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Mai quel sentimento, quel sorriso mavevano penetrata lanima cos? a dentro. Tanta pace, tanta bont? circondavano lignobile segreto che io e Giuliana dovevamo custodire in noi senza morirne.

Ed ora? pensai, al colmo dellangoscia, girando per landito come un estraneo smarrito, non potendo dirigere il mio passo verso il luogo temuto, quasi che il mio corpo si rifiutasse dobedire allimpulso della volont?. Ed ora? Ella sa che io conosco il vero. Tra noi due ogni dissimulazione ? omai inutile. Ed ? necessario che noi ci guardiamo in faccia, che noi parliamo della cosa tremenda. Ma non ? possibile che questo duello avvenga stamani. Le conseguenze sono imprevedibili. Ed ? necessario, ora pi? che mai, ? necessario che nessuno dei nostri atti apparisca singolare, inesplicabile a mia madre, a mio fratello, a qualunque persona di questa casa. Il mio turbamento di iersera, le mie inquietudini, le mie tristezze si possono spiegare con la preoccupazione del pericolo a cui Giuliana va incontro essendo incinta; ma logicamente, agli occhi altrui, questa preoccupazione deve rendermi verso di lei pi? tenero, pi? sollecito, pi? premuroso che mai. La mia prudenza oggi devessere estrema. Bisogna che io eviti ad ogni costo una scena tra me e Giuliana, oggi. Bisogna che io sfugga loccasione di rimaner solo con lei, oggi. Ma bisogna anche chio trovi s?bito il modo di farle comprendere il sentimento che determina queste mie attitudini verso di lei, il proposito che regola la mia condotta. E se ella persistesse nella volont? di uccidersi? Se ella avesse soltanto differita di qualche ora lesecuzione? Se ella stesse gi? aspettando lopportunit?? Questo timore tronc? gli indugi e mi spinse ad agire. Somigliavo quei soldati orientali che erano spinti alla battaglia a colpi di frusta.

Mi diressi verso la sala del pianoforte. Vedendomi, Maria interruppe i suoi esercizi e corse a me tutta leggera e allegra, come a un liberatore. Ella aveva la grazia, lagilit?, la leggerezza delle creature alate. La sollevai tra le mie braccia per baciarla.

Mi porti con te? mi chiese ella. Sono stanca. ? unora che Miss Edith mi tiene qui Non ne posso pi?. Portami con te, fuori! Let us take a walk before breakfast.

Dove?

Where you please, it is the same to me.

Ma andiamo prima dalla mamma

Eh, ieri voi ve nandaste a Villalilla e noi rimanemmo alla Badiola. Fosti tu, proprio tu, che non volesti condurci; perch? la mamma voleva. Cattivo! We should like to go there. Tell me how you amused yourselves

Ella cantava come un uccello, in quella lingua non sua, deliziosamente. Quel cinguettio non intermesso accompagnava la mia ansiet?, mentre andavamo verso le stanze di Giuliana. Poich? io esitavo, Maria batt? alla porta chiamando:

Mamma!

Giuliana apr?, ella medesima, non sospettando la mia presenza. Mi vide. Sussult? forte come se avesse veduto un fantasma, uno spettro, qualche cosa di terrifico.

Sei tu? balbett?, tanto piano che appena ludii, mentre le labbra nel muoversi le si scoloravano: divenuta a un tratto, dopo il sussulto, pi? rigida di unerma.

E ci guardammo, l?, su la soglia; ci fissammo; fissammo per un istante luno su laltra la nostra stessa anima.

Tutto disparve intorno; tutto fra noi due fu detto, fu compreso, fu risoluto, in un istante.

Dopo, che avvenne? Non so bene, non ricordo bene. Ricordo che per qualche tempo ebbi di ci? che avveniva una conscienza quasi direi intermittente, come per una successione di brevi eclissi. Era, credo, un fenomeno simile in parte a quello prodotto dallindebolimento dellattenzione volontaria in certi infermi. Smarrivo la facolt? dellattenzione: non vedevo, non udivo, non afferravo pi? il senso delle parole, non comprendevo pi?. Poi, dopo un poco, ricuperavo quella facolt?, esaminavo dintorno a me le cose e le persone, ridiventavo attento e consciente.

Giuliana era seduta; aveva Natalia su le ginocchia. Anchio ero seduto. E Maria andava da lei a me e da me a lei, con una mobilit? continua, parlando senza posa, incitando la sorella, rivolgendoci una quantit? di domande a cui non rispondevamo se non con qualche cenno del capo. Quel favellio vivace riempiva il nostro silenzio. In uno dei frammenti che io udii, Maria diceva alla sorella:

Ah, tu hai dormito con la mamma, stanotte. ? vero?

E Natalia:

S?, perch? io sono piccola.

Ah, ma la notte che viene, sai, tocca a me. ? vero, mamma? Prendi me nel tuo letto, la notte che viene

Giuliana taceva, non sorrideva, assorta. Poich? Natalia le stava su le ginocchia volgendole le spalle, ella la teneva cinta con le braccia alla vita; e le sue mani posavano nel grembo della figliuola congiunte, pi? bianche della vestetta bianca su cui posavano, e affilate, e dolenti, cos? dolenti che rivelavano esse sole una immensit? di tristezza. Giungendole la testa di Natalia a fiore del mento, ella reclinata pareva premere la bocca su quei riccioli; cos? che quando io le gettavo uno sguardo, non vedevo la parte inferiore del volto, non le vedevo lespressione della bocca. N? incontravo mai gli occhi. Ma ogni volta vedevo le palpebre abbassate, un poco rosse, che ogni volta mi turbavano a dentro come se lasciassero trasparire la fissit? della pupilla che coprivano.

Aspettava ella che io dicessi qualche parola? Salivano intanto alla sua bocca nascosta parole improfferibili?

Quando alfine con uno sforzo mi riusc? di sottrarmi a quello stato dinazione in cui serano avvicendate lucidit? e oscurit? straordinarie, io dissi (ed ebbi, credo, laccento che avrei avuto nel continuare un dialogo gi? iniziato, nellaggiungere nuove parole alle dette) io dissi piano:

La mamma vuole che io avvisi il dottore Vebesti. Le ho promesso di scrivere. Scriver?.

Ella non sollev? le palpebre; rimase muta. Maria, nella sua profonda inconsapevolezza, la guard? attonita; poi guard? me.

Io malzai, per uscire.

Oggi, dopo mezzogiorno, andr? al bosco dAss?ro, con Federico. Ci vedremo stasera, al ritorno?

Poich? ella non accennava a rispondere, ripetei con una voce che significava tutte le cose non espresse:

Ci vedremo stasera, al ritorno?

Le sue labbra tra i riccioli di Natalia spirarono:

S?.

XIV.

Nella violenza delle mie agitazioni diverse e contrarie, nel primo tumulto del dolore, sotto la minaccia dei pericoli imminenti, io non mera anc?ra fermato a considerare lAltro. Ma anche, fin dal principio, non avevo avuto neppur lombra di un dubbio su la giustezza del mio antico sospetto. S?bito, nel mio spirito, lAltro aveva preso limagine di Filippo Arborio; e, al primo impeto di gelosia carnale che maveva assalito dentro lalcova, limagine abominevole sera accoppiata con quella di Giuliana in una serie di visioni orrende.

Ora, mentre io e Federico andavamo cavalcando verso la foresta, lungo quel fiume tortuoso che io avevo contemplato nel torbido pomeriggio del Sabato Santo, lAltro veniva con noi. Tra me e mio fratello sintrapponeva la figura di Filippo Arborio, vivificata dal mio odio, resa dal mio odio cos? intensamente viva che io provavo, guardandola, in sensazione reale, un orgasmo fisico, qualche cosa di simile al fremito selvaggio da cui ero stato preso talvolta trovandomi sul terreno, di fronte allavversario spogliato di camicia, al segnale dellattacco.

La vicinanza di mio fratello aumentava straordinariamente il mio male. Al paragone di Federico, la figura di quelluomo, cos? fine, cos? nervosa, cos? feminea, si rimpiccioliva, simmiseriva, diveniva spregevole per me ed ignobile. Sotto linflusso del nuovo ideale di forza e di semplicit? virile, ispiratomi dallesempio fraterno, io non soltanto odiavo ma disprezzavo quellessere complicato ed ambiguo che pure apparteneva alla mia stessa razza e aveva comuni con me alcune particolarit? di constituzione cerebrale, come appariva dalla sua opera darte. Io me lo imaginavo, a simiglianza duno dei suoi personaggi letterarii, affetto dalle pi? tristi malattie dello spirito, obliquo, doppio, crudelmente curioso, isterilito dallabitudine dellanalisi e dellironia riflessa, di continuo occupato a convertire i pi? caldi e spontanei moti dellanimo in nozioni chiare e glaciali, avvezzo a considerare qualunque creatura umana come un soggetto di pura speculazione psicologica, incapace damore, incapace dun atto generoso, duna rinuncia, dun sacrificio, indurito nella menzogna, ottuso dal disgusto, lascivo, cinico, vile.

Da un tale uomo Giuliana era stata sedotta, era stata posseduta: certo, non amata. La maniera non appariva anche in quella dedica scritta sul frontespizio del Segreto, in quella dedica enfatica che era lunico documento a me noto risguardante la relazione passata tra il romanziere e mia moglie? Certo, ella era stata nelle mani di colui una cosa di volutt?, non altro. Espugnare la Torre davorio, corrompere una donna publicamente vantata incorruttibile, esperimentare un metodo di seduzione sopra un soggetto tanto raro: impresa ardua ma piena di attrattive, degna in tutto di un artista raffinato, del difficile psicologo che aveva scritto La Cattolicissima e Angelica Doni.

Come pi? riflettevo, i fatti mi apparivano nella loro crudit? bruta. Certo, Filippo Arborio aveva incontrata Giuliana in uno di quei periodi in cui la donna cos? detta spirituale, che ha sofferta una lunga astinenza, ? commossa da aspirazioni poetiche, da desiderii indefiniti, da languori vaghi; i quali non sono se non le larve di cui si mascherano i bassi stimoli dellappetito sessuale. Filippo Arborio, esperto, avendo indovinato la special condizione fisica della donna chegli voleva possedere, sera servito del metodo pi? conveniente e pi? sicuro, che ? questo: parlare didealit?, di zone superiori, di alleanze mistiche, ed occupare nel tempo medesimo le mani alla scoperta daltri misteri; unire insomma un brano di pura eloquenza a una delicata manomessione. E Giuliana, la Turris eburnea, la grande taciturna, la creatura composta doro duttile e dacciaio, lUnica, sera prestata a quel vecchio giuoco, sera lasciata prendere a quel vecchio inganno, aveva anchella obedito alla vecchia legge della fragilit? muliebre. E il duetto sentimentale era finito con una copula disgraziatamente feconda

Un orribile sarcasmo mi torceva lanima. Mi pareva davere non nella bocca ma dentro di me la convulsione provocata da quellerba che ci fa morire a modo di chi ride.

Spronai il cavallo; e lo misi al galoppo, lungo largine del fiume.

Largine era periglioso, strettissimo nelle lunate, minacciato di frana in taluni punti, in altri ingombrato dai rami di qualche grosso albero torto, in altri attraversato da radici a fior di terra enormi. Io avevo perfetta conscienza del pericolo a cui mi esponevo; e, invece di trattenere, spingevo sempre pi? il cavallo, non con lintenzione dincontrare la morte ma volendo trovare in quellansiet? una tregua allo spasimo intollerabile. Conoscevo gi? lefficacia di una tale follia. Dieci anni fa, quando ero assai giovine, addetto allambasciata in Costantinopoli, per sfuggire a certi accessi di tristezza prodotti da ricordi recenti di passione, nelle notti di luna entravo a cavallo in uno di quei cimiteri musulmani densi di tombe, su le pietre lisce in pendio, correndo mille volte il rischio di uccidermi in una caduta. Stando con me in groppa, la morte cacciava ogni altra cura.

Tullio! Tullio! F?rmati! mi gridava Federico a distanza. F?rmati!

Io non gli davo ascolto. Pi? duna volta, per prodigio, evitai di battere la fronte contro qualche ramo orizzontale. Pi? duna volta per prodigio impedii al cavallo di urtare contro un tronco. Pi? duna volta, nei passi angusti, vidi certa la caduta nel fiume che mi luccicava sotto. Ma quando udii dietro di me un altro galoppo e maccorsi che Federico minseguiva alla gran carriera, temendo per lui, con una strappata violenta arrestai il povero animale che simpenn?, rimase un istante inalberato come per precipitarsi nellacqua, poi ricadde. Io ero incolume.

Ma sei impazzito? mi grid? Federico, sopraggiungendo, pallidissimo.

Tho fatto paura? Perdonami. Credevo che non ci fosse pericolo. Volevo provare il cavallo Poi non lo potevo pi? fermare ? un po duro, di bocca

Duro di bocca Orlando!

Non ti pare?

Egli mi guard? fiso, con unespressione inquieta. Io tentai di sorridere. Il suo pallore insolito mi faceva pena e tenerezza.

Non so come tu non ti sia spezzato il capo contro uno di questi alberi; non so come tu non sia precipitato

E tu?

Per inseguirmi egli aveva corso lo stesso pericolo, forse anche maggiore perch? il suo cavallo era pi? pesante ed egli aveva dovuto metterlo a tutta carriera volendo raggiungermi in tempo. Ambedue considerammo la via dietro di noi.

? un miracolo egli disse. Gi?, salvarsi dallAss?ro ? quasi impossibile. Non vedi?

Ambedue considerammo sotto di noi il fiume mortifero. Cupo, luccicante, rapido, pieno di mulinelli e di gorghi, lAss?ro correva tra gli argini cretacei con un silenzio che lo rendeva pi? torvo. Il paesaggio rispondeva a quellaspetto di perfidia e di minaccia. Il cielo pomeridiano sera impregnato di vapori e biancheggiava stancamente con un riverbero diffuso, sopra una distesa di macchioni rossastri che la primavera non aveva ancor vinti. Le foglie morte si mescevano quivi con le viventi nuove, gli stecchi aridi con i virgulti, i cadaveri coi neonati vegetali, in un denso intrico allegorico. Su la turbolenza del fiume, sul contrasto della boscaglia biancheggiava il cielo stancamente, dissolvendosi.

Un tonfo improvviso; e non avrei pi? pensato, non avrei pi? sofferto, non avrei pi? portato il peso della mia carne miserabile. Ma forse avrei trascinato con me nel precipizio mio fratello: una forma nobile di vita, un Uomo. Io sono salvo per miracolo comegli ? salvo per miracolo. La mia follia lo ha esposto al rischio estremo. Un mondo di cose belle e di cose buone sarebbe scomparso con lui. Quale fatalit? vuole che io sia cos? nocivo alle persone che mi amano?

Guardai Federico. Egli era divenuto pensoso e grave. Non osai interrogarlo; ma provai un acuto rammarico daverlo contristato. Che pensava egli? Qual pensiero alimentava il suo turbamento? Aveva forse indovinato che io dissimulavo una sofferenza inconfessabile e che soltanto laculeo duna idea fissa maveva spinto alla corsa mortale?

Seguitammo lungo largine, luno dietro laltro, al passo. Poi volgemmo per un sentiero che sinoltrava nella macchia; e, come il sentiero era a bastanza largo, di nuovo cavalcammo luno a fianco dellaltro mentre i cavalli sbuffavano avvicinando le froge come per parlarsi in segreto e mescolavano la schiuma dei loro freni.

Pensavo, gittando di tratto in tratto unocchiata a Federico e vedendolo anc?ra severo: Certo, se io gli rivelassi la verit?, egli non mi crederebbe. Egli non potrebbe credere al fallo di Giuliana, alla contaminazione della sorella. Io non so decidere veramente, tra laffetto di lui e laffetto di mia madre per Giuliana, quale sia pi? profondo. Non ha egli sempre tenuto sul suo tavolo il ritratto della nostra povera Costanza e il ritratto di Giuliana riuniti come in un dittico per la stessa adorazione? Anche stamani, come saddolciva la sua voce nominandola!. Subitamente, per contrasto, la bruttura mi si ripresent? anche pi? turpe. Era il corpo intraveduto nello spogliatoio della sala darmi quello che si atteggiava nelle mie visioni. E il mio odio purtroppo operava su quellimagine come lacido nitrico su i tratti segnati nella lastra di rame. Lincisione diveniva sempre pi? netta.

Allora, mentre mi durava nel sangue leccitamento della corsa, per quellesuberanza di coraggio fisico, per quellistinto di combattivit? ereditario che tanto spesso si risvegliava in me al rude contatto degli altri uomini, io sentii che non avrei potuto rinunziare ad affrontare Filippo Arborio. Andr? a Roma, cercher? di lui, lo provocher? in qualche modo, lo costringer? a battersi, far? di tutto per ucciderlo o per renderlo invalido. Io me lo imaginavo pusillanime. Mi torn? alla memoria una mossa un po ridicola che gli era sfuggita, nella sala darmi, al ricevere in pieno petto una botta dal maestro. Mi torn? alla memoria la sua curiosit? nel chiedermi notizia del mio duello: quella curiosit? puerile che fa spalancare gli occhi a chi non s? trovato mai nel cimento. Mi ricordai che, durante il mio assalto, egli aveva tenuto lo sguardo sempre fisso su me. La conscienza della mia superiorit?, la certezza di poterlo sopraffare mi sollevarono. Nella mia visione, un rivo rosso rig? quella sua pallida carne ributtante. Alcuni frammenti di sensazioni reali, provate in altri tempi a fronte di altri uomini, concorsero a particolarizzare quello spettacolo imaginario nel quale mindugiavo. E vidi colui sanguinoso e inerte su un pagliericcio, in un casale lontano, mentre i due medici accigliati gli si curvavano sopra.

Quante volte io, ideologo e analista e sofista in epoca di decadenza, mero compiaciuto dessere il discendente di quel Raimondo Hermil De Penedo che alla Goletta oper? prodigi di valore e di ferocia sotto gli occhi di Carlo Quinto! Lo sviluppo eccessivo della mia intelligenza e la mia multanimit? non avevano potuto modificare il fondo della mia sostanza, il substrato nascosto in cui erano inscritti tutti i caratteri ereditarii della mia razza. In mio fratello, organismo equilibrato, il pensiero saccompagnava sempre allopera; in me il pensiero predominava ma senza distruggere le mie facolt? di azione che anzi non di rado si esplicavano con una straordinaria potenza. Io ero insomma un violento e un appassionato consciente, nel quale lipertrofia di alcuni centri cerebrali rendeva impossibile la coordinazione necessaria alla vita normale dello spirito. Lucidissimo sorvegliatore di me stesso, avevo tutti gli impeti delle nature primitive indisciplinabili. Pi? duna volta io ero stato tentato da improvvise suggestioni delittuose. Pi? duna volta ero rimasto sorpreso dallinurrezione spontanea dun istinto crudele.

Ecco le carbonare disse mio fratello, mettendo il cavallo al trotto.

Si udivano i colpi delle scuri nella foresta e si vedevano le spire del fumo salire tra gli alberi. La colonia dei carbonai ci salut?. Federico interrogava i lavoratori intorno allandamento delle opere, li consigliava, li ammoniva, osservando con occhio esperto i fornelli. Tutti stavano davanti a lui in attitudini di reverenza e lo ascoltavano attenti. Il lavoro dintorno pareva esser divenuto pi? fervido, pi? facile, pi? giocondo, come il crepitio del fuoco efficace. Gli uomini correvano qua e l? a gittar terra dove il fumo usciva con troppa copia, a chiudere con zolle i varchi aperti dalle esplosioni; correvano e vociavano. Gridi gutturali dabbattitori si mescevano a quelle voci rudi. Rimbombava nellinterno lo schianto di qualche albero caduto. Fischiavano, in qualche pausa, i merli. E la grande foresta immobile contemplava i roghi alimentati dalle sue vite.

Mentre mio fratello compiva lesame delle opere, io mi allontanai lasciando al cavallo la scelta dei sentieri che si diramavano pel folto. I rumori si affiochivano dietro di me, gli echi morivano. Un silenzio grave scendeva dalle cime. Io pensavo: Come far? per risollevarmi? Quale sar? la mia vita da domani in poi? Potr? seguitare a vivere nella casa di mia madre col mio segreto? Potr? accomunare la mia esistenza con quella di Federico? Chi mai, che cosa mai al mondo potr? risuscitare nella mia anima una scintilla di fede?. Lo strepito delle opere si spegneva dietro di me; la solitudine diventava perfetta. Lavorare, praticare il bene, vivere per gli altri Potrei ora ritrovare in queste cose il vero senso della vita? E veramente il senso della vita non si ritrova pieno nella felicit? personale ma in queste cose soltanto? Laltro giorno, mentre mio fratello parlava, io credevo di comprendere la sua parola; credevo che la dottrina della verit? mi si rivelasse per la sua bocca. La dottrina della verit?, secondo mio fratello, non sta nelle leggi, non sta nei precetti, ma semplicemente e unicamente nel senso che luomo d? alla vita. Mi pareva daver compreso. Ora, dun tratto, sono ritornato nel buio; sono ridiventato cieco. Non comprendo pi? nulla. Chi mai, che cosa mai al mondo mi potr? consolare del bene che ho perduto? E lavvenire mi apparve spaventoso, senza speranza. Limagine indeterminata del nascituro crebbe, si dilat?, come quelle orribili cose informi che noi vediamo talvolta negli incubi, ed occup? tutto il campo. Non si trattava dun rimpianto, dun rimorso, dun ricordo indistruttibile, duna qualunque pi? amara cosa interiore, ma di un essere vivente. Il mio avvenire era legato a un essere vivente duna vita tenace e malefica; era legato a un estraneo, a un intruso, a una creatura abominevole contro di cui non soltanto la mia anima ma la mia carne, tutto il mio sangue e tutte le mie fibre votavano unavversione bruta, feroce, implacabile fino alla morte, oltre la morte. Pensavo: Chi avrebbe potuto imaginare un supplizio peggiore per torturarmi insieme lanima e la carne? Il pi? ingegnosamente efferato dei tiranni non saprebbe concepire certe crudelt? ironiche, le quali sono soltanto del Destino. Era presumibile che la malattia avesse resa sterile Giuliana. Orbene, ella si d? a un uomo, commette il suo primo fallo, e rimane incinta, ignobilmente, con la facilit? di quelle femmine calde che i villani sforzano dietro le siepi, su lerba in tempo di foia. E, appunto mentre ella ? piena delle sue nausee, io mi pasco di sogni, mabbevero dideale, ritrovo le ingenuit? della mia adolescenza, non moccupo di altro che di cogliere fiori (Oh quei fiori, quegli stomachevoli fiori, offerti con tanta timidezza!) E, dopo una grande ubriacatura tra sentimentale e sensuale, ricevo la dolce notizia da chi? da mia madre! E, dopo la notizia, ho unesaltazione generosa, faccio in buona fede una parte nobile, mi sacrifico in silenzio, come un eroe di Octave Feuillet! Che eroe! Che eroe!. Il sarcasmo mi torceva lanima, mi contraeva tutte le fibre. E di nuovo, allora, mi prese la follia della fuga.





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