva nellinfimo della mia sostanza bruta.

LAltro, dallistante in cui era comparso, era rimasto di continuo innanzi a me. Era Filippo Arborio? Avevo proprio indovinato? Non mingannavo?

Mi voltai verso Giuliana allimprovviso. Ella mi guard?. La domanda repentina mi rimase strozzata nella gola. Abbassai gli occhi, piegai il capo: e, con la stessa tensione spasmodica che avrei provato nello strapparmi da una parte del corpo un lembo di carne viva, osai chiedere:

Il nome di quelluomo?

La mia voce era tremante e roca, e faceva male a me medesimo.

Alla domanda inaspettata, Giuliana trasal?; ma tacque.

Non rispondi? incalzai, sforzandomi di comprimere la collera che stava per invasarmi, quella collera cieca che gi? la notte innanzi nellalcova era passata sul mio spirito come una raffica.

Oh mio Dio! ella gemette angosciosamente, abbattendosi sul fianco, nascondendo la faccia in un cuscino. Mio Dio, mio Dio!

Ma io volevo sapere; io volevo strapparle la confessione ad ogni costo.

Ti ricordi seguitai ti ricordi tu di quella mattina che entrai nella tua stanza allimprovviso, su i primi di novembre? Ti ricordi? Entrai non so perch?: perch? tu cantavi. Cantavi laria di Orfeo. Eri quasi pronta per uscire. Ti ricordi? Io vidi un libro su la tua scrivania, lapersi, lessi sul frontespizio una dedica Era un romanzo: Il Segreto Ti ricordi?

Ella rimaneva abbattuta sul cuscino, senza rispondere. Mi chinai verso di lei. Tremavo dun ribrezzo simile a quello che precede il freddo della febbre. Soggiunsi:

? forse colui?

Ella non rispose, ma si sollev? con un impeto disperato. Pareva demente. Fece latto di gettarsi su di me, poi si trattenne.

Abbi piet?! Abbi piet?! proruppe. Lasciami morire! Questo che tu mi fai soffrire ? peggiore di qualunque morte. Tutto ho sopportato, tutto potrei sopportare; ma questo non posso, non posso Se io vivr?, sar? per noi un martirio di tutte lore, ed ogni giorno pi? sar? terribile. E tu mi odierai: tutto il tuo odio mi verr? sopra. Lo so, lo so. Ho gi? sentito lodio nella tua voce. Abbi piet?! Lasciami prima morire!

Pareva demente. Aveva il bisogno smanioso di aggrapparsi a me; e, non osando, si torceva le mani per trattenersi, con un orgasmo di tutta la persona. Ma io la presi per le braccia, lattirai a me.

Non sapr? dunque nulla? le dissi quasi su la bocca, divenuto anchio demente, incitato da un istinto crudele che rendeva rudi le mie mani.

Tamo, tho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con questinferno un minuto di debolezza, intendi? un minuto di debolezza ? la verit?. Non senti che ? la verit??

Anc?ra un attimo lucido; e poi leffetto dun impulso cieco, selvaggio, inarrestabile.

Ella cadde sul cuscino rovescia. Le mie labbra soffocarono il suo grido.

XVII.

Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. Selvaggio! Selvaggio! Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo chella aveva emesso nel sussulto supremo, un rantolo dagonizzante. E mi ripassava per lanima unonda di quella tristezza, non somigliante a nessunaltra, che dopo latto mera piombata sopra. Ah, veramente selvaggio! La prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora? Non sera affacciata alla mia conscienza, durante la furia, unintenzione micidiale?

E ripensavo alle amare parole di Giuliana: Ho la vita tenace. Non la tenacit? della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dellaltra vita chella portava dentro; e contro quella appunto io mesasperavo, contro quella incominciavo a macchinare.

Non erano anc?ra manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni: lallargamento dei fianchi, laumento del volume nel ventre. Ella si trovava dunque anc?ra ai primi mesi: forse al terzo, forse al principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice dovevano esser deboli. Laborto doveva essere facilissimo. Come mai le violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte, gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non lavevano provocato? Tutto mera avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia ostilit? diveniva pi? acre.

Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto lorrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella nativit?, dalla minaccia dellintruso. Come mai Giuliana, al primo sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche per il feto adulterino?

E io consideravo la vita avvenire, divinata con una specie di chiaroveggenza. Giuliana dava alla luce un maschio, unico erede del nostro antico nome. Il figliuolo non mio cresceva, incolume; usurpava lamore di mia madre, di mio fratello; era careggiato, adorato a preferenza di Maria e di Natalia, delle mie creature. La forza dellabitudine quietava i rimorsi in Giuliana, ed ella si abbandonava al suo sentimento materno, senza ritegno. E il figliuolo non mio cresceva protetto da lei, per le cure assidue di lei; si faceva robusto e bello; diveniva capriccioso come un piccolo despota; simpadroniva della mia casa. Queste visioni a poco a poco si particolarizzavano. Certe rappresentazioni fantastiche assumevano il rilievo e il movimento di una scena reale; e qualche tratto duna tal vita fittizia simprimeva cos? forte nella mia conscienza da restarvi notato per un certo tempo con tutti i caratteri di una realt?. La figura del fanciullo era infinitamente variabile; i suoi atti, i suoi gesti erano diversissimi. Ora io me lo figuravo esile, pallido, taciturno, con una grossa testa pesante inchinata sul petto; ora tutto roseo, rotondo, gaio, loquace, pieno di vezzi e di blandizie, singolarmente amorevole verso di me, buono; ora invece tutto nervi, bilioso, un po felino, pieno dintelligenza e distinti malvagi, duro con le sorelle, crudele verso gli animali, incapace di tenerezze, indisciplinabile. A poco a poco questa ultima figurazione si sovrappose alle altre, le elimin? permanendo, si rafferm? in un tipo preciso, si anim? di una intensa vita fittiva, prese perfino un nome: il nome gi? da tempo stabilito per lerede mascolino, il nome di mio padre: Raimondo.

Il piccolo fantasma perverso era una emanazione diretta del mio odio; aveva contro di me la stessa inimicizia che io avevo contro di lui; era un nemico, un avversario col quale stavo per impegnare la lotta. Egli era la mia vittima ed io ero la sua. Ed io non potevo sfuggirgli, egli non poteva sfuggirmi. Eravamo ambedue chiusi in un cerchio dacciaio.

I suoi occhi erano grigi come quelli di Filippo Arborio. Tra le varie espressioni del suo sguardo una mi colpiva pi? spesso, in una scena imaginaria che ogni tanto si ripeteva. La scena era questa: Io entrava senza sospetto in una stanza immersa nellombra, piena dun silenzio singolare. Credevo desser solo, l? dentro. A un tratto, volgendomi, maccorgevo della presenza di Raimondo che mi guardava fiso con i suoi occhi grigi e malvagi. Massaliva subitamente la tentazione del delitto, cos? forte che, per non gittarmi sul piccolo essere malefico, fuggivo.





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