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Rivissi in un attimo tutta la nostra giornata damore. Rividi tutte le espressioni, anche le pi? fuggevoli, apparse sul volto di Giuliana dal momento del nostro ingresso a Villalilla; e tutte le compresi. Una gran luce sera fatta in me. Ah quando io le parlavo del domani, le parlavo dellavvenire! Che spaventosa parola doveva essere per lei quel Domani su le mie labbra! E mi torn? alla memoria il breve dialogo avvenuto sul limitare del balcone al conspetto del cipresso. Ella aveva ripetuto sommessamente, con un sorriso tenue: Morire!. Aveva parlato di fine prossima. Aveva domandato: Che faresti tu se io ti morissi, allimprovviso? Se, per esempio, domani io fossi morta?. Pi? tardi, nella nostra stanza, ella aveva gridato stringendosi a me: No, no, Tullio; non si parla dellavvenire Pensa a oggi, allora che passa!. Non tradivano tali atti, tali parole un proposito di morte, una risoluzione tragica? Era manifesto chella aveva risoluto di uccidersi, chella si sarebbe uccisa, forse in quella notte medesima, prima del domani indifferibile, non essendoci per lei altro scampo.

Quando cess? il raccapriccio che mi venne dal pensiero del pericolo imminente, io considerai in me stesso: Sarebbero pi? gravi le conseguenze della morte di Giuliana o quelle della sua incolumit?? Poich? la ruina ? senza riparo e labisso ? senza fondo, una catastrofe immediata ? forse preferibile alla prolungazione indefinita del dramma spaventevole. E la mia imaginazione mi faceva assistere alle fasi della nuova maternit? di Giuliana, mi faceva vedere il nuovo essere procreato, lintruso che avrebbe portato il mio nome, che sarebbe stato il mio erede, che avrebbe usurpato le carezze di mia madre, delle mie figliuole, di mio fratello. Certo, soltanto la morte pu? interrompere il corso fatale di questi eventi. Ma il suicidio resterebbe segreto? Con qual mezzo Giuliana si ucciderebbe? Accertata la morte volontaria, che penserebbero mia madre, mio fratello? Qual colpo ne riceverebbe mia madre? E Maria? E Natalia? E che farei allora io della mia vita?

Non riuscivo, veramente, a concepire la mia vita senza Giuliana. Io amavo quella povera creatura anche nella sua impurit?. Tranne quellimpeto subitaneo di collera suscitatomi dalla gelosia carnale, io non avevo ancor provato contro di lei un senso dodio o di rancore o di disdegno. Non mera balenato alcun pensiero di vendetta. Invece, io avevo di lei una misericordia profonda. Io accettavo, fin da principio, tutta la responsabilit? della sua caduta. Un sentimento fiero e generoso mi sollev?, mi esalt?. Ella ha saputo chinare il capo sotto i miei colpi, ha saputo soffrire, ha saputo tacere; mi ha dato lesempio del coraggio virile, dellabnegazione eroica. Ora ? venuta la mia volta. Io le debbo il contraccambio. Debbo salvarla ad ogni costo. E questa sollevazione dellanima, questa cosa buona, mi veniva da lei.

La guardai da presso. Rimaneva anc?ra immobile, nella medesima attitudine, con la fronte scoperta.

Pensai: Ma dorme? Se invece fingesse di dormire per allontanare ogni sospetto, per farsi credere calma, per esser lasciata sola? Certo, se il suo proposito ? di non arrivare a domani, ella cerca di favorirne lesecuzione con ogni mezzo. Ella simula il sonno. Se il sonno fosse reale, non sarebbe cos? tranquillo, cos? fermo, in lei che ha i nervi sovreccitati. Ora la scuoto. Ma esitai: Se realmente dormisse? Talvolta, dopo una grande dispersione di forza nervosa, anche in mezzo alle pi? fiere inquietudini morali il sonno piomba grave come una sincope. Oh le durasse questo sonno fino a domani e potesse ella domani levarsi rinfrancata, a bastanza forte per sostenere il colloquio tra noi inevitabile!. Guardavo fissamente quella fronte pallida come il lenzuolo; e, chinandomi un poco pi?, maccorsi che diveniva madida. Una stilla di sudore spuntava sul sopracciglio. E quella stilla mi suscit? lidea del sudor freddo che annuncia lazione dei veleni narcotici. S?bito mi balen? un sospetto. La morfina! E per istinto il mio sguardo corse al tavolo da notte, di l? dal capezzale, come a cercarvi la fiala di vetro contrassegnata dal piccolo teschio nero, dal noto simbolo mortuario.

Erano su quel tavolo una boccia dacqua, un bicchiere, un candeliere, un fazzoletto, alcune forcine che rilucevano; non vera altro. Feci un esame rapido di tutta lalcova. Unansiet? angosciosa mi stringeva. Giuliana ha la morfina. Ne ha sempre avuta una certa quantit?, liquida, per le iniezioni. Son sicuro che ha pensato di avvelenarsi con quella. Dove tiene nascosta la bottiglietta? Io avevo fissa dentro le pupille limagine della piccola fiala di vetro veduta una volta tra le mani di Giuliana, distinta da quel segno sinistro che usano i farmacisti per distinguere un tossico. La fantasia eccitata mi sugger?: E se ella avesse gi? bevuto? Quel sudore. Tremavo, su la sedia; e un dibattito rapido si agitava dentro di me. Ma quando? Ma come? Ella non ? rimasta mai sola. Basta un attimo per vuotare una fiala. Ma in lei non sarebbe forse mancato il vomito E quellaccesso di vomito convulso, dianzi, appena ella ? giunta qui? Avendo premeditato il suicidio, forse ella portava seco la morfina. Non pu? essere chella labbia bevuta prima di giungere alla Badiola, in carrozza, nellombra? Infatti, ella ha impedito che Federico andasse a chiamare il medico.. Io non conoscevo bene i sintomi dellavvelenamento per morfina. Nel dubbio, la fronte bianca e madida, la immobilit? perfetta di Giuliana mi atterrivano. Stavo per scuoterla. Ma se minganno? Ella si sveglia ed io che cosa le dico? Mi pareva che la prima parola di lei, il primo sguardo scambiato tra lei e me, la prima comunicazione diretta tra lei e me, dovessero cagionarmi un effetto straordinario, duna violenza imprevedibile, inimaginabile. Mi pareva che non avrei potuto dominarmi, dissimulare, e che ella s?bito, guardandomi, avrebbe indovinata la mia consapevolezza. E allora?

Tesi lorecchio, sperando e temendo che sopraggiungesse mia madre. Poi (non avrei tremato cos? nel sollevare il lembo dun lenzuolo funebre per rivedere la sembianza di una persona estinta) scopersi a poco a poco il volto di Giuliana.

Ella apr? gli occhi.

Ah, Tullio, sei tu?

Ella aveva la sua voce naturale. Cosa inaspettata: io potevo parlare.

Dormivi? le dissi, evitando di guardarla nelle pupille.

S?, mero assopita.

Io dunque tho svegliata Perdonami Volevo scoprirti la bocca. Temevo che tu non respirassi bene che le coperte ti affogassero

S?, ? vero. Ora ho caldo, troppo caldo Levami qualcuna di queste coperte; ti prego.

E io mi alzai per alleggerirla di qualche coperta. M? ora impossibile definire il mio stato di conscienza relativo a quegli atti che io facevo, a quelle parole che io dicevo e udivo, a quelle cose che accadevano naturalmente come se nulla fosse mutato, come se io e Giuliana fossimo ignari e immuni, come se l? dentro non fossero ladulterio, il disinganno, il rimorso, la gelosia, la paura, la morte, tutte le atrocit? umane, in quellalcova tranquilla.

Ella mi domand?:

? molto tardi?

No, non ? anc?ra mezzanotte.

La mamma ? andata a letto?

Non anc?ra.

Dopo una pausa:

E tu non vai? Devi essere stanco

Non seppi rispondere. Dovevo rispondere che rimanevo? pregarla di lasciarmi rimanere? ripeterle le parole tenere proferite su la poltrona, nella nostra stanza, a Villalilla? Ma, rimanendo, in che modo avrei passata la notte? L?, su la sedia, a vegliare, o nel letto accanto a lei? In che modo mi sarei condotto? Avrei potuto simulare sino in fondo?

Ella soggiunse:

? meglio che tu vada, Tullio per questa sera Io non ho bisogno pi? di nulla; non ho bisogno daltro che di riposo. Se tu rimanessi sarebbe male ? meglio che tu vada, per questa sera, Tullio.

Ma tu potresti aver bisogno

No. E poi, in ogni caso, c? Cristina che dorme qui accanto.

Io mi stendo l?, sul canap?, con una coperta

Perch? vuoi soffrire? Tu sei molto stanco: si vede dalla faccia E poi, se io ti sapessi l?, non dormirei. Sii buono, Tullio! Domattina, presto, tu verrai a vedermi. Ora abbiamo bisogno di riposo, tutte due: dun riposo completo

Ella aveva la voce fioca e carezzevole, senza alcun accento insolito. Tranne linsistenza nel persuadermi ad andarmene, nullaltro accusava in lei il proposito funesto. Ella pareva prostrata di forze ma calma. Di tratto in tratto chiudeva gli occhi, come se il sonno le aggravasse le palpebre. Che fare? Lasciarla? Ma la sua calma appunto mi spaventava. Una tale calma non poteva venirle che dalla fermezza del proposito. Che fare? Tutto considerato, anche la mia presenza durante la notte sarebbe stata vana. Ella avrebbe potuto benissimo mandare ad effetto il suo pensiero, essendosi preparata, avendo pronto il mezzo. Questo mezzo era veramente la morfina? E dove teneva ella nascosta la fiala? Sotto il guanciale? Nel cassetto del tavolo da notte? In che modo farne ricerca? Bisognava palesare tutto, dire allimprovviso: Io so che tu ti vuoi uccidere. Ma quale scena sarebbe seguita? Non sarebbe stato possibile nascondere il resto. E che notte, allora, sarebbe stata quella? Tante perplessit? esaurivano ogni mia energia, mi dissolvevano. I miei nervi si rilasciavano. La stanchezza fisica diveniva sempre pi? grave. Tutto il mio organismo entrava in quello stato di sfinimento estremo in cui ogni funzione volontaria sta per essere sospesa, in cui azioni e reazioni non si corrispondono pi? o non si compiono. Io mi sentivo incapace di resistere pi? oltre, di lottare, di operare in una qualunque maniera utile. Il sentimento della mia debolezza, il sentimento della necessit? di ci? che accadeva ed era per accadere mi paralizzavano. Il mio essere pareva colpito come da una paralisia repentina. Io provavo Un bisogno cieco di sfuggire anche a quellultima oscura conscienza dellessere. E finalmente tutte le mie ansiet? si risolsero in un pensiero disperato. Avvenga che pu?, c? anche per me la morte.

S?, Giuliana, dissi ti lascio in pace. Dormi. Ci vedremo domani.

Non ti reggi!

Gi?, ? vero; non mi reggo Addio. Buona notte!

Non mi dai un bacio, Tullio?

Un brivido di ripugnanza istintiva mi attravers?. Esitai. In quel punto entrava mia madre.

Come, sei sveglia? esclam? mia madre.

S?, ma ora mi riaddormento.

Sono stata a vedere le bambine. Natalia era desta. Mha domandato s?bito: ? tornata la mamma?. Voleva venire

Perch? non dici a Edith che me la porti? S? messa a letto Edith?

No.

Addio, Giuliana interruppi.

E mappressai, e mi chinai a baciarle la guancia chella mi porgeva sollevandosi un poco su i gomiti.

Addio, mamma. Vado a coricarmi perch? ho un sonno che macceca.

E non prendi nulla? Federico ? rimasto gi? ad aspettarti

No, mamma; non ho voglia. Buona notte!

E baciai su la guancia anche lei. Ed uscii senza indugio, senza volgere uno sguardo a Giuliana; raccolsi le poche forze che mi restavano e, appena fuori della soglia, mi misi a correre verso le mie stanze, per tema di cadere prima di aver raggiunta la mia porta.

Mi gettai bocconi sul letto. Magitava quellorgasmo che precede i grandi scoppi di pianto, quando il nodo dellangoscia sta per disciogliersi, quando la tensione sta per allentarsi. Ma lorgasmo durava, e il pianto non veniva. La sofferenza era orribile. Un peso enorme mi gravava in tutto il corpo, un peso che io sentivo non sopra ma dentro di me come se le mie ossa e i miei muscoli fossero divenuti di piombo compatto. E il mio cervello pensava anc?ra! E la mia conscienza era anc?ra vigile!

No, non dovevo lasciarla, non dovevo consentire ad andarmene cos?. Certo, quando mia madre si sar? ritirata, ella si uccider?. Il suono della sua voce quando ha espresso il desiderio di rivedere Natalia!.. Unallucinazione simpadron? di me, subitamente. Mia madre usciva dalla stanza. Giuliana si levava a sedere sul letto, si metteva in ascolto. Poi, sicura dessere alfine sola, prendeva dal cassetto del tavolo da notte la bottiglia della morfina; non esitava un attimo; con un gesto risoluto, la vuotava dun fiato; si ritraeva sotto le coperte; si metteva supina, ad aspettare La visione imaginaria del cadavere giunse a una tale intensit? che io, come un ossesso, malzai; girai tre o quattro volte intorno alla stanza urtando contro i mobili, inciampando nei tappeti, gesticolando paurosamente. Aprii una finestra.

La notte era tranquilla, piena dun gracidare di rane monotono e continuo. Le stelle palpitavano.

LOrsa brillava incontro, distinta. Il tempo fluiva.

Rimasi alcuni minuti al davanzale, in attesa, fissando la grande costellazione che pareva alla mia vista perturbata avvicinarsi. Non sapevo, veramente, che attendessi. Mi smarrivo. Avevo un sentimento particolare della vacuit? di quel cielo immenso. Allimprovviso, in quella specie di pausa dubitosa, come se un qualche influsso oscuro avesse operato sul mio essere nella profondit? dellinconscienza, risorse spontanea la domanda non anc?ra bene compresa: Che avete fatto di me?. E la visione del cadavere, per poco interrotta, si riaffacci?.

Lorrore fu tale che io, pur non sapendo quale azione volessi compiere, mi volsi, uscii senza esitare, mi diressi verso la stanza di Giuliana. Incontrai Miss Edith nellandito.

Di dove venite, Edith? le chiesi.

Maccorsi chella si stup? del mio aspetto.

Ho portato Natalia dalla signora che la voleva vedere; ma ho dovuto lasciarla l?. Non ? stato possibile persuaderla a tornarsene nel suo letto. Ha pianto tanto che la signora ha consentito a tenerla con s?. Speriamo che Maria non si svegli ora

Ah, dunque

Il cuore mi batteva con tal veemenza, che non potevo parlare di seguito.

Ah, dunque, Natalia ? rimasta nel letto della madre

S?, signore.

E Maria Andiamo a vedere Maria.

La commozione mi soffocava. Giuliana per quella notte era salva! Non era possibile chella pensasse a morire in quella notte, avendo la bambina al suo fianco. Per miracolo, il tenero capriccio di Natalia aveva salvato la madre. Benedetta! Benedetta! Prima di guardare Maria addormentata, io guardai il piccolo letto vuoto dovera rimasto un piccolo solco. Strane voglie mi venivano, di baciare il guanciale, di sentire se il solco fosse anc?ra tiepido. La presenza di Edith mi teneva in disagio. Mi volsi a Maria, mi chinai trattenendo il respiro, la contemplai a lungo, ricercai a una a una le note somiglianze chella aveva con me, quasi numerai le vene tenui che le trasparivano nella tempia, nella guancia, nella gola. Dormiva sul fianco, tenendo la testa abbandonata indietro cos? che tutta la gola rimaneva scoperta sotto il mento alzato. I denti, minuti come grani di riso mondi, lucevano nella bocca socchiusa. I cigli, lunghi come quelli della madre, spandevano dal cavo degli occhi unombra che toccava il sommo delle gote. Una gracilit? di fiore prezioso, una finezza estrema distinguevano quella forma infantile in cui io sentivo fluire il mio sangue assottigliato.

Quando mai, da che le due creature vivevano, quando mai avevo provato per loro un sentimento cos? profondo, cos? dolce e cos? triste?

Mi tolsi di l? a fatica. Avrei voluto sedermi tra i due piccoli letti e riposare il capo su la sponda di quello vuoto, aspettando il domani.

Buona notte, Edith dissi uscendo; e la mia voce tremava dun tremito diverso.

Come giunsi alla mia stanza, di nuovo mi gittai bocconi sul letto. E ruppi alfine in singhiozzi, perdutamente.

XII.

Quando mi svegliai dal sonno greve e quasi direi brutale che a una certa ora della notte mera piombato sopra di schianto, durai fatica a ricuperare la nozione esatta della realt?.

Dopo un poco, al mio spirito scevro dalle eccitazioni notturne la realt? si present? fredda, nuda, incommutabile. Che erano le angosce recenti al paragone dello sgomento che allora minvase? Bisogna vivere! Ed era come se qualcuno mi presentasse una coppa profonda, dicendomi: Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere, bisogna che tu sprema qui dentro, fino allultima goccia, il sangue del tuo cuore. Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili mi salirono dallintimo dellessere. E, intanto, bisognava vivere, bisognava accettare anche in quel mattino la vita! E bisognava, sopra tutto, agire!

Il confronto chio feci dentro di me, tra quel risveglio reale e il risveglio sognato e sperato a Villalilla il giorno innanzi, aument? la mia insofferenza. Pensai: ? impossibile che io accetti un tale stato; ? impossibile che io mi levi, che io mi vesta, che io esca di qui, che io riveda Giuliana, che io le parli, che io seguiti a dissimulare innanzi a mia madre, che io aspetti lora opportuna per un colloquio definitivo, che in quel colloquio io stabilisca le condizioni della nostra esistenza avvenire. ? impossibile. E allora? La distruzione assoluta istantanea di tutto ci? che in me soffre Liberarmi, sfuggire Non c? altro. E, considerando la facilit? della cosa, imaginando lazione rapida, lo scatto dellarma, leffetto immediato del piombo, loscurit? consecutiva, io provai in tutto il corpo una tensione particolare, angosciosa e pur mista dun senso di sollievo, quasi di dolcezza. Non c? altro. E, bench? lansia di sapere mi agitasse, pensai con sollievo che non avrei saputo pi? nulla di nulla, che quella stessa ansia sarebbe dun tratto cessata, che tutto insomma avrebbe avuto fine.

Udii battere alla porta. E la voce di mio fratello grid?:

Tullio, non ti sei anc?ra levato? Sono le nove. Posso entrare?

Entra, Federico.

Egli entr?.

Sai che ? tardi? Sono passate le nove

Mi sono addormentato tardi, ed ero stanchissimo.

Come stai?

Cos?

La mamma ? levata. Mha detto che Giuliana sta a bastanza bene. Vuoi che tapra la finestra? ? una mattina stupenda.

Spalanc? la finestra. Un flutto daria fresca inond? la stanza; le tende si gonfiarono come due vele; apparve nel vano lazzurro.

Vedi?

La luce viva scopr? forse nel mio volto i segni dello strazio, perch? egli soggiunse:

Ma anche tu stanotte ti sei sentito male?

Credo daver avuto qualche po di febbre.

Federico mi guardava con i suoi limpidi occhi glauchi; e in quel momento mi parve di avere su lanima tutto il peso delle menzogne e delle dissimulazioni future. Oh, segli avesse saputo!

Ma, come sempre, la sua presenza fug? da me la vilt? che gi? mi teneva. Una energia fittizia, come dopo un sorso di cordiale, mi rialz?. Pensai: In che modo si condurrebbe egli nel mio caso?. Il mio passato, la mia educazione, lessenza stessa della mia natura contrastavano qualunque riscontro probabile; per? questo almeno era certo: in caso di sciagura, simile o dissimile, egli si sarebbe condotto da uomo forte e caritatevole, avrebbe affrontato il dolore eroicamente, avrebbe preferito al sacrificio degli altri il sacrificio di s?.

Fammi sentire disse, accostandosi.

E mi tocc? la fronte con la palma della mano, mi prese il polso.

Ora sei libero, mi sembra. Ma che polso ineguale!

Lasciami levare, Federico, che ? tardi.

Oggi, dopo mezzogiorno, vado al bosco dAss?ro. Se tu vuoi ventre, faccio sellare per te Orlando. Ti ricordi tu del bosco? Peccato che Giuliana non stia bene! Altrimenti, condurremmo anche lei Vedrebbe le carbonare accese.

Quando nominava Giuliana, pareva che la sua voce divenisse pi? affettuosa, pi? dolce, quasi direi pi? fraterna. Oh, segli avesse saputo!

Addio, Tullio. Vado a lavorare. Quando comincerai ad aiutarmi?

Oggi stesso, domani, quando vorrai.

Egli si mise a ridere.

Che ardore! Basta: ti vedr? alla prova. Addio.

Ed usc? con quel suo passo alacre e franco, poich? lo sollecitava di continuo lesortazione inscritta nel quadrante solare: Hora est benefaciendi.

XIII.

Erano le dieci quando uscii. La gran luce di quel mattino daprile, che inondava la Badiola per le finestre e per i balconi spalancati, mintimidiva. Come portare la maschera sotto quella luce?

Cercai di mia madre, prima dentrare nelle stanze di Giuliana.

Ti sei levato tardi ella disse, vedendomi. Come stai?

Bene.

Sei pallido.

Credo daver avuto un po di febbre, stanotte, ma ora sto bene.

Hai veduta Giuliana?

Non anc?ra.

Ha voluto levarsi, quella benedetta figliuola! Dice che non si sente pi? nulla; ma ha un viso

Vado da lei.

E bisogna che tu non trascuri di scrivere al dottore. Non dar retta a Giuliana. Scrivi oggi stesso.

Tu le hai detto che io so?

S?, le ho detto che tu sai.

Vado, mamma.

La lasciai davanti ai suoi grandi armarii di noce, profumati direos, dove due donne accumulavano la bella biancheria di bucato, lopulenza di Casa Hermil. Maria, nella sala del pianoforte, prendeva la lezione da Miss Edith; e le scale cromatiche si succedevano rapide ed eguali. Passava Pietro, il pi? fedele dei servitori, canuto, un po curvo, portando un vassoio pieno di cristalli che tintinnivano poich? le braccia tremavano di vecchiaia. Tutta la Badiola, inondata daria e di luce, aveva un aspetto di letizia tranquilla. Vera non so qual sentimento di bont? diffuso per ogni dove: qualche cosa come il sorriso tenue e inestinguibile dei Lari.





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