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Beati immaculati


Andare davanti al giudice, dirgli: Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non lavessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso lho uccisa. Ho premeditato lassassinio, nella mia casa. Lho compiuto con una perfetta lucidit? di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi ? lanniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi. Posso andare davanti al giudice, posso parlargli cos??

Non posso n? voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.

Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno.

A CHI?

Il primo ricordo ? questo.

Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.

Ed erano gi? corsi tre anni da unaltra Pasqua che veramente mera parsa una festa di perdono, di pace e damore, in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando Natalia, la seconda delle mie figliuole, tentava i primi passi, uscita allora allora dalle fasce come un fiore dallinvoglio, e Giuliana si mostrava per me piena dindulgenza, sebbene con un sorriso un po malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima grave infedelt?. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva posto un ramoscello dolivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccola acquasantiera dargento che pendeva dalla parete.

Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei serano andati accumulando. Io laveva offesa nei modi pi? crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidit? di piacere, dalla rapidit? delle mie passioni, dalla curiosit? del mio spirito corrotto. Ero stato lamante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il mio disgraziato avversario sera coperto di ridicolo, per talune circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio.

Cerano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerit? diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.

Anche sapevo che ella riconosceva la superiorit? della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte pi? duna volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini.

La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. Anchella dunque io pensavo comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare lopinione altrui e vivere nella assoluta sincerit? della mia natura eletta.

Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarit? delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarit?, io non sapevo concepire un sacrificio, unabnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a unespressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non cera se non un terribile egoismo; poich?, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio stato.

A poco a poco, infatti, di abuso in abuso, io era giunto a riconquistare la mia primitiva libert? col consenso di Giuliana, senza ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nellesser leale, a qualunque costo, come altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e Giuliana, il nuovo patto di fraternit?, di amicizia pura. Ella doveva essere la mia sorella, la mia migliore amica.

Una mia sorella, lunica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello sororale mera sempre parso il pi? alto e il pi? consolante. Io pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la irrevocabilit? della morte rendeva quasi mistico. Dove trovare, su la terra, unaltra sorella?

Spontaneamente, questa aspirazione sentimentale si volse verso Giuliana. Sdegnosa di mescolanze, ella aveva gi? rinunziato ad ogni carezza, a qualunque abbandono. Io gi? da tempo non provavo pi? neppur lombra dun turbamento sensuale, standole accanto; sentendo il suo alito, aspirando il suo profumo, guardando il piccolo segno bruno chella aveva sul collo, io rimanevo nella pi? pura frigidit?. Non mi pareva possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io aveva veduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore.

Io le offersi dunque la mia fraternit?; ed ella accett?, semplicemente. Se ella era triste, io era pi? triste anc?ra, pensando che noi avevamo sepolto il nostro amore per sempre, senza speranza di resurrezione; pensando che le nostre labbra non si sarebbero forse unite mai pi?, mai pi?. E, nella cecit? del mio egoismo, mi parve che ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella mia tristezza che io gi? sentivo immedicabile, e mi parve che ella dovesse anche esserne paga e consolarsene come dun riflesso del lontano amore.

Ambedue un tempo avevamo sognato non pur lamore ma la passione fino alla morte, usque ad mortem. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno e avevamo proferito pi? duna volta, nellebrezza, le due grandi parole illusorie: Sempre! Mai! Avevamo perfino creduto allaffinit? della nostra carne, a quellaffinit? rarissima e misteriosa che lega due creature umane col tremendo legame del desiderio insaziabile; ci avevamo creduto perch? lacutezza delle nostre sensazioni non era diminuita neppure dopo che, avendo noi procreato un nuovo essere, loscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suo unico intento.

Lillusione era caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo giuro) aveva pianto sinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un fenomeno necessario? Come evitare linevitabile?

Era dunque gran ventura che, morto lamore per le necessit? fatali dei fenomeni e quindi senza colpa di alcuno, noi potessimo anc?ra vivere nella stessa casa tenuti da un sentimento nuovo, forse non meno profondo dellantico, certo pi? elevato e pi? singolare. Era gran ventura che una nuova illusione potesse succedere allantica e stabilire tra le nostre anime uno scambio di affetti puri, di commozioni delicate, di squisite tristezze.

Ma, in realt?, questa specie di retorica platonica a qual fine tendeva? Ad ottenere che una vittima si lasciasse sacrificare sorridendo.

In realt?, la nuova vita, non pi? coniugale ma fraterna, si basava tutta su un presupposto: su lassoluta abnegazione della sorella. Io riconquistavo la mia libert?, potevo andare in cerca delle sensazioni acute di cui avevano bisogno i miei nervi, potevo appassionarmi per unaltra donna, vivere fuori della mia casa e trovare la sorella ad aspettarmi, trovare nelle mie stanze la traccia visibile delle sue cure, trovare sul mio tavolo in una coppa le rose disposte dalle sue mani, trovare da per tutto lordine e leleganza e il nitore come in un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non era invidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che consentiva a sacrificarmi la sua giovinezza, paga soltanto di essere baciata con gratitudine e quasi con religione su la fronte altera e dolce?

La mia gratitudine talvolta diveniva cos? calda che si espandeva in una infinit? di delicatezze, di premure affettuose. Io sapevo essere il migliore dei fratelli. Quando ero assente, scrivevo a Giuliana lunghe lettere malinconiche e tenere che spesso partivano insieme con quelle dirette alla mia amante; e la mia amante non avrebbe potuto esserne gelosa, allo stesso modo che non poteva esser gelosa della mia adorazione per la memoria di Costanza.

Ma, sebbene assorto nellintensit? della mia vita particolare, io non sfuggivo alle interrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano dentro. Perch? Giuliana persistesse in quella meravigliosa forza di sacrificio, bisognava chella mi amasse dun sovrano amore; e, amandomi e non potendo essere se non la mia sorella, doveva portar chiusa in s? una disperazione mortale. Non era dunque un forsennato luomo che immolava, senza rimorso, ad altri amori torbidi e vani quella creatura cos? dolorosamente sorridente, cos? semplice, cos? coraggiosa? Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi stupisce) mi ricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per acquietarmi, questa fu la pi? forte: La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perch? ella avesse occasione dessere eroica era necessario chella soffrisse quel chio le ho fatto soffrire.

Ma un giorno io mavvidi chella soffriva anche nella sua salute; mavvidi che il suo pallore diveniva pi? cupo e talvolta si empiva come di ombre livide. Pi? duna volta sorpresi nella sua faccia le contrazioni duno spasimo represso; pi? duna volta ella fu assalita, in mia presenza, da un tremito infrenabile che la scoteva tutta e le faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbre subitanea. Una sera, da una stanza lontana mi giunse un grido di lei, lacerante; e io corsi, e la trovai in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferr? una mano e me la tenne stretta come in una morsa.

Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile!

Ella mi guardava, da presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi dilatati, che mi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E io vedevo in quei larghi occhi passare, come a onde, la sofferenza sconosciuta; e quello sguardo continuo, intollerabile, mi suscit? dun tratto un terrore folle. Era di sera, era il crepuscolo, e la finestra era spalancata, e le tende si gonfiavano sbattendo, e una candela ardeva su un tavolo, contro uno specchio; e, non so perch?, lo sbattito delle tende, lagitazione disperata di quella fiammella, che lo specchio pallido rifletteva, presero nel mio spirito un significato sinistro, aumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi balen?; e in quellattimo ella non pot? frenare un altro grido; e, fuori di s? per lo spasimo, si gitt? sul mio petto perdutamente.

Oh Tullio, Tullio, aiutami! aiutami!

Agghiacciato dal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una parola, senza poter muovere le braccia.

Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parla, parla Che hai fatto?

Sorpresa dalla profonda alterazione della mia voce, ella si ritrasse un poco e mi guard?. Io dovevo avere la faccia pi? bianca e pi? sconvolta della sua, perch? ella mi disse rapidamente, smarritamente:

Nulla, nulla. Tullio, non ti spaventare. Non ? nulla, vedi Sono i miei soliti dolori Sai, ? una delle solite crisi che passano. C?lmati.

Ma io, invasato dal terribile sospetto, dubitai delle sue parole. Mi pareva che tutte le cose intorno a me rivelassero lavvenimento tragico e che una voce interna mi accertasse: Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu lhai spinta a morire. E io le presi le mani e sentii che erano fredde, e vidi scendere dalla sua fronte una goccia di sudore

No, no, tu minganni, proruppi tu minganni. Per piet?, Giuliana, anima mia, parla, parla! Dimmi: che hai Dimmi, per piet?: che hai bevuto?

E i miei occhi esterrefatti cercarono intorno, su i mobili, sul tappeto, dovunque, un indizio.

Allora ella comprese. Si lasci? cadere di nuovo sul mio petto e disse, rabbrividendo e facendomi rabbrividire, disse con la bocca contro la mia spalla (mai, mai dimenticher? laccento indefinibile), disse:

No, no, no, Tullio; no.

Ah, che cosa nelluniverso pu? uguagliare laccelerazione vertiginosa della nostra vita interiore? Noi rimanemmo in quellatto, nel mezzo della stanza, muti; e un mondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e di pensieri si agit? dentro di me, in un sol punto, con una lucidit? spaventevole. E se fosse stato vero? chiedeva la voce. Se fosse stato vero?

Un sussulto incessante scoteva Giuliana, contro il mio petto; ed ella anc?ra teneva celata la faccia; ed io sapeva che ella, pur soffrendo anc?ra nella sua povera carne, non ad altro pensava che alla possibilit? del fatto da me sospettato, non ad altro pensava che al mio folle terrore.

Una domanda mi sal? alle labbra: Hai tu mai avuta la tentazione?. E poi unaltra: Potrebbe essere che tu cedessi alla tentazione?. N? luna n? laltra proferii; eppure mi parve chella intendesse. Ambedue oramai eravamo dominati da quel pensiero di morte, da quellimagine di morte; ambedue eravamo entrati in una specie di esaltazione tragica, dimenticando lequivoco che laveva generata, smarrendo la conscienza della realt?. Ed ella a un tratto si mise a singhiozzare; e il suo pianto chiam? il mio pianto; e mescolammo le nostre lacrime, ahim?! che erano cos? calde e che non potevano mutare il nostro destino.

Seppi, dopo, che gi? da alcuni mesi la travagliavano malattie complicate della matrice e dellovaia, quelle terribili malattie nascoste che turbano in una donna tutte le funzioni della vita. Il dottore, col quale volli avere un colloquio, mi fece intendere che per un lungo periodo io doveva rinunziare a qualunque contatto con la malata, anche alla pi? lieve delle carezze; e mi dichiar? che un nuovo parto avrebbe potuto esserle fatale.

Queste cose, pure affliggendomi, mi alleggerirono di due inquietudini: mi persuasero che io non avevo colpa nello sfiorire di Giuliana e mi diedero un modo semplice di poter giustificare davanti a mia madre la separazione di letto e gli altri mutamenti avvenuti nella mia vita domestica. Mia madre appunto era per arrivare a Roma dalla provincia, dove ella, dopo la morte di mio padre, passava la maggior parte dellanno con mio fratello Federico.

Mia madre amava molto la giovine nuora. Giuliana era veramente per lei la sposa ideale, la compagna sognata pel suo figliuolo. Ella non riconosceva al mondo una donna pi? bella, pi? dolce, pi? nobile di Giuliana. Ella non concepiva che io potessi desiderare altre donne, abbandonarmi in altre braccia, dormire su altri cuori. Essendo stata amata per venti anni da un uomo, sempre con la stessa devozione, con la stessa fede, sino alla morte, ella ignorava la stanchezza, il disgusto, il tradimento, tutte le miserie e tutte le ignominie che si covano nel talamo. Ella ignorava lo strazio che io avevo fatto e facevo di quella cara anima immeritevole. Ingannata dalla dissimulazione generosa di Giuliana, credeva anc?ra nella nostra felicit?. Guai sella avesse saputo!

Io era anc?ra in quellepoca sotto il dominio di Teresa Raffo, della violenta avvelenatrice che mi dava imagine dellamasia di Menippo. Ricordate? Ricordate le parole di Apollonio a Menippo nel poema inebriante? O beau jeune homme, tu caresses un serpent; un serpent te caresse!

Il caso mi favor?. Per la morte duna zia, Teresa fu costretta ad allontanarsi da Roma e a rimanere assente qualche tempo. Io potei con una insolita assiduit? presso mia moglie riempire il gran vuoto che la Biondissima partendo lasciava nelle mie giornate. E non era anc?ra svanito in me il turbamento di quella sera; e qualche cosa di nuovo, indefinibile, da qualche sera ondeggiava tra me e Giuliana.

Poich? le sofferenze fisiche di lei aumentavano, io e mia madre potemmo con molta fatica ottenere che ella si sottoponesse alloperazione chirurgica richiesta dal suo stato. Loperazione portava per seguito trenta o quaranta giorni di assoluto riposo nel letto e una convalescenza prudente. Gi? la povera malata aveva i nervi estremamente indeboliti ed irritabili. I preparativi lunghi e fastidiosi la estenuarono e la esasperarono al punto che ella pi? duna volta tent? di gittarsi gi? dal letto, di ribellarsi, di sottrarsi a quel supplizio brutale che la violava, che lumiliava, che lavviliva

Di, mi chiese un giorno, con la bocca amara se tu ci pensi, non hai ribrezzo di me? Ah, che brutta cosa!

E fece un atto di disgusto su s? medesima; e saccigli?, e si ammutol?.

Un altro giorno, mentre io entravo nella sua stanza, ella si accorse che un odore mi aveva ferito. Grid?, fuori di s?, pallida come la sua camicia:

Vattene, vattene, Tullio. Ti prego! Parti. Ritornerai quando sar? guarita. Se tu rimarrai qui, mi prenderai in odio. Sono odiosa cos?; sono odiosa Non mi guardare.

E i singhiozzi la soffocarono. Poi, in quello stesso giorno, dopo qualche ora, mentre io tacevo credendo chella fosse per assopirsi, usc? in queste parole oscure, con laccento strano di chi parla in sogno:

Ah, se davvero lavessi fatto! Era un buon suggerimento

Che dici, Giuliana?

Ella non rispose.

A che pensi, Giuliana?

Non rispose se non con un atto della bocca, che voleva essere un sorriso e non pot?.

Mi parve di comprendere. E unonda tumultuosa di rammarico, di tenerezza e di piet? mi assalse. E tutto avrei dato perch? ella avesse potuto leggermi lanima, in quel momento, perch? ella avesse potuto raccogliere intera la mia commozione irrivelabile, inesprimibile e quindi vana. Perdonami, perdonami. Dimmi quello che io debbo fare perch? tu mi perdoni, perch? tu dimentichi tutte le cattive cose Io torner? a te, non sar? daltri che di te, per sempre. Te sola veramente io ho amata, nella vita; amo te sola. Sempre la mia anima si volge a te, e ti cerca, e ti rimpiange. Te lo giuro: lontano da te, non ho provato mai nessuna gioia sincera, non ho avuto mai un attimo di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu sola, al mondo, hai la bont? e la dolcezza. Tu sei la pi? buona e la pi? dolce creatura che io abbia mai sognata: sei lUnica. E ho potuto offenderti, ho potuto farti soffrire, ho potuto farti pensare alla morte come a una cosa desiderabile! Ah, tu mi perdonerai, ma io non potr? mai perdonarmi; tu dimenticherai, ma io non dimenticher?. Sempre mi parr? dessere indegno; neppure con la devozione di tutta la mia vita mi parr? di averti compensata. Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo, tu sarai la mia custode, la mia consigliera. Io ti dir? tutto, ti sveler? tutto. Sarai la mia anima. E guarirai. Io, io ti guarir?. Tu vedrai di quali tenerezze io sar? capace per medicarti Ah, tu le conosci. Ric?rdati! Ric?rdati! Anche allora tu fosti malata e me solo volesti per medicarti; e io non mi mossi mai dai tuo capezzale, n? di giorno, n? di notte. E tu dicevi: Sempre Giuliana se ne ricorder?, sempre. E tu avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo tremando. Santa! Santa! Ric?rdati. E quando ti leverai, quando sarai convalescente, andremo laggi?, torneremo a Villalilla. Tu sarai anc?ra un poco debole, ma ti sentirai tanto bene. E io ritrover? la mia gaiezza duna volta, e ti far? sorridere, ti far? ridere. Tu ritroverai quelle tue belle risa che mi rinfrescavano il cuore; tu ritroverai quelle tue arie di fanciulla deliziose, e porterai anc?ra la treccia gi? per le spalle come mi piaceva. Siamo giovani. Riconquisteremo la felicit?, se tu vorrai. Vivremo, vivremo Cos?, dentro di me, le parlavo; e le parole non uscivano dalle mie labbra. Pur essendo commosso e avendo gli occhi umidi, io sapevo che la commozione era passeggera e che quelle promesse erano fallaci. E anche sapevo che Giuliana non si sarebbe illusa e che mi avrebbe risposto con quel suo tenue sorriso sfiduciato, gi? altre volte comparsole su le labbra. Quel sorriso significava: S?, io so che tu sei buono e che vorresti non farmi soffrire; ma tu non sei padrone di te, non puoi resistere alle fatalit? che ti trascinano. Perch? vuoi tu che io milluda?.

Tacqui, in quel giorno; e nei giorni che seguirono, pur ricadendo pi? volte nella stessa confusa agitazione di ravvedimenti e di propositi e di sogni vaghi, non osai parlare: Per tornare a lei, tu devi abbandonare le cose in cui ti compiaci, la donna che ti corrompe. Ne avrai la forza?. Io rispondevo a me stesso: Chi sa!. E aspettavo di giorno in giorno questa forza che non veniva; aspettavo di giorno in giorno un evento (non sapevo quale) che provocasse la mia risoluzione, che me la rendesse inevitabile. E mindugiavo a imaginare, a sognare la nostra vita nuova, la lenta rifioritura del nostro amore legittimo, il sapore strano di certe sensazioni rinnovate. Noi andremmo dunque laggi?, a Villalilla, nella casa che conserva le nostre pi? belle memorie; e saremmo noi due soltanto, perch? lasceremmo Maria e Natalia con mia madre alla Badiola. E la stagione sarebbe mite; e la convalescente si appoggerebbe sempre al mio braccio, pei sentieri conosciuti, dove ogni nostro passo risveglierebbe una memoria. Ed io vedrei di tratto in tratto sul suo pallore diffondersi qualche lieve fiamma subitanea; ed ambedue saremmo, luno verso laltra, un poco timidi; sembreremmo qualche volta pensierosi; eviteremmo qualche volta di guardarci negli occhi. Perch?? E un giorno, sentendo pi? forte la suggestione dei luoghi, io ardirei parlarle delle nostre pi? folli ebrezze di quei primi tempi. Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? E a poco a poco ambedue sentiremmo in noi il turbamento crescere, divenire insostenibile; e ambedue, nel tempo medesimo, perdutamente, ci stringeremmo, ci baceremmo in bocca, crederemmo venir meno. Ella, ella s? verrebbe meno; e io la sosterrei nelle mie braccia chiamandola con nomi suggeriti da una tenerezza suprema. Ella riaprirebbe gli occhi, leverebbe tutto il velo del suo sguardo, fisserebbe un istante su me la sua stessa anima; mi parrebbe trasfigurata. E cos? saremmo ripresi dallantico ardore, rientreremmo nella grande illusione. Ambedue saremmo tenuti da un pensiero unico, assiduo; saremmo agitati da unansiet? inconfessabile. Io le chiederei tremando: Sei guarita? Ed ella dal suono della mia voce comprenderebbe la domanda celata in quella domanda. E risponderebbe, senza potermi nascondere il brivido: Non anc?ra! E la sera, dividendoci, rientrando nelle nostre stanze separate, ci sentiremmo morire dangoscia. Ma una mattina, con uno sguardo impreveduto, i suoi occhi mi direbbero: Oggi, oggi Ed ella, paventando quel divino e terribile momento, con qualche pretesto puerile mi sfuggirebbe, protrarrebbe la nostra tortura. Direbbe ella: Usciamo; usciamo Usciremmo: in un pomeriggio velato, tutto bianco, un poco snervante, un poco soffocante. Cammineremmo a fatica. Comincerebbero a cadere, su le nostre mani, sul nostro viso, gocce di pioggia tiepide come lacrime. Io direi, con la voce alterata: Rientriamo. E, presso la soglia, allimprovviso, la prenderei su le mie braccia, la sentirei abbandonarsi come esanime, la porterei su per le scale senza avvertire alcun peso. Dopo tanto! Dopo tanto! La violenza del desiderio sarebbe in me attenuata dalla paura di farle male, di strapparle un grido di dolore. Dopo tanto! E i nostri esseri, allurto di una sensazione divina e terribile, non provata n? imaginata mai, si struggerebbero. Ed ella, dopo, mi parrebbe quasi morente, con la faccia tutta molle di pianto, pallida come il suo guanciale.





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